mercoledì 30 settembre 2026

La prostituzione italiana e l'ipocrisia delle case chiuse

L'Italia ha chiuso le case di tolleranza nel 1958 e da allora sembra aver risolto il problema con il metodo più italiano che esista: non risolverlo.

La prostituzione non è scomparsa. Non si è dissolta per decreto e non ha ricevuto l'ordine di cessare le proprie attività e, obbediente, non è tornata a casa. Ha semplicemente cambiato indirizzo. Prima c'erano le case di tolleranza, poi sono arrivate le strade, gli appartamenti, gli alberghi, le escort, gli annunci sui giornali e infine Internet. Il mercato è diventato più mobile, più invisibile e più difficile da controllare.

E noi? Noi abbiamo continuato a discutere della morale. È uno dei grandi talenti italiani: quando la realtà diventa complicata, trasformarla in una questione morale per evitare di trasformarla in una questione amministrativa.


La legge Merlin aveva una ragione

Sarebbe troppo facile raccontare la legge Merlin come una sciocchezza del passato. Non lo fu. Il sistema delle case di tolleranza aveva prodotto una prostituzione regolamentata, ma anche una condizione di controllo e segregazione delle donne che vi lavoravano. La Corte costituzionale ha ricordato proprio questo aspetto quando ha ricostruito le ragioni della riforma del 1958.

La legge Merlin nacque dunque da una domanda seria: può lo Stato organizzare e amministrare la prostituzione? La risposta fu no. E quella risposta aveva una sua forza civile. Il problema è ciò che è venuto dopo, perché una volta chiuse le case, lo Stato italiano non ha costruito un sistema alternativo altrettanto strutturato. Ha lasciato una parte del fenomeno in una specie di limbo: la prostituzione dell'adulto non è, in sé, un reato, ma organizzarla può diventarlo.

E così abbiamo creato una delle nostre specialità nazionali: una cosa può essere lecita, purché nessuno provi troppo seriamente a organizzarla.


La grande contraddizione

Facciamo un esperimento mentale. Una donna adulta decide liberamente di prostituirsi. Lo Stato non la arresta. Bene. Ma se quella donna vuole condividere un appartamento con altre donne che fanno la stessa attività? Problema. Se vogliono pagare insieme le spese? Problema. Se vogliono assumere un servizio di sicurezza? Problema. Se vogliono avere una struttura organizzata, con personale amministrativo, contabilità e controlli? Ancora problema.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: stiamo davvero proteggendo la libertà della persona prostituita oppure stiamo rendendo più difficile creare le condizioni nelle quali quella libertà può essere controllata?

Perché c'è una differenza enorme tra una persona che lavora autonomamente in condizioni sicure e una persona che viene spinta in un appartamento clandestino, in una rete di intermediari o in una situazione che le autorità fanno fatica persino a individuare. La clandestinità non è necessariamente sinonimo di libertà. A volte è esattamente il contrario.


Guardiamo per una volta dall'altra parte delle Alpi

In Austria esistono strutture come il Wellcum, in Carinzia, che rappresentano un modello completamente diverso da quello italiano. Non significa che il Wellcum debba diventare il nostro modello e non significa che ogni grande club sia automaticamente virtuoso. Significa una cosa molto più semplice: esiste la possibilità di costruire una struttura commerciale destinata ad adulti consenzienti dentro un quadro legale e regolamentato.


Il Wellcum dichiara di operare con donne autonome e di applicare gli obblighi sanitari previsti dalla legislazione austriaca. Ora immaginiamo per un momento che una struttura analoga sorga in Italia. Non un bordello clandestino, non un luogo dove qualcuno controlla le donne, non una prigione elegante, ma una struttura autorizzata, trasparente, fiscalmente visibile, sottoposta a controlli, con lavoratrici adulte e consenzienti.

Perché dovrebbe essere necessariamente considerata un pericolo maggiore di una prostituzione dispersa in decine di appartamenti e annunci anonimi? Questa è la domanda che la politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare.


Non voglio restaurare le case chiuse

E qui bisogna essere chiarissimi. Non rimpiango il tenutario, la donna registrata, la segregazione, lo Stato che decide dove una prostituta può vivere, lavorare e ricevere clienti, né il controllo del corpo femminile. Non voglio riportare il 1958 indietro. Voglio portare la legge del 1958 nel 2026. Che è un'altra cosa.


Una struttura moderna potrebbe essere sottoposta a licenza, controlli fiscali, norme antincendio, sicurezza sul lavoro, tutela della privacy, verifiche sull'età, controlli contro la tratta e procedure indipendenti per denunciare abusi. E soprattutto dovrebbe essere possibile uscire. Sempre. Senza debiti inventati, senza documenti sequestrati, senza minacce, senza ricatti e senza un padrone.

Perché il confine non dovrebbe essere la prostituzione. Il confine dovrebbe essere la libertà.


Dove finisce il mercato e comincia il crimine

Qui il legislatore dovrebbe diventare molto più preciso. Un adulto che vende sesso volontariamente non è necessariamente una vittima. Un adulto che acquista sesso non è automaticamente un criminale. Un gestore che organizza logisticamente un'attività lecita non dovrebbe essere automaticamente assimilato a uno sfruttatore.

Ma chi picchia, minaccia, ricatta, sequestra, traffica, costringe o sfrutta economicamente una persona deve trovare davanti a sé uno Stato molto più duro.

Perché la vera linea di confine non è prostituzione sì o prostituzione no. La vera linea è consenso o coercizione. E questa linea dovrebbe essere semplice da capire anche per un bambino.


Il paradosso delle vecchie case

Forse è per questo che qualcuno rimpiange le case chiuse. Non necessariamente perché desideri tornare a quel sistema, ma perché ricorda che allora almeno esisteva un luogo, un indirizzo, un gestore, un registro amministrativo, una realtà visibile. Oggi possiamo avere una prostituzione invisibile, frammentata, digitale, itinerante e poi sorprenderci quando scopriamo che lo sfruttamento è difficile da intercettare.

Abbiamo tolto le finestre e ci lamentiamo perché non vediamo più dentro.

Ma attenzione: la soluzione non è ricostruire le vecchie gabbie. È costruire finestre nuove.


La lezione della Nuova Zelanda

La Nuova Zelanda ha scelto una strada diversa. Dal 2003 ha decriminalizzato la prostituzione adulta, accompagnando questa scelta con norme sulla salute, sulla sicurezza e sulle condizioni di lavoro. La valutazione ufficiale del sistema ha rilevato complessivamente un miglioramento delle condizioni delle persone coinvolte, pur riconoscendo che sfruttamento e problemi lavorativi non sono magicamente scomparsi.

Ed è proprio questo il punto. La decriminalizzazione non è l'anarchia. È l'idea che lo Stato possa smettere di trattare la prostituzione consensuale tra adulti come un problema penale e cominciare a trattare tutto ciò che le sta intorno come un problema di diritto, sicurezza, salute e lavoro.

