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lunedì 19 ottobre 2026

Il magistrato, bestia da colpevolizzare

Quando la giustizia disturba, il problema diventa chi la amministra

Esiste una particolare specie di animale politico che non sopporta la giustizia, soprattutto quando questa si avvicina troppo ai suoi interessi. Non lo ammetterà mai apertamente, naturalmente. Non dirà di volere uno Stato nel quale i potenti siano al di sopra della legge. Preferirà sostenere che i magistrati sono politicizzati, che le indagini sono persecuzioni, che le sentenze sono pregiudizi ideologici e che le forze dell'ordine non sanno fare il proprio mestiere.

Il risultato, tuttavia, può essere sempre lo stesso: anziché discutere i fatti, le responsabilità e le norme, si delegittima chi è chiamato a occuparsene.

Benvenuti nel Bestiario Italiano, dove anche chi dovrebbe amministrare la giustizia finisce sul banco degli imputati, spesso senza le garanzie che egli stesso è tenuto ad assicurare agli altri.


Il magistrato non scrive le leggi

Nella tradizionale ripartizione dei poteri teorizzata da Montesquieu, la funzione giudiziaria occupa una posizione essenziale nell'equilibrio dello Stato. Il Parlamento produce le leggi, il governo esercita il potere esecutivo e la magistratura esercita la funzione giurisdizionale, interpretando e applicando le norme ai casi concreti.

Non è una divisione puramente teorica. È una distribuzione di responsabilità e, soprattutto, di limiti.

Il magistrato non può sostituirsi liberamente al legislatore perché ritiene una norma ingiusta. Non può ignorare una disposizione soltanto perché la considera politicamente inopportuna. Deve operare all'interno dell'ordinamento, interpretando le leggi secondo i criteri giuridici applicabili, rispettando la Costituzione e le garanzie delle persone coinvolte.

Quando una norma è ambigua, contraddittoria o scritta male, il problema non scompare entrando in un'aula di tribunale. Al contrario, diventa più complicato.

Negli ultimi anni, la stratificazione normativa, le modifiche successive, i rinvii fra disposizioni e gli interventi legislativi talvolta frettolosi hanno reso numerose questioni giuridiche difficili da ricostruire persino per gli specialisti. Il legislatore può modificare una norma in poche righe; le conseguenze di quelle righe possono richiedere anni di interpretazioni, controversie e decisioni.

Eppure, quando qualcosa non funziona, il bersaglio preferito diventa spesso chi deve applicare quelle disposizioni.

È un comodo meccanismo di deresponsabilizzazione: si producono regole imperfette, si pretende che siano applicate senza incertezze e poi si attribuisce al giudice la colpa delle difficoltà che ne derivano.


La giustizia è amministrata da esseri umani



Difendere la magistratura non significa immaginarla composta da esseri infallibili.

I magistrati possono sbagliare. Possono interpretare male una norma, valutare erroneamente un elemento probatorio, commettere errori professionali o lasciarsi condizionare da fattori che non dovrebbero influenzare il loro giudizio. Come tutti gli esseri umani, possono conoscere momenti di stanchezza, tensione e difficoltà.

Lo stesso vale per le forze dell'ordine, chiamate a operare in condizioni spesso complesse, a raccogliere elementi, ricostruire fatti e svolgere attività investigative entro i limiti della legge.

Riconoscere questa realtà non significa giustificare gli errori. Significa comprenderli senza trasformarli automaticamente nella prova che un'intera istituzione sia marcia.

Gli errori devono essere accertati, le responsabilità individuate e le condotte scorrette sanzionate secondo le regole. Ma un sistema democratico non si rafforza distruggendo la credibilità delle proprie istituzioni: si rafforza rendendole responsabili, trasparenti e capaci di correggersi.

Chi pretende una magistratura infallibile è ingenuo. Chi sfrutta ogni errore per pretendere una magistratura delegittimata, invece, potrebbe avere un interesse ben diverso dalla qualità della giustizia.


Il magistrato deve applicare anche la legge che non condivide

Proviamo, per un momento, a metterci nei panni di un magistrato.

Davanti a lui arriva un caso concreto. Deve ricostruire i fatti, valutare le prove, ascoltare le parti e individuare le disposizioni applicabili. Può trovarsi davanti a una norma che personalmente considera inopportuna, a una scelta legislativa che reputa sbagliata o a un risultato che, sul piano umano, gli provoca disagio.

Eppure non può decidere semplicemente in base alle proprie convinzioni.

