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giovedì 29 ottobre 2026

I doveri dei poveri e i privilegi dei ricchi

La morale a senso unico

C'è una strana morale che attraversa il nostro tempo: ai poveri si chiede continuamente di dimostrare di meritare l'aiuto pubblico, mentre ai ricchi si riconoscono sempre nuove ragioni per difendere i propri privilegi. Ai primi si domanda di giustificare la propria condizione; ai secondi si concede spesso il beneficio del dubbio, anche quando la ricchezza accumulata solleva interrogativi sulla distribuzione delle opportunità e sul rapporto tra potere economico e potere politico.

Sergio Marchionne sosteneva che saremmo morti di diritti, dimenticando i doveri. Una provocazione che merita di essere presa sul serio, purché la si applichi a tutti, non soltanto a chi vive in condizioni di difficoltà. Perché, se il rispetto degli obblighi comuni è essenziale alla convivenza, non si capisce perché debba diventare tanto meno esigibile quanto più cresce il potere economico di una persona.


Il divano del vicino

Nel 2022 Giorgia Meloni vinse le elezioni anche promettendo di superare il Reddito di cittadinanza, diventato il simbolo di un'ingiustizia agli occhi di una parte dell'opinione pubblica. C'era chi lavorava duramente per uno stipendio insufficiente e chi, secondo una rappresentazione ormai diffusa, preferiva restare sul divano a spese della collettività.

Che esistessero abusi era possibile. Che ogni beneficiario fosse un fannullone, invece, era una generalizzazione. Tra chi rifiutava opportunità adeguate e chi non riusciva a trovare un'occupazione dignitosa c'era una differenza che il dibattito pubblico troppo spesso cancellava.

La domanda è semplice: chi ha votato per abolire quel sostegno ha ottenuto un miglioramento delle proprie condizioni? La cancellazione di un sussidio non aumenta automaticamente i salari, non abbassa il costo degli affitti, non rende meno care le bollette e non crea nuovi posti di lavoro. Se il lavoratore continua a faticare per arrivare alla fine del mese e il disoccupato perde una protezione senza trovare un impiego, quale problema è stato risolto?

Il risentimento sociale può diventare una risorsa politica formidabile. Basta individuare qualcuno che sembri stare peggio di noi soltanto perché riceve un aiuto, convincerci che sia lui la causa della nostra precarietà e promettere che, eliminato quel vantaggio, finalmente staremo meglio.

Ma la ricchezza che manca a chi lavora non è necessariamente finita nelle tasche di chi riceve un sussidio. E la povertà di una persona non diventa meno dolorosa perché un'altra viene privata di un sostegno.


Le priorità dello Stato

Nel frattempo, lo Stato deve stabilire le proprie priorità. L'Italia ha aumentato le spese per la Difesa e ha sostenuto l'Ucraina anche attraverso aiuti militari. Non è corretto affermare che i risparmi ottenuti abolendo il Reddito di cittadinanza siano stati trasferiti direttamente al finanziamento della guerra: i bilanci pubblici non dimostrano un simile rapporto automatico.

Resta però legittimo chiedersi quali priorità guidino le decisioni politiche, quanto costino le diverse scelte e perché alcuni sacrifici vengano presentati come inevitabili mentre altri sembrino meno negoziabili.

La sicurezza nazionale è una necessità concreta. Lo è altrettanto la sicurezza economica di chi non riesce a vivere dignitosamente del proprio lavoro. Mettere queste esigenze a confronto non significa negare l'una o l'altra, ma pretendere che siano valutate con la stessa serietà.


Quando il profitto diventa un privilegio

Il paradosso emerge quando l'austerità viene invocata soprattutto nei confronti di chi ha meno potere contrattuale. Il disoccupato deve trovare lavoro, il lavoratore accettare i sacrifici, il pensionato accontentarsi. A chi dispone di grandi patrimoni, invece, quali obblighi corrispondono al potere di influenzare i mercati, beneficiare delle infrastrutture pubbliche e partecipare a un sistema economico reso possibile anche dal lavoro altrui?

Diventare ricchi non è una colpa. Il profitto può premiare il talento, l'innovazione, il rischio imprenditoriale e la capacità di creare valore. Ma nessuna impresa prospera in un vuoto sociale: anche l'attività più innovativa dipende da lavoratori, conoscenze, infrastrutture, istituzioni e comunità.