È un cambio di prospettiva. E forse è quello che manca all'Italia.


Una Merlin 2.0

Non abolirei necessariamente la legge Merlin. La riscriverei. Terrei intatto il principio più importante: nessuna persona deve essere costretta a prostituirsi. Ma cambierei la filosofia dell'organizzazione.

Prostituzione adulta consensuale: lecita. Strutture autorizzate: possibili. Cooperative e forme associative: possibili. Fisco e previdenza: ordinari. Sicurezza sanitaria: garantita. Tutela del lavoro: obbligatoria. Minori, tratta, coercizione, violenza, segregazione e sfruttamento: fuori, completamente fuori.

E se una struttura non rispetta queste regole, la si chiude. Non perché vende sesso, ma perché viola la libertà delle persone.

Questa distinzione è fondamentale.


Il vero tabù italiano

Forse il vero tabù non è la prostituzione. È l'idea che si possa regolamentare senza moralizzarla.

Abbiamo paura di dire che due adulti possono fare una scelta che personalmente non condividiamo senza che per questo lo Stato debba necessariamente trasformarla in un reato. Ma abbiamo anche paura dell'opposto: che dietro la parola “libertà” qualcuno nasconda sfruttamento, tratta e violenza.

E allora scegliamo la soluzione più comoda: non decidere.

La Merlin ha chiuso le case. Il mercato è rimasto. La società è cambiata. Internet è arrivato. L'Europa ha sperimentato modelli differenti. La Nuova Zelanda ha scelto la decriminalizzazione. L'Austria consente strutture che in Italia sarebbero difficilissime da immaginare nella stessa forma.

E noi continuiamo a oscillare tra nostalgia delle case chiuse e paura di qualsiasi regolamentazione.

Forse è arrivato il momento di uscire da questa oscillazione.

Non servono nuove gabbie. Non servono nuovi tabù. Non serve neppure fingere che la prostituzione non esista.

Serve uno Stato abbastanza libero da riconoscere il consenso e abbastanza forte da schiacciare la coercizione.

E allora la domanda, caro lettore, è semplice: preferisci una prostituzione che lo Stato non vuole vedere oppure una prostituzione che lo Stato può finalmente vedere, controllare e, quando necessario, fermare?

Perché forse il problema non è che abbiamo chiuso le case.

È che non abbiamo mai costruito le finestre.

martedì 29 settembre 2026

Studia al Sud, lavora al Nord: il grande paradosso italiano

Il ragazzo parte con una valigia che non contiene soltanto vestiti. Dentro ci sono vent'anni di scuola, gli esami universitari, le tasse pagate, i sacrifici dei genitori, le ore passate sui libri mentre qualcun altro già lavorava. C'è una laurea che dovrebbe rappresentare il punto d'arrivo di un percorso e che invece, per molti giovani meridionali, rischia di diventare quasi un biglietto ferroviario.

Non sempre parte perché è disoccupato. Ed è questa la parte più interessante della storia. Parte perché il lavoro che cerca è a trecento, cinquecento, settecento chilometri da casa; perché la sua qualifica, identica sulla carta a quella di un ragazzo del Nord, può avere un valore completamente diverso a seconda del luogo nel quale prova a spenderla; perché davanti a lui non c'è necessariamente il deserto, ma qualche volta un mercato del lavoro semplicemente troppo piccolo, troppo affollato o troppo poco disposto a trasformare la sua formazione in una possibilità concreta.

E allora accade qualcosa di straordinario: il Mezzogiorno sostiene una parte del costo della formazione, il giovane studia al Sud e il Nord, spesso, ne raccoglie il frutto.

Non è una storia di buoni e cattivi e non è nemmeno la solita favola del Sud arretrato contrapposto al Nord virtuoso. È qualcosa di più scomodo: la storia di un Paese nel quale il luogo in cui una persona viene formata e quello in cui riesce a costruire la propria vita stanno diventando sempre più spesso due luoghi diversi. Quando questa storia si ripete per migliaia di persone, non è più soltanto una storia personale: diventa demografia, economia, politica del territorio.

Diventa, soprattutto, una domanda alla quale l'Italia continua a rispondere con troppa facilità: se formiamo i nostri giovani perché poi debbano andare a lavorare altrove, chi stiamo formando davvero?



Il vecchio emigrante non esiste più

Per molto tempo abbiamo raccontato l'emigrazione meridionale attraverso un'immagine precisa: il ragazzo senza lavoro che prendeva il treno verso il Nord, la valigia di cartone, la fabbrica, il dormitorio, la grande città industriale. Era un'immagine reale, ma oggi non basta più.

Una parte importante della nuova emigrazione meridionale è composta da persone istruite, laureate, professionalizzate. Non sono necessariamente persone che non hanno trovato nulla: sono persone che, dopo aver studiato, confrontano ciò che il territorio di origine può offrire con ciò che possono trovare altrove.

E questa differenza cambia completamente la natura del fenomeno. Secondo i dati ISTAT più recenti, tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni: circa 122 mila si sono trasferiti verso il Centro-Nord e altri 28 mila hanno scelto l'estero. La Campania rappresenta una quota particolarmente rilevante dei flussi meridionali diretti verso il Centro-Nord.

Non stiamo dunque parlando soltanto di persone che cercano un qualsiasi lavoro, ma anche di persone che cercano il lavoro corrispondente alla persona che sono diventate dopo anni di formazione.


La Campania perde popolazione, ma soprattutto perde futuro

La fotografia demografica della Campania è ormai difficile da ignorare. La popolazione regionale è passata da 5.593.906 abitanti alla fine del 2023 a 5.582.337 alla fine del 2024. Nel solo 2024 il saldo migratorio interno è stato negativo per 18.460 persone, mentre il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e morti, è stato negativo per altre 15.436. L'immigrazione dall'estero attenua il fenomeno, ma non lo annulla.

Nel 2025 il saldo migratorio interno campano è rimasto negativo, intorno alle 17 mila unità.

Questi numeri, presi da soli, raccontano una regione che perde abitanti. Ma i numeri demografici hanno un difetto: non raccontano mai chi se ne va. Quando a partire sono soprattutto persone giovani, il problema non è semplicemente che una regione diventa meno popolosa: diventa più vecchia. E quando partono persone altamente istruite, il territorio perde contemporaneamente popolazione e capitale umano.

È una doppia sottrazione.


Il laureato campano e la geografia della laurea

La laurea non garantisce automaticamente che il lavoro venga trovato vicino a casa. Una persona può possedere un titolo perfettamente spendibile sul mercato nazionale e scoprire che la sua spendibilità concreta cambia radicalmente a seconda della regione.