La sua libertà personale non coincide con la libertà di disapplicare arbitrariamente la legge. Se una disposizione contrasta con la Costituzione, l'ordinamento prevede strumenti giuridici specifici per affrontare il problema. Non autorizza il giudice a trasformare ogni convinzione individuale in una regola alternativa.

Questa è la responsabilità del ruolo: esercitare una funzione pubblica senza confondere le proprie opinioni con il diritto.

Dovremmo ricordarcene soprattutto quando una decisione non ci piace. Perché il valore dell'indipendenza della magistratura non si misura dalla soddisfazione che proviamo davanti a una sentenza favorevole alle nostre idee. Si misura anche dalla capacità di accettare che un giudice indipendente possa prendere una decisione contraria ai nostri interessi, purché fondata sul diritto e sottoposta ai controlli previsti dall'ordinamento.

Altrimenti non vogliamo una magistratura indipendente. Vogliamo una magistratura obbediente.


Le toghe rosse, le toghe nere e le convenienze del potere

Uno degli argomenti ricorrenti nel dibattito pubblico italiano è quello della politicizzazione della magistratura. Si parla di correnti, di appartenenze culturali, di presunti orientamenti ideologici e di magistrati che agirebbero per favorire una parte politica o danneggiarne un'altra.

La questione merita di essere affrontata seriamente, non liquidata con una battuta.

I magistrati sono cittadini e, come tali, hanno convinzioni politiche personali. La loro indipendenza non richiede che siano privi di idee, ma che non permettano a quelle idee di condizionare illegittimamente l'esercizio delle loro funzioni. L'ordinamento italiano disciplina inoltre la loro partecipazione alla vita politica e le incompatibilità previste per preservarne l'indipendenza e l'imparzialità.

Anche l'esistenza di associazioni professionali e di differenti orientamenti culturali non costituisce, di per sé, una prova di illeciti. Il pluralismo associativo è una realtà distinta dall'eventuale uso distorto delle appartenenze per ottenere vantaggi personali, alterare le nomine o compromettere l'imparzialità degli uffici.

Se esistono favoritismi, accordi opachi o discriminazioni, devono essere denunciati e accertati. Ma non basta evocare una corrente per dimostrare una colpa, così come non basta attribuire a un magistrato un'etichetta politica per confutare una sua decisione.

E qui comincia la parte più interessante del nostro bestiario.

Quando un'indagine coinvolge un esponente politico avversario, si invoca il rispetto della legalità. Quando coinvolge un alleato, si parla di accanimento giudiziario. Quando un giudice prende una decisione gradita, diventa un professionista competente. Quando prende una decisione sgradita, diventa un militante travestito da magistrato.

La giustizia viene giudicata non per la sua coerenza, ma per la sua convenienza.

Naturalmente, anche le accuse di doppi standard rivolte alla magistratura devono essere prese sul serio. Se qualcuno sostiene che determinate amministrazioni vengano indagate con maggiore severità rispetto ad altre, non è sufficiente rispondere che si tratta di propaganda. Occorre esaminare fatti, procedimenti, tempi, decisioni e situazioni realmente comparabili.

Ma vale anche il contrario: chi denuncia una presunta disparità deve dimostrarla, non limitarsi a suggerirla attraverso l'appartenenza politica degli indagati.

La stessa regola deve valere per tutti. Nessuna immunità ideologica per il centrosinistra, nessuna presunzione di persecuzione per il centrodestra. E viceversa.

Se un amministratore pubblico commette un reato, il suo colore politico non dovrebbe proteggerlo. Se è innocente, il suo colore politico non dovrebbe condannarlo.

È una regola semplice. Evidentemente, per una parte del dibattito pubblico italiano, è anche una regola difficile da accettare.


La giustizia a corrente alternata

Immaginiamo uno Stato nel quale la legge venga applicata con il massimo rigore al cittadino privo di relazioni, ma diventi improvvisamente flessibile quando l'indagato dispone di denaro, influenza, visibilità o amicizie importanti.

Un sistema nel quale la severità sia una virtù quando colpisce gli avversari e un abuso quando raggiunge i propri alleati.

Un sistema nel quale la giustizia sia invocata per il furto commesso dal povero, ma descritta come persecuzione quando un'inchiesta riguarda il potere economico, amministrativo o politico.

Non sarebbe una giustizia efficiente. Sarebbe una giustizia selettiva.