Il problema nasce quando il successo viene considerato esclusivamente merito individuale, mentre i costi delle crisi e delle trasformazioni produttive vengono distribuiti sulla collettività.


L'economia dello scarto

È qui che ritorna l'economia dello scarto. Quando un'impresa riduce il personale per recuperare efficienza, può migliorare i propri conti, ma il lavoratore espulso dal processo produttivo non scompare. Rimane una persona che deve vivere, mantenere una famiglia e immaginare un futuro.

Se la società non gli offre strumenti per ricollocarsi, formarsi o affrontare la transizione, il risparmio aziendale può trasformarsi in precarietà, impoverimento del territorio e maggiore spesa sociale.

La questione non è impedire alle imprese di riorganizzarsi. È capire se il progresso debba necessariamente trasformare una parte degli esseri umani in materiale di scarto. Se la produttività cresce grazie alla tecnologia, perché i suoi benefici dovrebbero tradursi soltanto in maggiori rendimenti per il capitale e non anche in salari migliori, orari più sostenibili, formazione e nuove opportunità?


Una sola vita, nessun risarcimento nell'aldilà

Per secoli, la speranza di una ricompensa ultraterrena ha aiutato molte persone a dare un significato alla sofferenza. Ma la storia religiosa non è stata soltanto una predica di rassegnazione: ha anche alimentato opere di solidarietà e richiami morali rivolti ai potenti.

Oggi, per chi non crede in Dio, la questione assume una forma ancora più radicale. Se non esiste un'altra vita nella quale le ingiustizie saranno riparate, non possiamo rimandare a un aldilà la giustizia che siamo capaci di costruire qui.

Abbiamo una vita sola. Una sola occasione per amare, studiare, lavorare, crescere i figli e godere del tempo che ci appartiene. Chi trascorre decenni nella povertà non recupererà quegli anni attraverso una promessa futura. Chi perde il lavoro in età avanzata non può essere risarcito moralmente dall'annuncio che l'economia nazionale è cresciuta.

E chi vive nell'insicurezza non trova necessariamente conforto nel sapere che qualcuno, altrove, ha accumulato una fortuna immensa.

Non si tratta di pretendere che tutti abbiano lo stesso reddito o di negare il valore dell'impegno individuale. Si tratta di garantire opportunità reali, salari dignitosi, una spesa pubblica trasparente e una distribuzione dei sacrifici che non penalizzi sistematicamente chi ha meno strumenti per difendersi.


Il bestiario del risentimento

Nel Bestiario Italiano, la creatura più interessante non è necessariamente il ricco che accumula, né il povero che protesta, né il politico che promette. È il cittadino convinto che, per migliorare la propria condizione, sia sufficiente peggiorare quella di qualcuno che sta più in basso.

Guarda con sospetto il sussidio del vicino, ma raramente si domanda chi stabilisca i salari, come vengano distribuiti i vantaggi della produttività, quali interessi orientino la spesa pubblica e perché il potere economico riesca talvolta a trasformarsi in influenza politica.

La sua convinzione più rassicurante è che la povertà degli altri sia la causa della propria fatica. La sua più grande delusione arriva quando, dopo aver contribuito a togliere qualcosa a chi aveva meno, scopre che la propria vita non è migliorata.

Forse è questa la trappola più efficace: convincere chi sta in basso a combattere chi gli sta appena sotto, lasciando indisturbate le strutture che determinano la distribuzione della ricchezza e del potere.

Una società può sopravvivere alle disuguaglianze. Più difficile è giustificarle quando diventano così profonde da separare chi dispone di tutte le possibilità da chi trascorre l'intera esistenza cercando di assicurarsi l'essenziale.

Il problema non è che alcuni diventino miliardari. È che ci si abitui all'idea che la felicità di pochi sia un prezzo accettabile per la disperazione di molti.

E allora la domanda da lasciare al lettore è semplice: se abbiamo una sola vita, perché dovremmo accettare che la possibilità di viverla dignitosamente dipenda dal posto che occupiamo nella gerarchia economica?

