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martedì 29 settembre 2026

Studia al Sud, lavora al Nord: il grande paradosso italiano

Il ragazzo parte con una valigia che non contiene soltanto vestiti. Dentro ci sono vent'anni di scuola, gli esami universitari, le tasse pagate, i sacrifici dei genitori, le ore passate sui libri mentre qualcun altro già lavorava. C'è una laurea che dovrebbe rappresentare il punto d'arrivo di un percorso e che invece, per molti giovani meridionali, rischia di diventare quasi un biglietto ferroviario.

Non sempre parte perché è disoccupato. Ed è questa la parte più interessante della storia. Parte perché il lavoro che cerca è a trecento, cinquecento, settecento chilometri da casa; perché la sua qualifica, identica sulla carta a quella di un ragazzo del Nord, può avere un valore completamente diverso a seconda del luogo nel quale prova a spenderla; perché davanti a lui non c'è necessariamente il deserto, ma qualche volta un mercato del lavoro semplicemente troppo piccolo, troppo affollato o troppo poco disposto a trasformare la sua formazione in una possibilità concreta.

E allora accade qualcosa di straordinario: il Mezzogiorno sostiene una parte del costo della formazione, il giovane studia al Sud e il Nord, spesso, ne raccoglie il frutto.

Non è una storia di buoni e cattivi e non è nemmeno la solita favola del Sud arretrato contrapposto al Nord virtuoso. È qualcosa di più scomodo: la storia di un Paese nel quale il luogo in cui una persona viene formata e quello in cui riesce a costruire la propria vita stanno diventando sempre più spesso due luoghi diversi. Quando questa storia si ripete per migliaia di persone, non è più soltanto una storia personale: diventa demografia, economia, politica del territorio.

Diventa, soprattutto, una domanda alla quale l'Italia continua a rispondere con troppa facilità: se formiamo i nostri giovani perché poi debbano andare a lavorare altrove, chi stiamo formando davvero?



Il vecchio emigrante non esiste più

Per molto tempo abbiamo raccontato l'emigrazione meridionale attraverso un'immagine precisa: il ragazzo senza lavoro che prendeva il treno verso il Nord, la valigia di cartone, la fabbrica, il dormitorio, la grande città industriale. Era un'immagine reale, ma oggi non basta più.

Una parte importante della nuova emigrazione meridionale è composta da persone istruite, laureate, professionalizzate. Non sono necessariamente persone che non hanno trovato nulla: sono persone che, dopo aver studiato, confrontano ciò che il territorio di origine può offrire con ciò che possono trovare altrove.

E questa differenza cambia completamente la natura del fenomeno. Secondo i dati ISTAT più recenti, tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni: circa 122 mila si sono trasferiti verso il Centro-Nord e altri 28 mila hanno scelto l'estero. La Campania rappresenta una quota particolarmente rilevante dei flussi meridionali diretti verso il Centro-Nord.

Non stiamo dunque parlando soltanto di persone che cercano un qualsiasi lavoro, ma anche di persone che cercano il lavoro corrispondente alla persona che sono diventate dopo anni di formazione.


La Campania perde popolazione, ma soprattutto perde futuro

La fotografia demografica della Campania è ormai difficile da ignorare. La popolazione regionale è passata da 5.593.906 abitanti alla fine del 2023 a 5.582.337 alla fine del 2024. Nel solo 2024 il saldo migratorio interno è stato negativo per 18.460 persone, mentre il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e morti, è stato negativo per altre 15.436. L'immigrazione dall'estero attenua il fenomeno, ma non lo annulla.

Nel 2025 il saldo migratorio interno campano è rimasto negativo, intorno alle 17 mila unità.

Questi numeri, presi da soli, raccontano una regione che perde abitanti. Ma i numeri demografici hanno un difetto: non raccontano mai chi se ne va. Quando a partire sono soprattutto persone giovani, il problema non è semplicemente che una regione diventa meno popolosa: diventa più vecchia. E quando partono persone altamente istruite, il territorio perde contemporaneamente popolazione e capitale umano.

È una doppia sottrazione.


Il laureato campano e la geografia della laurea

La laurea non garantisce automaticamente che il lavoro venga trovato vicino a casa. Una persona può possedere un titolo perfettamente spendibile sul mercato nazionale e scoprire che la sua spendibilità concreta cambia radicalmente a seconda della regione.