I dati SVIMEZ sui laureati formati nelle università campane mostrano bene questo fenomeno: tre anni dopo la laurea, circa il 65% risulta occupato nel Mezzogiorno, mentre una quota significativa lavora nel Centro-Nord — circa il 12,5% nel Nord-Ovest, il 6,2% nel Nord-Est e il 13,5% nel Centro — oltre a una piccola quota all'estero.

In altre parole, circa un laureato campano su tre, tre anni dopo la laurea, lavora fuori dal Mezzogiorno.

Questo dato non dimostra che tutti siano partiti perché «al Sud non c'è lavoro», e sarebbe una semplificazione sostenerlo. Qualcuno avrà trovato un salario migliore, qualcuno una grande azienda, qualcuno un percorso professionale più interessante e qualcuno sarà semplicemente partito perché nel proprio settore le opportunità erano più numerose altrove. La parola «fuga», quindi, rischia di mettere insieme fenomeni diversi.


Non esiste una sola emigrazione

C'è chi parte perché non trova lavoro, chi fugge dal sottoutilizzo del proprio titolo — un'occupazione precaria, poco pagata o distante dalle competenze acquisite — e chi invece si sposta perché, pur lavorando, ritiene che altrove esistano opportunità migliori. C'è poi una quarta forma, forse la più interessante di tutte: il lavoro esiste, ma non nel luogo in cui vive il lavoratore.

È qui che la geografia diventa protagonista. Un titolo di studio può essere nazionale, mentre il mercato del lavoro continua ad avere una fortissima dimensione territoriale. La stessa competenza può essere scarsamente richiesta in una provincia e molto ricercata a cinquecento chilometri di distanza.


La scuola è l'esempio perfetto

La scuola italiana mostra questo meccanismo in maniera quasi brutale. Nel Mezzogiorno esiste una forte concentrazione di aspiranti docenti e, contemporaneamente, in diverse aree del Centro-Nord emergono difficoltà nel reperire insegnanti per determinate discipline e segmenti scolastici.

Il risultato è apparentemente assurdo: la stessa abilitazione, lo stesso titolo e la stessa persona possono avere possibilità professionali molto diverse a seconda della regione nella quale cercano di utilizzarli. La qualifica è nazionale, il posto è territoriale.

Per questo la scuola costituisce uno dei casi più evidenti di come la mobilità meridionale non possa essere spiegata soltanto con la parola «disoccupazione». Nel 2026, secondo dati riportati sulla mobilità interregionale dei docenti, oltre 53 mila insegnanti meridionali hanno presentato domanda di mobilità verso altre regioni e circa 28.600 hanno ottenuto il trasferimento. Il dato va letto come fotografia della mobilità scolastica e non come misura dell'intera emigrazione meridionale, ma il meccanismo è evidente: una persona può essere perfettamente qualificata e contemporaneamente trovarsi dalla parte sbagliata della mappa.

E allora parte.


Il problema non sono soltanto i titoli di studio

Qui bisognerebbe evitare un'altra semplificazione molto diffusa: «al Sud ci sono troppi laureati». Troppi rispetto a cosa? Rispetto alla popolazione, alle imprese, ai posti pubblici, alla struttura produttiva o alle competenze effettivamente richieste?

La domanda corretta è se esista una sufficiente corrispondenza tra ciò che il sistema educativo produce, ciò che le imprese chiedono e ciò che il territorio è in grado di assorbire.

Le previsioni Excelsior per la Campania nel quinquennio 2025-2029 indicano un fabbisogno complessivo di centinaia di migliaia di lavoratori, con richieste distribuite tra servizi alle persone, servizi alle imprese, commercio, industria, costruzioni, pubblica amministrazione, turismo e agricoltura. Tra i percorsi di istruzione terziaria maggiormente richiesti compaiono economia, insegnamento e formazione, sanità e ingegneria.

La realtà è quindi molto più complicata della formula «laureati senza lavoro». Il territorio ha bisogno di competenze, ma non necessariamente di tutte le competenze nello stesso momento, nello stesso luogo e nella stessa quantità.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso.


La laurea non è inutile. Può essere semplicemente lontana

Un ragazzo può studiare economia in Campania e trovare lavoro. Ma se a Milano incontra decine di aziende che cercano il suo profilo e nella sua provincia ne trova poche, la scelta di partire non nasce necessariamente dalla disperazione: nasce dalla dimensione del mercato.

Un ingegnere può trovare un impiego in Campania, ma scoprire che il settore industriale nel quale vuole specializzarsi è molto più sviluppato in Emilia-Romagna, Lombardia o Veneto. Un informatico può lavorare da remoto, ma può anche scegliere di vivere vicino alle aziende e alle reti professionali nelle quali si concentrano le opportunità. Un aspirante insegnante può trovarsi davanti a graduatorie affollate al Sud e incarichi più facilmente accessibili in alcune aree settentrionali.

La geografia continua dunque a contare anche nell'epoca di Internet. Anzi, in alcuni casi conta proprio perché le competenze sono diventate più mobili.


Il vero costo dell'emigrazione

Quando parte un disoccupato, il territorio perde un lavoratore. Quando parte un laureato, perde anche una parte dell'investimento formativo compiuto negli anni precedenti. Ma il costo più grande arriva dopo.

Quel giovane potrebbe diventare un lavoratore stabile, una coppia, un genitore, un contribuente, un consumatore, un professionista, un imprenditore, un insegnante, un amministratore, un volontario. Potrebbe costruire una famiglia e comprare una casa; potrebbe contribuire alla vita del paese nel quale è cresciuto.

Quando parte, tutte queste possibilità si spostano altrove.

È per questo che l'emigrazione giovanile non è soltanto un problema del mercato del lavoro: è un problema demografico. Meno giovani significano meno famiglie; meno famiglie significano meno nascite; meno nascite significano una popolazione più anziana. Una popolazione più anziana modifica la domanda di servizi e riduce progressivamente la disponibilità futura di forza lavoro, mentre un mercato del lavoro più piccolo può offrire meno possibilità di specializzazione.

Così il fenomeno rischia di alimentarsi da solo: il giovane parte perché le opportunità sono altrove, e le opportunità rimangono altrove anche perché i giovani sono partiti.


Il capitale che non compare nei bilanci

C'è poi qualcosa che le statistiche economiche fanno fatica a misurare: il capitale relazionale.

Un territorio non è soltanto un insieme di aziende, ma una rete di famiglie, amicizie, professionisti, associazioni, istituzioni, scuole e università. Per qualcuno questa rete rende possibile restare; per qualcun altro, invece, l'assenza di una rete sufficientemente forte rende più conveniente seguire il mercato del lavoro.

E qui il fenomeno diventa ancora più ingiusto nella percezione di chi lo vive, perché due giovani con la stessa laurea possono trovarsi davanti a due Italie diverse. Uno ha una famiglia che può aiutarlo, una casa disponibile, una rete di conoscenze e un'opportunità locale; l'altro ha soprattutto il proprio titolo di studio. Il primo può permettersi di aspettare, il secondo può dover partire.