La vera civiltà non si misura da quanto riesce ad arricchire chi è già forte, ma da quanto impedisce che chi è debole venga considerato sacrificabile.

martedì 29 settembre 2026

Studia al Sud, lavora al Nord: il grande paradosso italiano

Il ragazzo parte con una valigia che non contiene soltanto vestiti. Dentro ci sono vent'anni di scuola, gli esami universitari, le tasse pagate, i sacrifici dei genitori, le ore passate sui libri mentre qualcun altro già lavorava. C'è una laurea che dovrebbe rappresentare il punto d'arrivo di un percorso e che invece, per molti giovani meridionali, rischia di diventare quasi un biglietto ferroviario.

Non sempre parte perché è disoccupato. Ed è questa la parte più interessante della storia. Parte perché il lavoro che cerca è a trecento, cinquecento, settecento chilometri da casa; perché la sua qualifica, identica sulla carta a quella di un ragazzo del Nord, può avere un valore completamente diverso a seconda del luogo nel quale prova a spenderla; perché davanti a lui non c'è necessariamente il deserto, ma qualche volta un mercato del lavoro semplicemente troppo piccolo, troppo affollato o troppo poco disposto a trasformare la sua formazione in una possibilità concreta.

E allora accade qualcosa di straordinario: il Mezzogiorno sostiene una parte del costo della formazione, il giovane studia al Sud e il Nord, spesso, ne raccoglie il frutto.

Non è una storia di buoni e cattivi e non è nemmeno la solita favola del Sud arretrato contrapposto al Nord virtuoso. È qualcosa di più scomodo: la storia di un Paese nel quale il luogo in cui una persona viene formata e quello in cui riesce a costruire la propria vita stanno diventando sempre più spesso due luoghi diversi. Quando questa storia si ripete per migliaia di persone, non è più soltanto una storia personale: diventa demografia, economia, politica del territorio.

Diventa, soprattutto, una domanda alla quale l'Italia continua a rispondere con troppa facilità: se formiamo i nostri giovani perché poi debbano andare a lavorare altrove, chi stiamo formando davvero?



Il vecchio emigrante non esiste più

Per molto tempo abbiamo raccontato l'emigrazione meridionale attraverso un'immagine precisa: il ragazzo senza lavoro che prendeva il treno verso il Nord, la valigia di cartone, la fabbrica, il dormitorio, la grande città industriale. Era un'immagine reale, ma oggi non basta più.

Una parte importante della nuova emigrazione meridionale è composta da persone istruite, laureate, professionalizzate. Non sono necessariamente persone che non hanno trovato nulla: sono persone che, dopo aver studiato, confrontano ciò che il territorio di origine può offrire con ciò che possono trovare altrove.

E questa differenza cambia completamente la natura del fenomeno. Secondo i dati ISTAT più recenti, tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni: circa 122 mila si sono trasferiti verso il Centro-Nord e altri 28 mila hanno scelto l'estero. La Campania rappresenta una quota particolarmente rilevante dei flussi meridionali diretti verso il Centro-Nord.

Non stiamo dunque parlando soltanto di persone che cercano un qualsiasi lavoro, ma anche di persone che cercano il lavoro corrispondente alla persona che sono diventate dopo anni di formazione.


La Campania perde popolazione, ma soprattutto perde futuro

La fotografia demografica della Campania è ormai difficile da ignorare. La popolazione regionale è passata da 5.593.906 abitanti alla fine del 2023 a 5.582.337 alla fine del 2024. Nel solo 2024 il saldo migratorio interno è stato negativo per 18.460 persone, mentre il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e morti, è stato negativo per altre 15.436. L'immigrazione dall'estero attenua il fenomeno, ma non lo annulla.

Nel 2025 il saldo migratorio interno campano è rimasto negativo, intorno alle 17 mila unità.

Questi numeri, presi da soli, raccontano una regione che perde abitanti. Ma i numeri demografici hanno un difetto: non raccontano mai chi se ne va. Quando a partire sono soprattutto persone giovani, il problema non è semplicemente che una regione diventa meno popolosa: diventa più vecchia. E quando partono persone altamente istruite, il territorio perde contemporaneamente popolazione e capitale umano.

È una doppia sottrazione.


Il laureato campano e la geografia della laurea

La laurea non garantisce automaticamente che il lavoro venga trovato vicino a casa. Una persona può possedere un titolo perfettamente spendibile sul mercato nazionale e scoprire che la sua spendibilità concreta cambia radicalmente a seconda della regione.