I dati SVIMEZ sui laureati formati nelle università campane mostrano bene questo fenomeno: tre anni dopo la laurea, circa il 65% risulta occupato nel Mezzogiorno, mentre una quota significativa lavora nel Centro-Nord — circa il 12,5% nel Nord-Ovest, il 6,2% nel Nord-Est e il 13,5% nel Centro — oltre a una piccola quota all'estero.

In altre parole, circa un laureato campano su tre, tre anni dopo la laurea, lavora fuori dal Mezzogiorno.

Questo dato non dimostra che tutti siano partiti perché «al Sud non c'è lavoro», e sarebbe una semplificazione sostenerlo. Qualcuno avrà trovato un salario migliore, qualcuno una grande azienda, qualcuno un percorso professionale più interessante e qualcuno sarà semplicemente partito perché nel proprio settore le opportunità erano più numerose altrove. La parola «fuga», quindi, rischia di mettere insieme fenomeni diversi.


Non esiste una sola emigrazione

C'è chi parte perché non trova lavoro, chi fugge dal sottoutilizzo del proprio titolo — un'occupazione precaria, poco pagata o distante dalle competenze acquisite — e chi invece si sposta perché, pur lavorando, ritiene che altrove esistano opportunità migliori. C'è poi una quarta forma, forse la più interessante di tutte: il lavoro esiste, ma non nel luogo in cui vive il lavoratore.

È qui che la geografia diventa protagonista. Un titolo di studio può essere nazionale, mentre il mercato del lavoro continua ad avere una fortissima dimensione territoriale. La stessa competenza può essere scarsamente richiesta in una provincia e molto ricercata a cinquecento chilometri di distanza.


La scuola è l'esempio perfetto

La scuola italiana mostra questo meccanismo in maniera quasi brutale. Nel Mezzogiorno esiste una forte concentrazione di aspiranti docenti e, contemporaneamente, in diverse aree del Centro-Nord emergono difficoltà nel reperire insegnanti per determinate discipline e segmenti scolastici.

Il risultato è apparentemente assurdo: la stessa abilitazione, lo stesso titolo e la stessa persona possono avere possibilità professionali molto diverse a seconda della regione nella quale cercano di utilizzarli. La qualifica è nazionale, il posto è territoriale.

Per questo la scuola costituisce uno dei casi più evidenti di come la mobilità meridionale non possa essere spiegata soltanto con la parola «disoccupazione». Nel 2026, secondo dati riportati sulla mobilità interregionale dei docenti, oltre 53 mila insegnanti meridionali hanno presentato domanda di mobilità verso altre regioni e circa 28.600 hanno ottenuto il trasferimento. Il dato va letto come fotografia della mobilità scolastica e non come misura dell'intera emigrazione meridionale, ma il meccanismo è evidente: una persona può essere perfettamente qualificata e contemporaneamente trovarsi dalla parte sbagliata della mappa.

E allora parte.


Il problema non sono soltanto i titoli di studio

Qui bisognerebbe evitare un'altra semplificazione molto diffusa: «al Sud ci sono troppi laureati». Troppi rispetto a cosa? Rispetto alla popolazione, alle imprese, ai posti pubblici, alla struttura produttiva o alle competenze effettivamente richieste?

La domanda corretta è se esista una sufficiente corrispondenza tra ciò che il sistema educativo produce, ciò che le imprese chiedono e ciò che il territorio è in grado di assorbire.

Le previsioni Excelsior per la Campania nel quinquennio 2025-2029 indicano un fabbisogno complessivo di centinaia di migliaia di lavoratori, con richieste distribuite tra servizi alle persone, servizi alle imprese, commercio, industria, costruzioni, pubblica amministrazione, turismo e agricoltura. Tra i percorsi di istruzione terziaria maggiormente richiesti compaiono economia, insegnamento e formazione, sanità e ingegneria.

La realtà è quindi molto più complicata della formula «laureati senza lavoro». Il territorio ha bisogno di competenze, ma non necessariamente di tutte le competenze nello stesso momento, nello stesso luogo e nella stessa quantità.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso.


La laurea non è inutile. Può essere semplicemente lontana

Un ragazzo può studiare economia in Campania e trovare lavoro. Ma se a Milano incontra decine di aziende che cercano il suo profilo e nella sua provincia ne trova poche, la scelta di partire non nasce necessariamente dalla disperazione: nasce dalla dimensione del mercato.