Così quella che nelle statistiche appare come una libera scelta di mobilità può essere, nella vita concreta, il risultato di una distribuzione molto diversa delle risorse economiche e relazionali.


Non bisogna trattenere i giovani. Bisogna dare loro una ragione per restare

C'è però un punto sul quale sarebbe sbagliato cadere nella retorica. Un giovane non ha il dovere di restare nel luogo in cui è nato e non deve sacrificare il proprio futuro per migliorare il saldo demografico della propria regione. Se a Bologna, Milano, Torino o Padova trova ciò che cerca, può essere perfettamente razionale che parta.

Il problema nasce quando partire diventa l'unico modo sistematico per trasformare la propria formazione in una vita professionale soddisfacente.

Un territorio sano non dovrebbe impedire ai propri giovani di partire, ma metterli nella condizione di poter scegliere se partire.

La differenza sembra sottile, ma non lo è.

Partire perché si vuole è mobilità. Partire perché altrimenti non si può costruire la propria vita è un'altra cosa.

E forse è proprio qui che si trova il cuore del problema meridionale: non nella fuga, ma nella mancanza di scelta.


Alla fine arriva il treno

Forse il problema non è che il Sud faccia partire i suoi giovani. Il problema è che, troppo spesso, li fa partire proprio quando ha finito di formarli.

Per vent'anni una famiglia accompagna un figlio attraverso la scuola, sostenendo libri, trasporti, università, affitti e sacrifici. Il territorio costruisce scuole e università, lo Stato finanzia una parte di quel percorso e poi arriva il momento in cui quella persona dovrebbe restituire qualcosa al luogo dal quale proviene: lavorare, consumare, costruire una famiglia, pagare imposte, partecipare alla vita della comunità.

Ed è proprio allora che arriva il treno.

Non sempre è un treno della disperazione. A volte è un treno della speranza. Ed è questo che rende il fenomeno ancora più difficile da raccontare: non puoi convincere un giovane a restare se per lui partire significa semplicemente avere una vita professionale migliore. Non puoi chiamare «fuga dei cervelli» ogni scelta di mobilità e non puoi pretendere che l'amore per il proprio territorio sostituisca uno stipendio, una carriera o un posto di lavoro.

Ma un Paese dovrebbe interrogarsi quando la libertà di scegliere diventa, per intere generazioni, una libertà esercitabile soprattutto lontano da casa.

Perché alla fine il conto non arriva soltanto nelle statistiche dell'emigrazione. Arriva nei paesi con le scuole che chiudono, nelle culle vuote, nelle case abitate da anziani mentre i figli vivono a centinaia di chilometri, nei piccoli negozi che perdono clienti, nelle associazioni che perdono volontari e nelle comunità che invecchiano senza ricambio.

Il paradosso italiano può allora essere raccontato con una frase molto semplice: il Sud non è soltanto il luogo dal quale si parte per trovare un lavoro. È sempre più spesso il luogo nel quale si studia per poter lavorare altrove.

E questa è una differenza enorme. Perché quando emigra un disoccupato, perdi un lavoratore. Quando emigra un giovane formato, perdi anche una parte del futuro.

Il punto, però, non è chiedere ai giovani di restare. È chiedere alla politica perché, dopo decenni di interventi sul Mezzogiorno, la scelta di restare continui così spesso a costare una rinuncia professionale.

La libertà di movimento è un diritto e la mobilità può essere una risorsa. Ma una politica territoriale non dovrebbe limitarsi a finanziare la formazione di persone che poi il mercato più forte attirerà altrove; dovrebbe interrogarsi su come trasformare quella formazione in imprese, lavoro qualificato, ricerca, servizi, carriere e possibilità di vita anche nei territori che oggi perdono popolazione.

Non basta dunque dire ai giovani «resta». Bisogna costruire le condizioni perché possano rispondere «resto perché ne vale la pena».

Ed è qui che il problema dell'emigrazione diventa un problema politico nel senso più concreto del termine: chi decide dove si concentrano le opportunità decide anche, almeno in parte, dove le persone potranno costruire il proprio futuro.

Il Sud non sta semplicemente esportando persone. Sta esportando possibilità.

E se questa dinamica diventa strutturale, la domanda non è più soltanto perché i giovani partano.

La domanda politica diventa molto più dura:

che cosa deve cambiare perché, per una generazione, restare possa tornare a essere una scelta e non una rinuncia?

domenica 27 settembre 2026

Ho cancellato i politici italiani. Non la politica.

Perché ho eliminato dal mio blog i protagonisti della Repubblica

A un certo punto ho deciso di cancellare dal mio blog quasi tutti i post dedicati ai politici italiani contemporanei. Destra, sinistra, centro: non ho fatto distinzioni. Ho eliminato anche diversi contenuti dedicati a protagonisti importanti della politica italiana del dopoguerra.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché.

La risposta è semplice, ma non superficiale: non voglio più raccontare l'Italia attraverso i suoi politici.

Non perché la politica italiana non mi interessi. Al contrario. Mi interessa talmente tanto da aver deciso di smettere di occuparmi soltanto dei suoi protagonisti per provare a osservare ciò che sta dietro di loro: i meccanismi del potere, le relazioni, le clientele, le élite, gli interessi economici, le istituzioni, l'informazione e quella particolare capacità italiana di cambiare uomini e partiti lasciando spesso intatte le strutture.

La cancellazione, dunque, non è una rinuncia alla politica.

È un cambio di prospettiva.


Non sono fascista. E non sono monarchico

Voglio chiarire un punto perché, in Italia, ogni critica radicale alla Repubblica rischia immediatamente di essere interpretata attraverso categorie politiche precostituite.

Con il fascismo non ho niente a che vedere.

Sono fortemente critico nei confronti del Ventennio fascista e non ho alcuna intenzione di riabilitarlo. Il fatto che io sia severamente critico verso la Repubblica italiana non significa in alcun modo che io consideri preferibile il regime che l'ha preceduta.

Allo stesso modo, non penso che una restaurazione monarchica cambierebbe necessariamente la sostanza del problema.

Non basta cambiare la forma dello Stato se rimangono gli stessi meccanismi attraverso i quali una classe dirigente esercita il potere, tutela i propri interessi e guarda con sufficiente distanza alle persone che stanno sotto di essa.

Per questo la mia critica non è una nostalgia.

È una critica al potere italiano nel suo complesso.


Dal 1861 a oggi: una classe dirigente che non stimo

Da meridionale non nutro una particolare stima per la classe politica italiana dal 1861 a oggi.

E non lo dico soltanto per la mia provenienza geografica. Nella mia storia familiare esiste anche la memoria di un antenato che fu cavaliere sotto i Borbone. Ma questo non mi trasforma automaticamente in neoborbonico. Non considero fondate al cento per cento le tesi del neoborbonismo e penso che anche la storia del Regno delle Due Sicilie debba essere studiata senza mitologie.