I dati SVIMEZ sui laureati formati nelle università campane mostrano bene questo fenomeno: tre anni dopo la laurea, circa il 65% risulta occupato nel Mezzogiorno, mentre una quota significativa lavora nel Centro-Nord — circa il 12,5% nel Nord-Ovest, il 6,2% nel Nord-Est e il 13,5% nel Centro — oltre a una piccola quota all'estero.

In altre parole, circa un laureato campano su tre, tre anni dopo la laurea, lavora fuori dal Mezzogiorno.

Questo dato non dimostra che tutti siano partiti perché «al Sud non c'è lavoro», e sarebbe una semplificazione sostenerlo. Qualcuno avrà trovato un salario migliore, qualcuno una grande azienda, qualcuno un percorso professionale più interessante e qualcuno sarà semplicemente partito perché nel proprio settore le opportunità erano più numerose altrove. La parola «fuga», quindi, rischia di mettere insieme fenomeni diversi.


Non esiste una sola emigrazione

C'è chi parte perché non trova lavoro, chi fugge dal sottoutilizzo del proprio titolo — un'occupazione precaria, poco pagata o distante dalle competenze acquisite — e chi invece si sposta perché, pur lavorando, ritiene che altrove esistano opportunità migliori. C'è poi una quarta forma, forse la più interessante di tutte: il lavoro esiste, ma non nel luogo in cui vive il lavoratore.

È qui che la geografia diventa protagonista. Un titolo di studio può essere nazionale, mentre il mercato del lavoro continua ad avere una fortissima dimensione territoriale. La stessa competenza può essere scarsamente richiesta in una provincia e molto ricercata a cinquecento chilometri di distanza.


La scuola è l'esempio perfetto

La scuola italiana mostra questo meccanismo in maniera quasi brutale. Nel Mezzogiorno esiste una forte concentrazione di aspiranti docenti e, contemporaneamente, in diverse aree del Centro-Nord emergono difficoltà nel reperire insegnanti per determinate discipline e segmenti scolastici.

Il risultato è apparentemente assurdo: la stessa abilitazione, lo stesso titolo e la stessa persona possono avere possibilità professionali molto diverse a seconda della regione nella quale cercano di utilizzarli. La qualifica è nazionale, il posto è territoriale.

Per questo la scuola costituisce uno dei casi più evidenti di come la mobilità meridionale non possa essere spiegata soltanto con la parola «disoccupazione». Nel 2026, secondo dati riportati sulla mobilità interregionale dei docenti, oltre 53 mila insegnanti meridionali hanno presentato domanda di mobilità verso altre regioni e circa 28.600 hanno ottenuto il trasferimento. Il dato va letto come fotografia della mobilità scolastica e non come misura dell'intera emigrazione meridionale, ma il meccanismo è evidente: una persona può essere perfettamente qualificata e contemporaneamente trovarsi dalla parte sbagliata della mappa.

E allora parte.


Il problema non sono soltanto i titoli di studio

Qui bisognerebbe evitare un'altra semplificazione molto diffusa: «al Sud ci sono troppi laureati». Troppi rispetto a cosa? Rispetto alla popolazione, alle imprese, ai posti pubblici, alla struttura produttiva o alle competenze effettivamente richieste?

La domanda corretta è se esista una sufficiente corrispondenza tra ciò che il sistema educativo produce, ciò che le imprese chiedono e ciò che il territorio è in grado di assorbire.

Le previsioni Excelsior per la Campania nel quinquennio 2025-2029 indicano un fabbisogno complessivo di centinaia di migliaia di lavoratori, con richieste distribuite tra servizi alle persone, servizi alle imprese, commercio, industria, costruzioni, pubblica amministrazione, turismo e agricoltura. Tra i percorsi di istruzione terziaria maggiormente richiesti compaiono economia, insegnamento e formazione, sanità e ingegneria.

La realtà è quindi molto più complicata della formula «laureati senza lavoro». Il territorio ha bisogno di competenze, ma non necessariamente di tutte le competenze nello stesso momento, nello stesso luogo e nella stessa quantità.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso.


La laurea non è inutile. Può essere semplicemente lontana

Un ragazzo può studiare economia in Campania e trovare lavoro. Ma se a Milano incontra decine di aziende che cercano il suo profilo e nella sua provincia ne trova poche, la scelta di partire non nasce necessariamente dalla disperazione: nasce dalla dimensione del mercato.