La letteratura ci ha consegnato, attraverso Jean Valjean nei Miserabili di Victor Hugo, una delle immagini più potenti della sproporzione fra la durezza della legge e la condizione umana. Ma il problema contemporaneo non consiste soltanto nel rischio di punire troppo severamente chi ha poco. Consiste anche nel rischio opposto: che chi ha molto possa permettersi di affrontare la legge in condizioni di vantaggio.

Perché la giustizia non deve essere vendetta sociale contro i deboli. Ma non deve neppure diventare una protezione di classe per i potenti.

Il cittadino che sbaglia deve rispondere delle proprie azioni secondo la legge, con tutte le garanzie previste. L'amministratore pubblico deve rispondere delle proprie responsabilità senza che il suo incarico diventi uno scudo. L'imprenditore deve essere giudicato per i fatti, non per il proprio patrimonio. Il politico deve poter esercitare il proprio mandato senza intimidazioni giudiziarie, ma non può pretendere che il mandato lo sottragga alle regole comuni.

Il punto non è che i potenti debbano essere perseguitati. Il punto è che non debbano essere intoccabili.


Quando si pretende che la giustizia smetta di funzionare

Esiste una differenza fondamentale fra chiedere che la giustizia funzioni meglio e chiedere, implicitamente, che smetta di funzionare quando raggiunge determinati ambienti.

La prima richiesta è legittima e necessaria. Tempi eccessivi, errori, inefficienze, responsabilità non chiarite e carenze organizzative devono essere affrontati. Chi subisce un processo ingiusto ha diritto a essere tutelato. Chi viene assolto dopo anni di esposizione pubblica non recupera automaticamente il tempo perduto né la reputazione compromessa.

La seconda richiesta è molto più pericolosa. Si manifesta quando ogni indagine sgradita viene descritta come un complotto, ogni controllo come un'intimidazione e ogni decisione sfavorevole come la prova di una cospirazione.

In questa narrazione, la magistratura viene accusata di essere troppo potente proprio quando esercita la funzione che l'ordinamento le assegna. Le si rimprovera di intervenire, ma si pretende che intervenga soltanto quando fa comodo. Le si chiede indipendenza, purché produca risultati graditi. Le si riconosce autorità, purché non la eserciti sui soggetti che si considerano al di sopra della critica.

È il paradosso di chi dice di volere uno Stato forte, ma non tollera che lo Stato imponga limiti ai forti.

Una democrazia non si misura soltanto dalla capacità di punire chi infrange la legge. Si misura anche dalla capacità di impedire che il potere decida chi debba essere punito e chi possa invece essere lasciato in pace.


Difendere la magistratura significa difendere il cittadino

Non scrivo queste righe perché ritenga che ogni magistrato abbia sempre ragione. Non sarebbe vero, e non sarebbe neppure un modo serio di difendere l'istituzione.

Le sentenze possono essere impugnate. Gli errori possono essere corretti. Le condotte illecite devono essere perseguite. Le inefficienze devono essere affrontate. L'organizzazione della giustizia può e deve essere migliorata.

Ma tutto questo deve avvenire senza trasformare la magistratura in un nemico politico e senza far coincidere la critica a una decisione con la delegittimazione dell'intera funzione giudiziaria.

La stessa tutela vale per le forze dell'ordine, che non sono infallibili né esenti da responsabilità, ma che non possono essere considerate colpevoli in blocco ogni volta che un'indagine fallisce o un procedimento si conclude diversamente dalle aspettative iniziali.

La presunzione di innocenza riguarda tutti. Il diritto alla difesa riguarda tutti. La responsabilità personale riguarda tutti.

E soprattutto, il principio secondo cui nessuno è al di sopra della legge deve riguardare tutti.

Anche chi la scrive. Anche chi la applica. Anche chi la esegue. Anche chi dispone di abbastanza potere da tentare di piegarla ai propri interessi.

Il magistrato non è il salvatore della Repubblica, ma non è nemmeno il capro espiatorio al quale consegnare le frustrazioni di un sistema legislativo imperfetto o le insofferenze di chi preferirebbe non essere controllato.

È un funzionario dello Stato che esercita una funzione delicata, spesso esposto a pressioni, critiche e responsabilità enormi. Ha il dovere di rispondere dei propri errori, ma ha anche il diritto di svolgere il proprio lavoro senza intimidazioni e campagne di delegittimazione.

Forse, prima di domandarci se la magistratura sia troppo potente, dovremmo chiederci quanto sia disposto a sopportare il potere quando qualcuno gli ricorda che non è onnipotente.