Non ho bisogno di sostituire una mitologia con un'altra.

Non devo trasformare i Borbone in santi per criticare i Savoia. E non devo trasformare la monarchia in un paradiso perduto per criticare la Repubblica.

La storia è molto più complicata.

Ed è proprio questa complessità che mi interessa.


Nemmeno la restaurazione cambierebbe la sostanza

La monarchia, peraltro, non è immune da quella che oggi potremmo definire una logica di familismo del potere.

Il problema non è soltanto ciò che fecero o non fecero i Savoia durante la storia dell'Unità d'Italia. Il problema è l'idea stessa secondo cui la forma istituzionale possa risolvere automaticamente il problema del potere.

Non sarebbe così.

Lo dimostra anche la storia della monarchia italiana.

L'8 settembre 1943 rappresentò una delle crisi più drammatiche della storia nazionale. Dopo l'annuncio dell'armistizio, Vittorio Emanuele III, Badoglio e il seguito reale lasciarono Roma nella notte tra il 9 e il 10 settembre e raggiunsero Brindisi, dove si stabilì il governo del cosiddetto Regno del Sud.

La vicenda è stata oggetto di interpretazioni storiche diverse. Ma esiste un dettaglio, diventato celebre, che rende quasi grottesca la distanza fra la tragedia nazionale e la dimensione privata della corte: nelle memorie di alcuni esponenti alleati viene riportato l'episodio secondo cui, durante il soggiorno a Brindisi, il re avrebbe chiesto delle uova fresche per la regina.

Le uova non sono il problema.

Il problema è ciò che quell'aneddoto può rappresentare.

Mentre un esercito si disgregava, mentre migliaia di militari italiani venivano lasciati senza ordini chiari e mentre il Paese precipitava nel caos, la dimensione della corte poteva apparire separata dalla tragedia collettiva.

Ed è qui che il concetto di familismo amorale, elaborato da Edward C. Banfield nel suo celebre studio sul Mezzogiorno italiano, diventa una chiave di lettura interessante. Banfield descriveva una situazione nella quale l'interesse della propria famiglia o della propria cerchia può prevalere sull'interesse collettivo.

Non considero, però, il familismo amorale una caratteristica genetica del Mezzogiorno né una spiegazione sufficiente dei problemi italiani.

Al contrario, è proprio la storia del potere a suggerirmi una domanda diversa: e se questa logica, in forme differenti, potesse attraversare l'intera società italiana, comprese le sue élite?

Il familismo amorale non deve necessariamente manifestarsi soltanto nella famiglia povera che cerca di proteggere i propri interessi. Può assumere forme molto più sofisticate quando entra nelle reti del potere: la famiglia, la cerchia degli amici, il partito, il gruppo professionale, la corrente, il clan politico, il circuito economico.

In questo senso, il problema non è semplicemente «familiare».

È relazionale.

Ed è proprio qui che il concetto diventa particolarmente interessante per comprendere il Bestiario Italiano.


La Repubblica di Pulcinella

È per questo che, quando definisco provocatoriamente l'Italia una «Repubblica di Pulcinella», non sto dicendo che tutto ciò che è accaduto nella Repubblica sia stato ridicolo, corrotto o privo di valore.

Sto mettendo sotto accusa una certa maniera di esercitare il potere.

Una Repubblica nata dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 non può essere giudicata soltanto attraverso la sua Costituzione o attraverso le intenzioni dei suoi fondatori. Deve essere osservata anche attraverso ciò che è realmente accaduto nei decenni successivi.

E la storia repubblicana italiana è una storia piena di contraddizioni.

Abbiamo avuto una lunga stagione nella quale la Democrazia Cristiana è stata il principale partito di governo, all'interno di un sistema dominato dai partiti e dalle loro articolazioni. Abbiamo avuto la partitocrazia. Abbiamo avuto rapporti tra politica e criminalità organizzata che hanno segnato profondamente la storia della Repubblica. Abbiamo avuto scandali, stragi, deviazioni, clientele e sistemi di potere che ancora oggi fanno parte della memoria nazionale.

E abbiamo avuto una classe politica sempre più percepita da una parte dell'opinione pubblica come una casta separata dal resto del Paese, una percezione resa particolarmente popolare dal lavoro giornalistico di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

Non significa che tutti i politici siano uguali.

Non lo sono.

Significa che il problema non può essere risolto semplicemente sostituendo un nome con un altro.


Il berlusconismo e la mutazione della sinistra

Poi è arrivato il berlusconismo.

Non soltanto Silvio Berlusconi come individuo, ma un intero modello politico, culturale e comunicativo che ha modificato profondamente la politica italiana.

E, parallelamente, abbiamo assistito alla trasformazione della sinistra italiana.

Dopo la fine del comunismo e la dissoluzione del riferimento sovietico, una parte della sinistra ha progressivamente abbandonato alcune delle proprie categorie tradizionali e si è avvicinata a un paradigma economico e politico sempre più compatibile con il neoliberismo.

Anche questo, per me, è un fenomeno storico da comprendere.

Non mi interessa stabilire quale parte abbia avuto sempre ragione.

Mi interessa capire perché l'intero sistema abbia prodotto determinate trasformazioni e quali interessi abbiano accompagnato quei cambiamenti.

Perché mentre destra e sinistra continuavano a combattersi sul piano elettorale, molte dinamiche profonde della società italiana continuavano a riprodursi.


Il problema non sono i politici. È il sistema che li produce

È questa la ragione per cui ho eliminato quei post.

Un articolo su un politico può essere interessante oggi e diventare irrilevante tra cinque anni. Una polemica elettorale può dominare il dibattito per qualche settimana e poi scomparire.

Ma il clientelismo resta.

Il trasformismo resta.

Il familismo, nelle sue diverse forme, resta.

Il potere relazionale resta.

Le reti di influenza restano.

Il rapporto ambiguo tra politica, economia, amministrazione, informazione e professioni resta.

E soprattutto resta una domanda: come viene realmente distribuito il potere in Italia?

È questa la domanda che mi interessa.

Non mi interessa più inseguire il politico del momento. Mi interessa capire l'ecosistema che permette a determinati comportamenti di riprodursi indipendentemente dal nome scritto sulla scheda elettorale.


Il Bestiario deve scendere sotto la superficie

Per questo il Bestiario Italiano può fare ciò che il mio blog internazionale non fa.

Nel blog rivolto al pubblico internazionale posso parlare dell'irrilevanza crescente dell'Italia nel contesto globale. Posso osservare il Paese dall'esterno e chiedermi quale sia oggi il suo peso reale.

Nel Bestiario Italiano, invece, posso scendere sotto la superficie.

Posso chiedermi perché siamo arrivati fin qui.