Un ingegnere può trovare un impiego in Campania, ma scoprire che il settore industriale nel quale vuole specializzarsi è molto più sviluppato in Emilia-Romagna, Lombardia o Veneto. Un informatico può lavorare da remoto, ma può anche scegliere di vivere vicino alle aziende e alle reti professionali nelle quali si concentrano le opportunità. Un aspirante insegnante può trovarsi davanti a graduatorie affollate al Sud e incarichi più facilmente accessibili in alcune aree settentrionali.

La geografia continua dunque a contare anche nell'epoca di Internet. Anzi, in alcuni casi conta proprio perché le competenze sono diventate più mobili.


Il vero costo dell'emigrazione

Quando parte un disoccupato, il territorio perde un lavoratore. Quando parte un laureato, perde anche una parte dell'investimento formativo compiuto negli anni precedenti. Ma il costo più grande arriva dopo.

Quel giovane potrebbe diventare un lavoratore stabile, una coppia, un genitore, un contribuente, un consumatore, un professionista, un imprenditore, un insegnante, un amministratore, un volontario. Potrebbe costruire una famiglia e comprare una casa; potrebbe contribuire alla vita del paese nel quale è cresciuto.

Quando parte, tutte queste possibilità si spostano altrove.

È per questo che l'emigrazione giovanile non è soltanto un problema del mercato del lavoro: è un problema demografico. Meno giovani significano meno famiglie; meno famiglie significano meno nascite; meno nascite significano una popolazione più anziana. Una popolazione più anziana modifica la domanda di servizi e riduce progressivamente la disponibilità futura di forza lavoro, mentre un mercato del lavoro più piccolo può offrire meno possibilità di specializzazione.

Così il fenomeno rischia di alimentarsi da solo: il giovane parte perché le opportunità sono altrove, e le opportunità rimangono altrove anche perché i giovani sono partiti.


Il capitale che non compare nei bilanci

C'è poi qualcosa che le statistiche economiche fanno fatica a misurare: il capitale relazionale.

Un territorio non è soltanto un insieme di aziende, ma una rete di famiglie, amicizie, professionisti, associazioni, istituzioni, scuole e università. Per qualcuno questa rete rende possibile restare; per qualcun altro, invece, l'assenza di una rete sufficientemente forte rende più conveniente seguire il mercato del lavoro.

E qui il fenomeno diventa ancora più ingiusto nella percezione di chi lo vive, perché due giovani con la stessa laurea possono trovarsi davanti a due Italie diverse. Uno ha una famiglia che può aiutarlo, una casa disponibile, una rete di conoscenze e un'opportunità locale; l'altro ha soprattutto il proprio titolo di studio. Il primo può permettersi di aspettare, il secondo può dover partire.

Così quella che nelle statistiche appare come una libera scelta di mobilità può essere, nella vita concreta, il risultato di una distribuzione molto diversa delle risorse economiche e relazionali.


Non bisogna trattenere i giovani. Bisogna dare loro una ragione per restare

C'è però un punto sul quale sarebbe sbagliato cadere nella retorica. Un giovane non ha il dovere di restare nel luogo in cui è nato e non deve sacrificare il proprio futuro per migliorare il saldo demografico della propria regione. Se a Bologna, Milano, Torino o Padova trova ciò che cerca, può essere perfettamente razionale che parta.

Il problema nasce quando partire diventa l'unico modo sistematico per trasformare la propria formazione in una vita professionale soddisfacente.

Un territorio sano non dovrebbe impedire ai propri giovani di partire, ma metterli nella condizione di poter scegliere se partire.

La differenza sembra sottile, ma non lo è.

Partire perché si vuole è mobilità. Partire perché altrimenti non si può costruire la propria vita è un'altra cosa.

E forse è proprio qui che si trova il cuore del problema meridionale: non nella fuga, ma nella mancanza di scelta.


Alla fine arriva il treno

Forse il problema non è che il Sud faccia partire i suoi giovani. Il problema è che, troppo spesso, li fa partire proprio quando ha finito di formarli.