Un ingegnere può trovare un impiego in Campania, ma scoprire che il settore industriale nel quale vuole specializzarsi è molto più sviluppato in Emilia-Romagna, Lombardia o Veneto. Un informatico può lavorare da remoto, ma può anche scegliere di vivere vicino alle aziende e alle reti professionali nelle quali si concentrano le opportunità. Un aspirante insegnante può trovarsi davanti a graduatorie affollate al Sud e incarichi più facilmente accessibili in alcune aree settentrionali.

La geografia continua dunque a contare anche nell'epoca di Internet. Anzi, in alcuni casi conta proprio perché le competenze sono diventate più mobili.


Il vero costo dell'emigrazione

Quando parte un disoccupato, il territorio perde un lavoratore. Quando parte un laureato, perde anche una parte dell'investimento formativo compiuto negli anni precedenti. Ma il costo più grande arriva dopo.

Quel giovane potrebbe diventare un lavoratore stabile, una coppia, un genitore, un contribuente, un consumatore, un professionista, un imprenditore, un insegnante, un amministratore, un volontario. Potrebbe costruire una famiglia e comprare una casa; potrebbe contribuire alla vita del paese nel quale è cresciuto.

Quando parte, tutte queste possibilità si spostano altrove.

È per questo che l'emigrazione giovanile non è soltanto un problema del mercato del lavoro: è un problema demografico. Meno giovani significano meno famiglie; meno famiglie significano meno nascite; meno nascite significano una popolazione più anziana. Una popolazione più anziana modifica la domanda di servizi e riduce progressivamente la disponibilità futura di forza lavoro, mentre un mercato del lavoro più piccolo può offrire meno possibilità di specializzazione.

Così il fenomeno rischia di alimentarsi da solo: il giovane parte perché le opportunità sono altrove, e le opportunità rimangono altrove anche perché i giovani sono partiti.


Il capitale che non compare nei bilanci

C'è poi qualcosa che le statistiche economiche fanno fatica a misurare: il capitale relazionale.

Un territorio non è soltanto un insieme di aziende, ma una rete di famiglie, amicizie, professionisti, associazioni, istituzioni, scuole e università. Per qualcuno questa rete rende possibile restare; per qualcun altro, invece, l'assenza di una rete sufficientemente forte rende più conveniente seguire il mercato del lavoro.

E qui il fenomeno diventa ancora più ingiusto nella percezione di chi lo vive, perché due giovani con la stessa laurea possono trovarsi davanti a due Italie diverse. Uno ha una famiglia che può aiutarlo, una casa disponibile, una rete di conoscenze e un'opportunità locale; l'altro ha soprattutto il proprio titolo di studio. Il primo può permettersi di aspettare, il secondo può dover partire.

Così quella che nelle statistiche appare come una libera scelta di mobilità può essere, nella vita concreta, il risultato di una distribuzione molto diversa delle risorse economiche e relazionali.


Non bisogna trattenere i giovani. Bisogna dare loro una ragione per restare

C'è però un punto sul quale sarebbe sbagliato cadere nella retorica. Un giovane non ha il dovere di restare nel luogo in cui è nato e non deve sacrificare il proprio futuro per migliorare il saldo demografico della propria regione. Se a Bologna, Milano, Torino o Padova trova ciò che cerca, può essere perfettamente razionale che parta.

Il problema nasce quando partire diventa l'unico modo sistematico per trasformare la propria formazione in una vita professionale soddisfacente.

Un territorio sano non dovrebbe impedire ai propri giovani di partire, ma metterli nella condizione di poter scegliere se partire.

La differenza sembra sottile, ma non lo è.

Partire perché si vuole è mobilità. Partire perché altrimenti non si può costruire la propria vita è un'altra cosa.

E forse è proprio qui che si trova il cuore del problema meridionale: non nella fuga, ma nella mancanza di scelta.


Alla fine arriva il treno

Forse il problema non è che il Sud faccia partire i suoi giovani. Il problema è che, troppo spesso, li fa partire proprio quando ha finito di formarli.