Posso parlare della mentalità clientelare, del familismo amorale, delle reti di potere, delle complicità, delle classi dirigenti, delle élite locali, del rapporto fra politica e criminalità organizzata, della trasformazione della sinistra, del berlusconismo, della partitocrazia e di tutti quei meccanismi che non scompaiono semplicemente perché cambia il governo.

È questo il mio vero oggetto di studio.

Non il singolo animale.

La giungla.


Ho cancellato i nomi per poter vedere meglio il sistema

Questa è quindi la ragione più profonda della mia scelta editoriale.

Ho cancellato i politici italiani perché non voglio che il Bestiario Italiano diventi un archivio di tifoserie.

Non voglio costruire una galleria di buoni e cattivi.

Non voglio sostituire una propaganda con un'altra.

Voglio osservare il potere.

E voglio farlo anche quando il potere non porta una cravatta istituzionale, non occupa un seggio parlamentare e non compare nei titoli dei giornali.

Perché spesso il potere più interessante è quello che non ha bisogno di presentarsi come potere.

Ed è proprio lì che comincia il mio Bestiario.

Ho cancellato i politici italiani.

Non ho cancellato la politica.

Ho semplicemente deciso di guardare più in profondità.

venerdì 25 settembre 2026

La superiorità morale non passa dalle urne

Dalla questione morale alla presunta inferiorità dell'elettore

C'è una curiosa contraddizione nella politica italiana contemporanea. Una parte della sinistra continua a considerarsi la principale depositaria della legalità, del senso civico, della cultura e della solidarietà. Eppure, proprio nei territori nei quali governa da decenni, non sempre riesce a trasformare questa presunta superiorità morale in una maggioranza politica autosufficiente. Per vincere deve spesso costruire coalizioni molto larghe, nelle quali convivono progressisti, riformisti, ambientalisti, civici, centristi, moderati e pezzi di tradizioni politiche che hanno ben poco a che vedere con la vecchia cultura comunista. Non è una contraddizione necessariamente patologica: le coalizioni fanno parte della democrazia. Ma diventa interessante quando si confronta questa realtà con una narrazione politica che per decenni ha rappresentato il proprio campo come quello della maggiore moralità pubblica.

La questione morale italiana ha del resto una storia seria, che non dovrebbe essere banalizzata. Nel 1981 Enrico Berlinguer denunciava la degenerazione dei partiti e soprattutto la loro occupazione delle istituzioni. La sua critica non riguardava semplicemente il politico che prende una tangente: riguardava il rapporto patologico fra partiti, Stato, enti pubblici, banche, aziende, amministrazioni e potere. Berlinguer denunciava un sistema nel quale i partiti rischiavano di diventare federazioni di correnti e camarille, utilizzando le istituzioni come strumenti della propria riproduzione. Era una critica alla struttura del potere, non una teoria sull'inferiorità morale degli elettori degli altri partiti. Ed è importante ricordarlo, perché la successiva evoluzione della questione morale ha prodotto qualcosa di molto diverso.


Tangentopoli e la costruzione della diversità

Con Tangentopoli il sistema della Prima Repubblica viene travolto. Le inchieste giudiziarie colpiscono soprattutto i partiti che avevano costituito per decenni l'ossatura del governo nazionale e contribuiscono alla dissoluzione della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista e degli altri partiti del pentapartito. Il mondo comunista, trasformato nel frattempo in PDS, entra nella Seconda Repubblica in una posizione particolare: non è identificato nella stessa misura con il sistema di governo che Mani Pulite sta demolendo e può quindi conservare una parte importante di quella diversità politica e morale che Berlinguer aveva rivendicato anni prima. Non significa che il mondo comunista fosse immune da ogni illecito o da ogni rapporto ambiguo con il potere; significa che il terremoto giudiziario produce anche un enorme effetto di redistribuzione della legittimità politica.

Poi arriva Berlusconi e la questione morale assume una nuova forma. La contrapposizione non è più soltanto quella fra comunisti e democristiani o socialisti. Diventa progressivamente quella fra il centrosinistra, rappresentato come difesa delle istituzioni e della legalità, e il berlusconismo, rappresentato dai suoi avversari come intreccio fra politica, interessi economici, conflitto d'interessi, condoni, rapporti opachi e, in alcuni casi, vicinanze con ambienti criminali. Le singole vicende hanno naturalmente avuto natura e sviluppi giudiziari differenti e non possono essere messe tutte nello stesso calderone. Ma sul piano culturale il risultato è stato molto forte: la legalità è diventata una componente centrale dell'identità politica della sinistra italiana e, parallelamente, una parte del centrodestra è stata rappresentata come il campo della deroga, dell'eccezione, del privilegio e dell'interesse particolare.

Fin qui, nulla di necessariamente illegittimo. Una forza politica ha tutto il diritto di rivendicare la propria idea di legalità e di denunciare le condotte che ritiene incompatibili con lo Stato di diritto. Il problema nasce quando da questa rivendicazione si compie un salto ulteriore: quando non ci si limita più a giudicare comportamenti, amministrazioni o politici, ma si comincia a giudicare moralmente l'elettorato che vota dall'altra parte.



L'elettore che non arriva oltre lo zerbino

Nasce così una figura quasi letteraria: l'elettore di destra ignorante, poco istruito, funzionalmente analfabeta, individualista, egoista, incapace di comprendere la complessità del mondo, interessato soltanto alla propria casa, al proprio portafoglio e ai propri interessi immediati. L'elettore di sinistra, al contrario, viene rappresentato come più colto, informato, empatico, altruista, sensibile ai problemi degli ultimi e dotato di maggiore senso civico. Non è sempre detto esplicitamente, naturalmente. Spesso è una rappresentazione implicita, disseminata nel modo in cui vengono interpretati i risultati elettorali.

È una rappresentazione rassicurante, perché consente di spiegare facilmente una sconfitta: se gli altri hanno votato diversamente, non è necessariamente perché abbiano interessi differenti, valori differenti o una diversa interpretazione della realtà. Potrebbero semplicemente non aver capito. Se hanno capito e votano comunque diversamente, allora forse sono egoisti. Se sono egoisti, è comprensibile che votino a destra. Il ragionamento si chiude perfettamente su se stesso.

Ma c'è un problema: istruzione, intelligenza, cultura, senso civico, altruismo ed empatia non sono la stessa cosa. Un titolo di studio può descrivere un percorso educativo, non certificare la moralità di una persona. Una persona istruita può essere opportunista; una persona con pochi studi può possedere un fortissimo senso della comunità. Un cittadino può essere individualista nelle proprie convinzioni economiche e contemporaneamente essere un padre, una madre, un vicino, un volontario o una persona che dedica una parte della propria vita agli altri. Non esiste una tessera elettorale che trasformi automaticamente una preferenza politica in una virtù.