Per vent'anni una famiglia accompagna un figlio attraverso la scuola, sostenendo libri, trasporti, università, affitti e sacrifici. Il territorio costruisce scuole e università, lo Stato finanzia una parte di quel percorso e poi arriva il momento in cui quella persona dovrebbe restituire qualcosa al luogo dal quale proviene: lavorare, consumare, costruire una famiglia, pagare imposte, partecipare alla vita della comunità.

Ed è proprio allora che arriva il treno.

Non sempre è un treno della disperazione. A volte è un treno della speranza. Ed è questo che rende il fenomeno ancora più difficile da raccontare: non puoi convincere un giovane a restare se per lui partire significa semplicemente avere una vita professionale migliore. Non puoi chiamare «fuga dei cervelli» ogni scelta di mobilità e non puoi pretendere che l'amore per il proprio territorio sostituisca uno stipendio, una carriera o un posto di lavoro.

Ma un Paese dovrebbe interrogarsi quando la libertà di scegliere diventa, per intere generazioni, una libertà esercitabile soprattutto lontano da casa.

Perché alla fine il conto non arriva soltanto nelle statistiche dell'emigrazione. Arriva nei paesi con le scuole che chiudono, nelle culle vuote, nelle case abitate da anziani mentre i figli vivono a centinaia di chilometri, nei piccoli negozi che perdono clienti, nelle associazioni che perdono volontari e nelle comunità che invecchiano senza ricambio.

Il paradosso italiano può allora essere raccontato con una frase molto semplice: il Sud non è soltanto il luogo dal quale si parte per trovare un lavoro. È sempre più spesso il luogo nel quale si studia per poter lavorare altrove.

E questa è una differenza enorme. Perché quando emigra un disoccupato, perdi un lavoratore. Quando emigra un giovane formato, perdi anche una parte del futuro.

Il punto, però, non è chiedere ai giovani di restare. È chiedere alla politica perché, dopo decenni di interventi sul Mezzogiorno, la scelta di restare continui così spesso a costare una rinuncia professionale.

La libertà di movimento è un diritto e la mobilità può essere una risorsa. Ma una politica territoriale non dovrebbe limitarsi a finanziare la formazione di persone che poi il mercato più forte attirerà altrove; dovrebbe interrogarsi su come trasformare quella formazione in imprese, lavoro qualificato, ricerca, servizi, carriere e possibilità di vita anche nei territori che oggi perdono popolazione.

Non basta dunque dire ai giovani «resta». Bisogna costruire le condizioni perché possano rispondere «resto perché ne vale la pena».

Ed è qui che il problema dell'emigrazione diventa un problema politico nel senso più concreto del termine: chi decide dove si concentrano le opportunità decide anche, almeno in parte, dove le persone potranno costruire il proprio futuro.

Il Sud non sta semplicemente esportando persone. Sta esportando possibilità.

E se questa dinamica diventa strutturale, la domanda non è più soltanto perché i giovani partano.

La domanda politica diventa molto più dura:

che cosa deve cambiare perché, per una generazione, restare possa tornare a essere una scelta e non una rinuncia?

venerdì 18 settembre 2026

Il vero fallimento del Reddito di cittadinanza non era il reddito

Tutti contro il divano. Quasi nessuno contro un sistema che non sa riportare al lavoro chi ne è stato espulso.

Per anni l'Italia ha avuto bisogno di un nemico facile e lo ha trovato nel percettore del Reddito di cittadinanza: il fannullone, quello che non vuole lavorare, quello che preferisce stare sul divano mentre qualcun altro paga. La caricatura era perfetta, talmente perfetta da permettere alla politica, ai mezzi d'informazione e a una parte dell'opinione pubblica di evitare la domanda veramente scomoda: se una persona non lavora, chi deve occuparsi concretamente di riportarla dentro il mercato del lavoro? Perché il Reddito di cittadinanza, almeno nelle intenzioni originarie, non doveva essere semplicemente un bancomat per i poveri. Doveva mettere insieme sostegno economico, formazione, orientamento, presa in carico e soprattutto una profonda riforma dei servizi pubblici per l'impiego. Il problema è che in Italia è arrivato molto più facilmente il sussidio della macchina necessaria a farlo funzionare. E questa non è una differenza secondaria: è il cuore del problema.