Per vent'anni una famiglia accompagna un figlio attraverso la scuola, sostenendo libri, trasporti, università, affitti e sacrifici. Il territorio costruisce scuole e università, lo Stato finanzia una parte di quel percorso e poi arriva il momento in cui quella persona dovrebbe restituire qualcosa al luogo dal quale proviene: lavorare, consumare, costruire una famiglia, pagare imposte, partecipare alla vita della comunità.

Ed è proprio allora che arriva il treno.

Non sempre è un treno della disperazione. A volte è un treno della speranza. Ed è questo che rende il fenomeno ancora più difficile da raccontare: non puoi convincere un giovane a restare se per lui partire significa semplicemente avere una vita professionale migliore. Non puoi chiamare «fuga dei cervelli» ogni scelta di mobilità e non puoi pretendere che l'amore per il proprio territorio sostituisca uno stipendio, una carriera o un posto di lavoro.

Ma un Paese dovrebbe interrogarsi quando la libertà di scegliere diventa, per intere generazioni, una libertà esercitabile soprattutto lontano da casa.

Perché alla fine il conto non arriva soltanto nelle statistiche dell'emigrazione. Arriva nei paesi con le scuole che chiudono, nelle culle vuote, nelle case abitate da anziani mentre i figli vivono a centinaia di chilometri, nei piccoli negozi che perdono clienti, nelle associazioni che perdono volontari e nelle comunità che invecchiano senza ricambio.

Il paradosso italiano può allora essere raccontato con una frase molto semplice: il Sud non è soltanto il luogo dal quale si parte per trovare un lavoro. È sempre più spesso il luogo nel quale si studia per poter lavorare altrove.

E questa è una differenza enorme. Perché quando emigra un disoccupato, perdi un lavoratore. Quando emigra un giovane formato, perdi anche una parte del futuro.

Il punto, però, non è chiedere ai giovani di restare. È chiedere alla politica perché, dopo decenni di interventi sul Mezzogiorno, la scelta di restare continui così spesso a costare una rinuncia professionale.

La libertà di movimento è un diritto e la mobilità può essere una risorsa. Ma una politica territoriale non dovrebbe limitarsi a finanziare la formazione di persone che poi il mercato più forte attirerà altrove; dovrebbe interrogarsi su come trasformare quella formazione in imprese, lavoro qualificato, ricerca, servizi, carriere e possibilità di vita anche nei territori che oggi perdono popolazione.

Non basta dunque dire ai giovani «resta». Bisogna costruire le condizioni perché possano rispondere «resto perché ne vale la pena».

Ed è qui che il problema dell'emigrazione diventa un problema politico nel senso più concreto del termine: chi decide dove si concentrano le opportunità decide anche, almeno in parte, dove le persone potranno costruire il proprio futuro.

Il Sud non sta semplicemente esportando persone. Sta esportando possibilità.

E se questa dinamica diventa strutturale, la domanda non è più soltanto perché i giovani partano.

La domanda politica diventa molto più dura:

che cosa deve cambiare perché, per una generazione, restare possa tornare a essere una scelta e non una rinuncia?

domenica 20 settembre 2026

Il Sud è davvero una colonia?

Tra mito neoborbonico e realtà della questione meridionale

C'è una tesi che ritorna periodicamente nel dibattito sulla questione meridionale: il Mezzogiorno non sarebbe semplicemente una parte d'Italia rimasta indietro, ma il territorio sconfitto di una guerra di conquista. Secondo la narrazione neoborbonica, il Regno di Sardegna avrebbe conquistato il Regno delle Due Sicilie, trasferito verso il Nord ricchezze e risorse e soffocato i primi nuclei di industrializzazione meridionale, trasformando il Sud in una sorta di colonia agricola.

È una ricostruzione completamente inventata? No. Ma contiene elementi reali all'interno di una spiegazione molto più semplice della realtà.



Conquista o unificazione?

L'unificazione italiana non fu un processo pacifico. Ci furono guerre, repressioni, opposizioni armate, brigantaggio e profonde trasformazioni degli equilibri politici ed economici. Il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere e il suo territorio venne incorporato nel nuovo Regno d'Italia.

Da questo punto di vista, parlare di conquista non è necessariamente privo di fondamento. Ma assimilare il processo alla colonizzazione europea dell'Africa o delle Americhe è un'altra cosa.