E qui c'è persino un paradosso storico per una sinistra che affonda le proprie radici nel movimento operaio. Il vecchio PCI non era il partito dei laureati e delle élite culturali. Era anche il partito degli operai, dei contadini, dei braccianti, degli emigranti interni, delle persone che avevano avuto meno accesso all'istruzione e alla cultura. Una delle sue ambizioni storiche era proprio quella di trasformare persone escluse dai circuiti culturali ed economici dominanti in cittadini consapevoli e politicamente partecipi. Sarebbe quindi curioso che l'erede di quella tradizione arrivasse a utilizzare il basso livello di istruzione come spiegazione della presunta inferiorità politica di una parte dell'elettorato.


La questione morale e l'immagine di una cleptocrazia

La narrazione della questione morale produce poi un altro effetto. Se per decenni si racconta che una parte politica è quella della legalità mentre l'altra è quella degli interessi privati, dei corrotti, degli evasori, dei condoni, delle clientele e delle connivenze, nell'immaginario collettivo si può finire per costruire la rappresentazione di un Paese governato quasi da una cleptocrazia: una classe politica che utilizza sistematicamente le istituzioni per appropriarsi delle risorse pubbliche, favorire gli amici, proteggere gli interessi privati e mantenere rapporti più o meno opachi con il potere economico e criminale.

La parola è forte, e proprio per questo bisogna usarla con cautela. L'Italia ha conosciuto Tangentopoli, corruzione, finanziamento illecito, clientelismo, voto di scambio, infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni e rapporti documentati fra politica, economia e criminalità organizzata. Ma da questo non deriva che l'intero sistema politico italiano sia una cleptocrazia, né che milioni di cittadini che votano un determinato schieramento siano complici di questi fenomeni. Una cosa è documentare la corruzione e perseguire chi la commette. Un'altra è trasformare l'esistenza della corruzione nella spiegazione morale del voto di milioni di persone.

È proprio qui che la questione morale rischia di diventare una questione morale dell'altro. Il mio campo rappresenterebbe le istituzioni, il tuo gli interessi privati; io voterei per la legalità, tu per chi vuole aggirarla; io sarei interessato al bene comune, tu soltanto al tuo zerbino di casa. A quel punto non stiamo più discutendo di programmi, amministrazioni e comportamenti concreti. Stiamo costruendo una gerarchia morale fra cittadini.


La corruzione non ha colore

La realtà, però, è molto meno ordinata. La corruzione è trasversale. Il clientelismo è trasversale. Il trasformismo è trasversale. Il familismo è trasversale. E la criminalità organizzata non possiede una particolare predilezione ideologica per una parte politica: cerca soprattutto accesso, convenienza, protezione, informazioni, relazioni e possibilità di trasformare il proprio potere economico in potere sociale e politico.

È proprio questo che rende importante parlare di area grigia. La criminalità organizzata non ha bisogno che ogni interlocutore sia un criminale. Ha bisogno di trovare persone inserite nel mondo legale attraverso le quali ottenere ciò che da sola non potrebbe ottenere. Imprenditori, professionisti, funzionari, amministratori e politici possono diventare, in circostanze diverse e con responsabilità diverse, punti di contatto fra il mondo criminale e quello legale. Le relazioni fra mafia, economia e politica sono state oggetto di numerose indagini e relazioni istituzionali proprio perché il fenomeno non può essere ridotto alla caricatura del mafioso con la coppola che stringe la mano al politico apertamente corrotto.

È una realtà molto più inquietante: il potere criminale può cercare persone rispettabili perché la rispettabilità è utile. E proprio per questo l'idea che il problema appartenga naturalmente a un solo campo politico è una semplificazione pericolosa.

Non ha senso chiedersi quale elettorato sia “mafioso”. Ha senso chiedersi quali meccanismi consentano alla criminalità organizzata di costruire relazioni con la politica, con l'economia e con la pubblica amministrazione. Non ha senso trasformare il voto per un partito nella prova della complicità con i suoi eventuali esponenti corrotti. Ha senso pretendere che ogni politico risponda delle proprie azioni, indipendentemente dal simbolo sotto il quale è stato eletto.


Il politico “al di sopra di ogni sospetto”

La storia della corruzione e delle infiltrazioni criminali contiene anche una lezione elementare: chi commette un illecito non porta necessariamente scritto sulla fronte di essere un criminale. Altrimenti sarebbe molto più facile individuarlo.

L'idea del politico “al di sopra di ogni sospetto” dovrebbe ricordarci proprio questo. La rispettabilità pubblica non costituisce una certificazione preventiva di innocenza, così come una reputazione controversa non costituisce una prova di colpevolezza. Le responsabilità si accertano attraverso fatti, indagini, sentenze, controlli e procedure previste dalla legge.

Questo dovrebbe valere anche per la politica. Se un esponente della sinistra viene coinvolto in una vicenda di corruzione, non significa che la sinistra sia corrotta. Se un esponente della destra viene coinvolto in una vicenda di mafia, non significa che tutti gli elettori di destra siano mafiosi. Se un amministratore di un partito qualsiasi utilizza il proprio ruolo per favorire interessi privati, la responsabilità è sua e di chi eventualmente abbia concorso nel fatto, non di milioni di cittadini che hanno votato quel simbolo.

Sembra banale. Ma la banalità, in politica, spesso è ciò che si dimentica più facilmente.


La superiorità morale non viene certificata dalle urne

E allora torniamo al punto di partenza. La sinistra italiana ha costruito una parte importante della propria identità sulla questione morale e sulla difesa della legalità. È una tradizione politica legittima e ha alle proprie spalle una storia importante. Ma la legalità non è una proprietà privata della sinistra, così come la trasgressione delle regole non è una caratteristica genetica della destra.

Le urne, del resto, non certificano la superiorità morale di nessuno.

Quando un elettore vota, non sta necessariamente premiando un'intera antropologia. Può votare per una questione fiscale, per la sicurezza, per un interesse territoriale, per una convinzione culturale, per un candidato, per un giudizio sull'amministrazione uscente o semplicemente perché considera un'altra proposta politica più vicina alle proprie idee. Ridurre tutte queste motivazioni alla stupidità, all'egoismo o alla complicità con un sistema criminale significa rinunciare a comprendere una parte del Paese.

E forse è proprio questo il punto più interessante.

Una forza politica che considera moralmente inferiori coloro che non la votano può conservare una forte identità, ma rischia di perdere la capacità di capire l'avversario.

La vecchia questione morale poneva una domanda sul potere: come impedire che i partiti occupino lo Stato e trasformino le istituzioni in strumenti della propria riproduzione?

La sua caricatura contemporanea pone invece una domanda sui cittadini: perché quelle persone votano in quel modo?

La prima domanda riguarda la democrazia.

La seconda rischia di trasformarsi in antropologia spicciola.

La vera questione morale dovrebbe quindi tornare a essere molto più semplice e molto più esigente: non chi è moralmente superiore, ma chi esercita il potere, come lo esercita, quali interessi tutela, quali regole rispetta e quali responsabilità è disposto ad assumersi.