Abbiamo importato il sussidio senza importare la macchina del lavoro

Da anni guardiamo alla Germania e alla Bundesagentur für Arbeit come esempio di un servizio pubblico capace di intervenire realmente nel mercato del lavoro. Non significa che la Germania abbia trovato la formula magica o che basti copiarla. Significa capire una cosa elementare: un Centro per l'impiego non dovrebbe essere semplicemente un ufficio nel quale una persona viene registrata come disoccupata e poi lasciata alla propria iniziativa. Dovrebbe conoscere il lavoratore, le sue competenze, le sue carenze, le imprese del territorio, le professioni che stanno scomparendo e quelle che stanno nascendo; dovrebbe costruire percorsi realistici e avere una qualche responsabilità sul risultato. In Italia, invece, abbiamo avuto per troppo tempo una macchina burocratica alla quale abbiamo chiesto di svolgere una funzione strategica, e poi ci siamo meravigliati perché non funzionava. È come pretendere che una bicicletta faccia il lavoro di un'automobile e, quando non ci riesce, accusare il passeggero.


Il disoccupato italiano è diventato il colpevole perfetto

La politica italiana ha scoperto una soluzione straordinariamente comoda: quando il mercato del lavoro non funziona, la colpa può essere trasferita sul disoccupato. Se rifiuta un lavoro, è sfaticato; se non lo trova, non si impegna abbastanza; se ha bisogno di formazione, deve aggiornarsi; se è troppo vecchio, deve reinventarsi; se non conosce il digitale, deve impararlo; se ha perso il lavoro dopo venticinque anni nella stessa azienda, deve diventare imprenditore di sé stesso. E se, dopo tutto questo, non riesce comunque a rientrare nel mercato, arriva la sentenza finale: non ha voglia di lavorare. È una narrazione comoda perché non pretende di cambiare nulla. Se la responsabilità è sempre dell'individuo, il sistema può continuare tranquillamente a non interrogarsi sulle proprie responsabilità.


Ma il mercato del lavoro non è una lotteria equa

C'è una verità che la retorica del "basta volerlo" evita accuratamente di considerare: il mercato del lavoro non domanda tutte le persone allo stesso modo. Un venticinquenne e un cinquantacinquenne non partono necessariamente dalla stessa posizione; un laureato con competenze richieste dal mercato non è nella stessa situazione di un lavoratore con una qualifica diventata obsoleta; una persona che vive in un territorio industriale non ha le stesse possibilità di chi vive in un'area dove le opportunità sono poche. Soprattutto, un lavoratore che perde il posto a 55 anni non può essere trattato come un ragazzo che deve entrare per la prima volta nel mondo del lavoro. Ha un problema diverso. Ma l'Italia continua troppo spesso a costruire politiche come se esistesse un unico grande disoccupato astratto, uguale in ogni età, territorio e condizione professionale.


E gli ultracinquantenni?

Qui arriva il punto che nessuno ama davvero affrontare. Abbiamo prodotto per anni incentivi all'assunzione dei giovani, e giustamente: un Paese deve favorire l'ingresso delle nuove generazioni nel lavoro. Ma mentre celebravamo l'ingresso dei giovani, che cosa facevamo con quelli che venivano espulsi dal mercato a cinquanta, cinquantacinque o sessant'anni? Gli dicevamo di aggiornarsi, li mandavamo a qualche corso, promettevamo la riqualificazione e poi li rimettevamo sul mercato a competere con persone venti o trent'anni più giovani. Questa non è una politica del lavoro: è una forma elegante di abbandono. Perché una persona può essere perfettamente capace di lavorare e, nello stesso tempo, essere diventata poco interessante per il mercato. Sono due cose completamente diverse.


Gli esodati hanno mostrato quanto può essere brutale il sistema

La vicenda degli esodati avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Quando cambiano le regole previdenziali, il lavoratore non è una casella astratta dentro un foglio Excel: esiste una persona che ha fatto scelte sulla base delle regole allora vigenti e che può ritrovarsi improvvisamente in una terra di nessuno, senza stipendio, senza pensione e con possibilità di ricollocazione sempre più ridotte. Al di là delle specifiche responsabilità normative e delle successive salvaguardie, quella vicenda ha mostrato una verità che l'Italia preferisce non guardare: quando perdi il lavoro a una certa età, non perdi soltanto uno stipendio. Puoi perdere la tua collocazione sociale, la tua autonomia, la tua identità professionale e perfino la fiducia nella possibilità di ricominciare.