Una colonia classica nasce generalmente dal dominio politico di una potenza esterna su un territorio sottoposto. Nel caso italiano il Mezzogiorno venne invece incorporato nello stesso Stato nazionale del resto della penisola. L'espressione colonia interna può tuttavia essere utile per descrivere una situazione nella quale una regione appartenente allo stesso Stato assume nel tempo una posizione economicamente e politicamente subordinata rispetto ad altre.

Il concetto, dunque, non è assurdo. Ma non dimostra da solo l'esistenza di un progetto coloniale deliberato.


Il Sud non era un paradiso prima del 1861

Qui la narrazione neoborbonica incontra il primo limite.

Il Regno delle Due Sicilie possedeva importanti risorse e centri produttivi. Napoli era una grande capitale europea; esistevano cantieri navali, arsenali, manifatture e iniziative tecnologiche. Pietrarsa, Castellammare e Mongiana non possono essere cancellate dalla storia.

Ma il Regno non era neppure il paradiso industriale che alcune ricostruzioni nostalgiche descrivono. L'analfabetismo era elevato, la società fortemente gerarchica, la proprietà fondiaria concentrata e l'industrializzazione complessivamente limitata rispetto alle grandi economie europee.

La situazione, quindi, era più contraddittoria: importanti eccellenze produttive inserite in una struttura economica e sociale ancora fragile.


L'Unità e la crisi di alcune industrie

Un elemento della critica neoborbonica, però, è concreto: l'Unità modificò radicalmente le condizioni nelle quali operavano le imprese meridionali.

Con la scomparsa dei confini tra gli antichi Stati italiani, le aziende delle Due Sicilie entrarono in un mercato nazionale molto più vasto. Quelle che avevano beneficiato del sistema protezionistico borbonico dovettero confrontarsi con una concorrenza diversa e, in alcuni casi, non furono in grado di reggerla.

Ma il fenomeno non fu uniforme. Castellammare continuò la propria attività industriale; Pietrarsa non venne semplicemente cancellata; altre realtà, come Mongiana, entrarono invece in una crisi profonda.

Questo rende difficile sostenere sia che l'industria meridionale venne distrutta in blocco, sia che l'Unità non ebbe conseguenze negative.

La questione va posta diversamente: quali attività riuscirono ad adattarsi al nuovo mercato e quali, invece, persero progressivamente competitività?


La geografia dell'industrializzazione

Per rispondere bisogna uscire dalla sola dimensione politica.

L'Italia postunitaria entrò in una fase nella quale energia, infrastrutture, capitale e dimensione del mercato diventavano decisivi. Il Paese disponeva di poche riserve di carbone rispetto alle principali potenze industriali europee; con l'elettrificazione acquistò quindi un'importanza crescente l'energia idroelettrica.

Le Alpi e le Prealpi offrivano condizioni particolarmente favorevoli. A questo si aggiungeva la Pianura Padana, la più vasta area pianeggiante della penisola, con agricoltura sviluppata, grandi centri urbani, infrastrutture, mercati e collegamenti verso l'Europa centrale.

Il Mezzogiorno disponeva anch'esso di risorse idriche e sviluppò importanti impianti idroelettrici, ma partiva da condizioni territoriali, infrastrutturali e finanziarie differenti.

Nelle prime fasi dell'elettrificazione, inoltre, la distanza tra produzione e consumo costituiva un vincolo più forte di quanto sarebbe diventato successivamente. L'industrializzazione tendeva così a concentrarsi dove già esistevano capitale, competenze, infrastrutture e mercati.

Non era necessario un piano per "deindustrializzare" il Sud: la concentrazione degli investimenti poteva produrre da sola un processo cumulativo di sviluppo.

Dove arrivavano più capitali nascevano più industrie; dove c'erano più industrie si formavano più competenze; dove aumentavano competenze e infrastrutture diventavano più convenienti nuovi investimenti.


La colonia interna

È proprio qui che il concetto di colonia interna acquista un significato interessante.

Una regione può assumere una posizione subordinata anche senza essere stata trasformata deliberatamente in colonia da un governo. Se nel tempo capitale, industrie, infrastrutture e opportunità occupazionali si concentrano in alcune aree, mentre altre diventano soprattutto fornitrici di prodotti agricoli, materie prime, manodopera e consumatori, può instaurarsi una relazione di dipendenza.

La subordinazione, dunque, può essere un risultato storico senza essere necessariamente un progetto prestabilito.