Perché una giustizia imperfetta può essere migliorata. Una giustizia irresponsabile deve essere corretta. Ma una giustizia resa incapace di controllare il potere non è una giustizia finalmente libera dai suoi difetti.

È una giustizia privata della propria ragione di esistere.

E in quel momento, nel Bestiario Italiano, la vera bestia non sarà più il magistrato.

Sarà chi pretende che la legge abbia ancora i denti, ma soltanto quando deve mordere qualcun altro.

venerdì 25 settembre 2026

La superiorità morale non passa dalle urne

Dalla questione morale alla presunta inferiorità dell'elettore

C'è una curiosa contraddizione nella politica italiana contemporanea. Una parte della sinistra continua a considerarsi la principale depositaria della legalità, del senso civico, della cultura e della solidarietà. Eppure, proprio nei territori nei quali governa da decenni, non sempre riesce a trasformare questa presunta superiorità morale in una maggioranza politica autosufficiente. Per vincere deve spesso costruire coalizioni molto larghe, nelle quali convivono progressisti, riformisti, ambientalisti, civici, centristi, moderati e pezzi di tradizioni politiche che hanno ben poco a che vedere con la vecchia cultura comunista. Non è una contraddizione necessariamente patologica: le coalizioni fanno parte della democrazia. Ma diventa interessante quando si confronta questa realtà con una narrazione politica che per decenni ha rappresentato il proprio campo come quello della maggiore moralità pubblica.

La questione morale italiana ha del resto una storia seria, che non dovrebbe essere banalizzata. Nel 1981 Enrico Berlinguer denunciava la degenerazione dei partiti e soprattutto la loro occupazione delle istituzioni. La sua critica non riguardava semplicemente il politico che prende una tangente: riguardava il rapporto patologico fra partiti, Stato, enti pubblici, banche, aziende, amministrazioni e potere. Berlinguer denunciava un sistema nel quale i partiti rischiavano di diventare federazioni di correnti e camarille, utilizzando le istituzioni come strumenti della propria riproduzione. Era una critica alla struttura del potere, non una teoria sull'inferiorità morale degli elettori degli altri partiti. Ed è importante ricordarlo, perché la successiva evoluzione della questione morale ha prodotto qualcosa di molto diverso.


Tangentopoli e la costruzione della diversità

Con Tangentopoli il sistema della Prima Repubblica viene travolto. Le inchieste giudiziarie colpiscono soprattutto i partiti che avevano costituito per decenni l'ossatura del governo nazionale e contribuiscono alla dissoluzione della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista e degli altri partiti del pentapartito. Il mondo comunista, trasformato nel frattempo in PDS, entra nella Seconda Repubblica in una posizione particolare: non è identificato nella stessa misura con il sistema di governo che Mani Pulite sta demolendo e può quindi conservare una parte importante di quella diversità politica e morale che Berlinguer aveva rivendicato anni prima. Non significa che il mondo comunista fosse immune da ogni illecito o da ogni rapporto ambiguo con il potere; significa che il terremoto giudiziario produce anche un enorme effetto di redistribuzione della legittimità politica.

Poi arriva Berlusconi e la questione morale assume una nuova forma. La contrapposizione non è più soltanto quella fra comunisti e democristiani o socialisti. Diventa progressivamente quella fra il centrosinistra, rappresentato come difesa delle istituzioni e della legalità, e il berlusconismo, rappresentato dai suoi avversari come intreccio fra politica, interessi economici, conflitto d'interessi, condoni, rapporti opachi e, in alcuni casi, vicinanze con ambienti criminali. Le singole vicende hanno naturalmente avuto natura e sviluppi giudiziari differenti e non possono essere messe tutte nello stesso calderone. Ma sul piano culturale il risultato è stato molto forte: la legalità è diventata una componente centrale dell'identità politica della sinistra italiana e, parallelamente, una parte del centrodestra è stata rappresentata come il campo della deroga, dell'eccezione, del privilegio e dell'interesse particolare.

Fin qui, nulla di necessariamente illegittimo. Una forza politica ha tutto il diritto di rivendicare la propria idea di legalità e di denunciare le condotte che ritiene incompatibili con lo Stato di diritto. Il problema nasce quando da questa rivendicazione si compie un salto ulteriore: quando non ci si limita più a giudicare comportamenti, amministrazioni o politici, ma si comincia a giudicare moralmente l'elettorato che vota dall'altra parte.