La grande ipocrisia della riqualificazione

Poi abbiamo inventato una parola bellissima: reskilling. Sembra quasi una formula magica. Hai cinquantacinque anni? Reskilling. Hai una qualifica che non serve più? Reskilling. Hai lavorato trent'anni in un settore in declino? Reskilling. Come se bastasse frequentare un corso per cancellare età, esperienza, territorio, salari, disponibilità delle imprese e concorrenza. La formazione è fondamentale, ma la formazione non crea automaticamente domanda di lavoro. Puoi formare mille persone in una determinata professione e scoprire poi che il territorio ne assorbe cento. A quel punto non hai risolto il problema: hai semplicemente prodotto mille persone certificate in una professione che il mercato non è in grado di assorbire. Anche la formazione, se scollegata dalla domanda reale, può diventare un altro gigantesco mercato della speranza.


Il vero scandalo è che abbiamo discusso del divano e non della macchina

Il Reddito di cittadinanza aveva certamente difetti: problemi di progettazione, controlli, incentivi, condizionalità e difficoltà nel distinguere situazioni profondamente diverse. Ma la discussione pubblica ha commesso un errore ancora più grave: ha trasformato una questione gigantesca di politica del lavoro in una guerra morale contro i poveri. Il percettore è diventato il simbolo di tutto ciò che non funzionava, mentre si parlava molto meno dei Centri per l'impiego inefficienti, della formazione scollegata dalle esigenze produttive, delle difficoltà delle imprese ad assumere lavoratori maturi, della desertificazione industriale di alcuni territori, dell'invecchiamento della popolazione e della perdita di valore di intere professionalità. È molto più facile fotografare uno sul divano che fotografare un sistema incapace di costruire un percorso credibile per farlo rialzare.


E adesso abbiamo cambiato nome

Il Reddito di cittadinanza è stato ridimensionato e sostituito da nuovi strumenti, fino all'attuale sistema di sostegno all'inclusione. Ma cambiare il nome non risolve il problema. La domanda rimane intatta: che cosa facciamo di chi è povero, disoccupato e difficilmente occupabile? E soprattutto, che cosa facciamo di chi ha cinquantacinque o sessant'anni, non può più contare sulle politiche dedicate ai giovani e non possiede una professionalità che il mercato considera appetibile? Possiamo continuare a dirgli che deve avere più iniziativa, mandarlo a un altro corso, fargli compilare un altro curriculum e convocarlo all'ennesimo Centro per l'impiego. Possiamo persino spiegargli che deve essere flessibile. Ma prima o poi bisognerà avere il coraggio di ammettere che non tutti quelli che sono fuori dal mercato del lavoro ci sono finiti perché non hanno voglia di lavorare. Alcuni ci sono finiti perché il mercato è cambiato, altri perché la loro professione è scomparsa, altri perché hanno superato un'età che il mercato considera scomoda, altri ancora perché vivono nel territorio sbagliato o perché hanno perso il lavoro nel momento peggiore possibile.


Il vero fallimento italiano

Il vero fallimento del Reddito di cittadinanza, allora, non è stato semplicemente aver dato un sussidio. È stato non essere riusciti a trasformare quel sussidio in un ponte: un ponte tra povertà e lavoro, tra disoccupazione e occupazione, tra una vecchia professionalità e una nuova, tra una persona espulsa dal mercato e un'impresa disposta a reinserirla, tra lo Stato che paga e lo Stato che accompagna. Abbiamo costruito un'intera discussione sul costo del ponte, ma quasi nessuno ha avuto il coraggio di chiedere se quel ponte fosse mai stato costruito.

E allora la prossima volta che qualcuno parlerà del percettore del Reddito di cittadinanza come del fannullone che sta sul divano, sarebbe forse il caso di fargli una domanda molto semplice: se domani quel cinquantaquattrenne si alza dal divano, dove dovrebbe andare?

Perché se la risposta è soltanto "al Centro per l'impiego", forse il problema non è il suo divano.

Forse è l'Italia che, da vent'anni, non sa costruire una porta abbastanza grande per farlo rientrare.

La sanità pubblica sta morendo. E il privato presenta il conto

La sanità pubblica italiana sta perdendo la sua funzione fondamentale: garantire a tutti il diritto di curarsi. Le liste d'attesa si all...