Questo non significa negare le responsabilità dello Stato unitario nelle sue scelte economiche e politiche. Significa però distinguere tra una politica deliberata di sfruttamento e gli effetti, spesso asimmetrici, dell'integrazione di economie territorialmente molto diverse.


Il ruolo delle élite meridionali

C'è poi un elemento che la spiegazione neoborbonica tende a trascurare: le élite meridionali non furono semplicemente vittime passive dell'Unità.

Una parte della nobiltà e dei grandi proprietari si adattò al nuovo Stato. E quando, nel Novecento, il latifondo perse progressivamente il proprio peso e la monarchia scomparve, non scomparvero automaticamente le reti personali attraverso cui il potere veniva esercitato.

Cambiarono gli uomini e le istituzioni, ma in alcune aree sopravvissero clientelismo, voto organizzato, intermediazione personale e costruzione di feudi elettorali.

Non è necessario trasformare il cosiddetto "familismo amorale" in una caratteristica eterna dei meridionali. È più utile considerarlo come uno dei possibili meccanismi attraverso cui, in presenza di istituzioni deboli, rapporti personali e interessi particolari possono prevalere sulla costruzione di beni pubblici e istituzioni efficienti.


Criminalità e dipendenza

Lo stesso ragionamento vale per la criminalità organizzata.

Mafia e camorra hanno assunto nel tempo un peso economico e politico enorme in diverse aree del Mezzogiorno, ma da questo non deriva la necessità di immaginare che siano state create o mantenute da un oscuro progetto settentrionale per impedire lo sviluppo del Sud.

È sufficiente osservare un meccanismo più concreto: istituzioni deboli, economia illegale, clientelismo e criminalità possono alimentarsi reciprocamente, creando condizioni nelle quali lo sviluppo diventa più difficile.

Anche qui, quindi, il problema può riprodursi senza che esista un unico regista.


Il fondo di verità del neoborbonismo

Alla fine rimane una verità scomoda.

La critica neoborbonica coglie alcuni elementi reali: l'Unità fu anche un processo militare e coercitivo; il nuovo mercato nazionale produsse vincitori e perdenti; alcune industrie meridionali entrarono in crisi; le politiche dello Stato italiano contribuirono in determinati momenti ad ampliare gli squilibri territoriali.

Ma da questi fatti non deriva automaticamente la narrazione di un Sud prospero trasformato deliberatamente in colonia agricola.

Il Mezzogiorno aveva già profonde fragilità. L'industrializzazione dipese anche da geografia, energia, infrastrutture, capitale umano e accumulazione degli investimenti. Le élite meridionali non furono estranee alla costruzione dei nuovi equilibri e, nel tempo, clientelismo e criminalità contribuirono a riprodurre alcune condizioni di debolezza.

La storia del Sud, quindi, non è né quella di un paradiso distrutto dai piemontesi né quella di una regione semplicemente arretrata per colpa dei suoi abitanti.

È la storia di un territorio che partiva da condizioni fragili, fu inserito in un nuovo sistema nazionale nel quale esistevano forti asimmetrie e finì per sviluppare una posizione subordinata che, nel tempo, venne riprodotta da fattori esterni e interni.


Dal vittimismo alla restanza

Il rischio maggiore della narrazione vittimistica non è soltanto quello di deformare il passato. È quello di trasformare la storia in una condanna.

Se ogni difficoltà contemporanea viene spiegata esclusivamente attraverso ciò che "ci hanno fatto", il presente diventa inevitabile e la responsabilità passa sempre altrove.

La restanza propone invece una prospettiva diversa.

Restare non significa negare le responsabilità storiche dello Stato italiano, né fingere che il divario territoriale non esista. Significa rifiutare l'idea che la storia determini per sempre il destino di un territorio.

Il Sud può riconoscere di essere stato penalizzato da determinati processi storici e, nello stesso tempo, interrogarsi sui meccanismi che oggi continuano a riprodurre le sue debolezze.

È una posizione meno consolatoria, ma più produttiva.

Perché riconoscere una subordinazione storica può restituire dignità.

Trasformarla in una condanna eterna, invece, significa consegnarle il futuro.

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La sanità pubblica italiana sta perdendo la sua funzione fondamentale: garantire a tutti il diritto di curarsi. Le liste d'attesa si all...