L'elettore che non arriva oltre lo zerbino

Nasce così una figura quasi letteraria: l'elettore di destra ignorante, poco istruito, funzionalmente analfabeta, individualista, egoista, incapace di comprendere la complessità del mondo, interessato soltanto alla propria casa, al proprio portafoglio e ai propri interessi immediati. L'elettore di sinistra, al contrario, viene rappresentato come più colto, informato, empatico, altruista, sensibile ai problemi degli ultimi e dotato di maggiore senso civico. Non è sempre detto esplicitamente, naturalmente. Spesso è una rappresentazione implicita, disseminata nel modo in cui vengono interpretati i risultati elettorali.

È una rappresentazione rassicurante, perché consente di spiegare facilmente una sconfitta: se gli altri hanno votato diversamente, non è necessariamente perché abbiano interessi differenti, valori differenti o una diversa interpretazione della realtà. Potrebbero semplicemente non aver capito. Se hanno capito e votano comunque diversamente, allora forse sono egoisti. Se sono egoisti, è comprensibile che votino a destra. Il ragionamento si chiude perfettamente su se stesso.

Ma c'è un problema: istruzione, intelligenza, cultura, senso civico, altruismo ed empatia non sono la stessa cosa. Un titolo di studio può descrivere un percorso educativo, non certificare la moralità di una persona. Una persona istruita può essere opportunista; una persona con pochi studi può possedere un fortissimo senso della comunità. Un cittadino può essere individualista nelle proprie convinzioni economiche e contemporaneamente essere un padre, una madre, un vicino, un volontario o una persona che dedica una parte della propria vita agli altri. Non esiste una tessera elettorale che trasformi automaticamente una preferenza politica in una virtù.

E qui c'è persino un paradosso storico per una sinistra che affonda le proprie radici nel movimento operaio. Il vecchio PCI non era il partito dei laureati e delle élite culturali. Era anche il partito degli operai, dei contadini, dei braccianti, degli emigranti interni, delle persone che avevano avuto meno accesso all'istruzione e alla cultura. Una delle sue ambizioni storiche era proprio quella di trasformare persone escluse dai circuiti culturali ed economici dominanti in cittadini consapevoli e politicamente partecipi. Sarebbe quindi curioso che l'erede di quella tradizione arrivasse a utilizzare il basso livello di istruzione come spiegazione della presunta inferiorità politica di una parte dell'elettorato.


La questione morale e l'immagine di una cleptocrazia

La narrazione della questione morale produce poi un altro effetto. Se per decenni si racconta che una parte politica è quella della legalità mentre l'altra è quella degli interessi privati, dei corrotti, degli evasori, dei condoni, delle clientele e delle connivenze, nell'immaginario collettivo si può finire per costruire la rappresentazione di un Paese governato quasi da una cleptocrazia: una classe politica che utilizza sistematicamente le istituzioni per appropriarsi delle risorse pubbliche, favorire gli amici, proteggere gli interessi privati e mantenere rapporti più o meno opachi con il potere economico e criminale.

La parola è forte, e proprio per questo bisogna usarla con cautela. L'Italia ha conosciuto Tangentopoli, corruzione, finanziamento illecito, clientelismo, voto di scambio, infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni e rapporti documentati fra politica, economia e criminalità organizzata. Ma da questo non deriva che l'intero sistema politico italiano sia una cleptocrazia, né che milioni di cittadini che votano un determinato schieramento siano complici di questi fenomeni. Una cosa è documentare la corruzione e perseguire chi la commette. Un'altra è trasformare l'esistenza della corruzione nella spiegazione morale del voto di milioni di persone.

È proprio qui che la questione morale rischia di diventare una questione morale dell'altro. Il mio campo rappresenterebbe le istituzioni, il tuo gli interessi privati; io voterei per la legalità, tu per chi vuole aggirarla; io sarei interessato al bene comune, tu soltanto al tuo zerbino di casa. A quel punto non stiamo più discutendo di programmi, amministrazioni e comportamenti concreti. Stiamo costruendo una gerarchia morale fra cittadini.


La corruzione non ha colore

La realtà, però, è molto meno ordinata. La corruzione è trasversale. Il clientelismo è trasversale. Il trasformismo è trasversale. Il familismo è trasversale. E la criminalità organizzata non possiede una particolare predilezione ideologica per una parte politica: cerca soprattutto accesso, convenienza, protezione, informazioni, relazioni e possibilità di trasformare il proprio potere economico in potere sociale e politico.

È proprio questo che rende importante parlare di area grigia. La criminalità organizzata non ha bisogno che ogni interlocutore sia un criminale. Ha bisogno di trovare persone inserite nel mondo legale attraverso le quali ottenere ciò che da sola non potrebbe ottenere. Imprenditori, professionisti, funzionari, amministratori e politici possono diventare, in circostanze diverse e con responsabilità diverse, punti di contatto fra il mondo criminale e quello legale. Le relazioni fra mafia, economia e politica sono state oggetto di numerose indagini e relazioni istituzionali proprio perché il fenomeno non può essere ridotto alla caricatura del mafioso con la coppola che stringe la mano al politico apertamente corrotto.

È una realtà molto più inquietante: il potere criminale può cercare persone rispettabili perché la rispettabilità è utile. E proprio per questo l'idea che il problema appartenga naturalmente a un solo campo politico è una semplificazione pericolosa.

Non ha senso chiedersi quale elettorato sia “mafioso”. Ha senso chiedersi quali meccanismi consentano alla criminalità organizzata di costruire relazioni con la politica, con l'economia e con la pubblica amministrazione. Non ha senso trasformare il voto per un partito nella prova della complicità con i suoi eventuali esponenti corrotti. Ha senso pretendere che ogni politico risponda delle proprie azioni, indipendentemente dal simbolo sotto il quale è stato eletto.


Il politico “al di sopra di ogni sospetto”

La storia della corruzione e delle infiltrazioni criminali contiene anche una lezione elementare: chi commette un illecito non porta necessariamente scritto sulla fronte di essere un criminale. Altrimenti sarebbe molto più facile individuarlo.

L'idea del politico “al di sopra di ogni sospetto” dovrebbe ricordarci proprio questo. La rispettabilità pubblica non costituisce una certificazione preventiva di innocenza, così come una reputazione controversa non costituisce una prova di colpevolezza. Le responsabilità si accertano attraverso fatti, indagini, sentenze, controlli e procedure previste dalla legge.

Questo dovrebbe valere anche per la politica. Se un esponente della sinistra viene coinvolto in una vicenda di corruzione, non significa che la sinistra sia corrotta. Se un esponente della destra viene coinvolto in una vicenda di mafia, non significa che tutti gli elettori di destra siano mafiosi. Se un amministratore di un partito qualsiasi utilizza il proprio ruolo per favorire interessi privati, la responsabilità è sua e di chi eventualmente abbia concorso nel fatto, non di milioni di cittadini che hanno votato quel simbolo.

Sembra banale. Ma la banalità, in politica, spesso è ciò che si dimentica più facilmente.


La superiorità morale non viene certificata dalle urne

E allora torniamo al punto di partenza. La sinistra italiana ha costruito una parte importante della propria identità sulla questione morale e sulla difesa della legalità. È una tradizione politica legittima e ha alle proprie spalle una storia importante. Ma la legalità non è una proprietà privata della sinistra, così come la trasgressione delle regole non è una caratteristica genetica della destra.

Le urne, del resto, non certificano la superiorità morale di nessuno.

Quando un elettore vota, non sta necessariamente premiando un'intera antropologia. Può votare per una questione fiscale, per la sicurezza, per un interesse territoriale, per una convinzione culturale, per un candidato, per un giudizio sull'amministrazione uscente o semplicemente perché considera un'altra proposta politica più vicina alle proprie idee. Ridurre tutte queste motivazioni alla stupidità, all'egoismo o alla complicità con un sistema criminale significa rinunciare a comprendere una parte del Paese.

E forse è proprio questo il punto più interessante.

Una forza politica che considera moralmente inferiori coloro che non la votano può conservare una forte identità, ma rischia di perdere la capacità di capire l'avversario.

La vecchia questione morale poneva una domanda sul potere: come impedire che i partiti occupino lo Stato e trasformino le istituzioni in strumenti della propria riproduzione?

La sua caricatura contemporanea pone invece una domanda sui cittadini: perché quelle persone votano in quel modo?

La prima domanda riguarda la democrazia.

La seconda rischia di trasformarsi in antropologia spicciola.

La vera questione morale dovrebbe quindi tornare a essere molto più semplice e molto più esigente: non chi è moralmente superiore, ma chi esercita il potere, come lo esercita, quali interessi tutela, quali regole rispetta e quali responsabilità è disposto ad assumersi.

Perché la corruzione non ha una tessera.

Il clientelismo non ha una tessera.

La mafia non ha una tessera.

E neppure l'altruismo, la cultura e il senso civico ce l'hanno.

La legalità non appartiene a un elettorato.

Appartiene alle regole che devono valere per tutti.

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