Perché la corruzione non ha una tessera.

Il clientelismo non ha una tessera.

La mafia non ha una tessera.

E neppure l'altruismo, la cultura e il senso civico ce l'hanno.

La legalità non appartiene a un elettorato.

Appartiene alle regole che devono valere per tutti.

mercoledì 23 settembre 2026

Il prezzo della raccomandazione: quando anche i soldi non bastano

Il problema non è soltanto chi entra. È come entra

Non mi viene da ridere quando leggo di un carabiniere o di un poliziotto che, in un caso realmente accertato, abbia ottenuto il proprio posto attraverso un concorso truccato. E non mi viene da ridere neppure se una vicenda analoga dovesse riguardare un magistrato, un agente della polizia locale o un dipendente dell’Agenzia delle Entrate. Non perché il comportamento di una singola persona possa essere automaticamente esteso a un’intera categoria, ma perché in questi casi viene toccato qualcosa di più grande dell’individuo: la credibilità dell’istituzione alla quale quella persona appartiene.


Quando chi deve applicare le regole le ha aggirate

Il problema diventa particolarmente delicato quando chi deve far rispettare le regole è sospettato di essere entrato nel sistema proprio attraverso la violazione delle regole. Se l’accesso a una funzione pubblica è stato realmente comprato o manipolato, il paradosso è evidente: una persona chiamata a rappresentare lo Stato avrebbe iniziato la propria carriera attraverso un meccanismo contrario ai principi che dovrebbe contribuire a tutelare. Questo non significa che quella persona resterà necessariamente corrotta per tutta la vita. Significa però che l’ombra sull’origine della carriera può diventare un problema istituzionale.


Il sospetto diventa una lente

Ed è qui che nasce un fenomeno ancora più insidioso: il sospetto. Se un cittadino chiama le forze dell’ordine dopo un furto e la pattuglia arriva dopo molto tempo (qui al Sud potrebbe non venire proprio), esistono naturalmente spiegazioni diverse. Potrebbero esserci altre emergenze, una carenza di personale, interventi più urgenti o semplicemente difficoltà operative. Il ritardo, da solo, non dimostra alcuna connivenza né alcuna negligenza. Ma se nella società circola la convinzione che alcuni posti siano stati ottenuti attraverso raccomandazioni o scorciatoie, quel medesimo ritardo può essere interpretato in modo completamente diverso.


“Corrono solo quando c’è un morto?”

È proprio allora che può affacciarsi il pensiero più corrosivo: e se chi ha ottenuto quel posto attraverso una scorciatoia considerasse il proprio lavoro soltanto come uno stipendio da portare a casa alla fine del mese? E se intervenisse con la massima urgenza soltanto quando c’è un morto per terra, mentre tutto il resto diventasse secondario? Non sto dicendo che sia questa la condotta generale delle forze dell’ordine. Sto dicendo che, quando la fiducia è stata consumata, anche una normale inefficienza operativa può essere letta dal cittadino come la conseguenza di un sistema nel quale qualcuno si sente protetto e garantito comunque.


Dentro le caserme, dentro i commissariati

Il problema, allora, non è soltanto ciò che accade per strada. È ciò che il cittadino immagina accada dentro le caserme, dentro i commissariati, negli uffici pubblici, nei concorsi, nelle commissioni e nelle relazioni personali che precedono una nomina. Se si diffonde l’idea che “tanto dentro sono tutti sistemati”, il cittadino comincia a vedere l’istituzione non più come qualcosa che appartiene anche a lui, ma come un mondo separato, nel quale le regole valgono soprattutto per chi sta fuori.


Il prezzo della raccomandazione

La raccomandazione, quindi, non produce soltanto un possibile vantaggio per chi la riceve. Può produrre un costo collettivo. Chi entra attraverso un canale privilegiato può essere percepito come debitore verso qualcuno. E proprio qui emerge una domanda scomoda: quanto è libero, nel tempo, chi deve qualcosa a colui che gli ha aperto la porta? Non significa che ogni raccomandato sia automaticamente ricattabile o infedele. Significa che un sistema fondato sulle dipendenze personali crea, per sua natura, relazioni diverse da quelle che dovrebbe creare una selezione trasparente.


Non basta avere i soldi

C’è poi un aspetto ancora più interessante. Anche in un sistema nel quale fosse possibile comprare una scorciatoia, il denaro potrebbe non essere sufficiente. Puoi avere i soldi per pagare qualcuno, ma devi sapere a chi rivolgerti. Devi conoscere la persona che conosce la persona giusta. Devi avere un contatto, un intermediario, un professionista, un politico, un dirigente, un parente, un amico di famiglia o semplicemente qualcuno che abbia accesso a quel circuito. Il denaro apre molte porte, ma senza la chiave giusta può rimanere fuori dalla serratura.


Avere un santo in paradiso

È quello che per generazioni abbiamo chiamato, con un’espressione apparentemente innocua, “avere un santo in paradiso”. Il santo non deve necessariamente essere un politico. Può essere chiunque disponga delle conoscenze necessarie per trasformare una richiesta privata in un’opportunità concreta. Ed è proprio questo il punto: il privilegio non consiste soltanto nell’avere qualcuno disposto ad aiutarti. Consiste nel sapere chi chiamare.


Il debito che resta

Se quella porta viene aperta attraverso un meccanismo illecito, rimane una domanda difficile da ignorare: esiste un “peccato originale” della carriera? Non nel senso morale di una condanna permanente, ma nel senso di una dipendenza iniziale che può condizionare i rapporti successivi. Chi deve la propria posizione a qualcuno potrebbe sentirsi obbligato a ricambiare. E quando il favore diventa un debito, il merito lascia spazio alla fedeltà personale.


L’ingiustizia percepita

C’è però un’altra vittima di questo meccanismo: chi non ha ricevuto nulla. Il giovane che studia, supera un concorso regolare e viene assunto non ha soltanto conquistato un posto. Ha conquistato anche la certezza di non dovere la propria posizione a nessuno. Ma se comincia a pensare che altri siano entrati attraverso canali privilegiati, quella certezza si incrina. E l’ingiustizia percepita può diventare quasi altrettanto devastante dell’ingiustizia concretamente dimostrata, perché modifica il comportamento delle persone.


Quando nessuno crede più alle regole

Se una parte della società arriva a pensare che per ottenere qualcosa serva necessariamente una scorciatoia, la conseguenza è devastante. Il cittadino smette di chiedersi quali siano le regole e comincia a chiedersi chi conosce. Non cerca più il bando: cerca il contatto. Non domanda più “come posso partecipare?”, ma “chi posso chiamare?”. A quel punto il sistema formale continua a esistere, ma perde progressivamente credibilità.


Quelli che non hanno una porta a cui bussare

E qui emerge una delle forme più profonde di disuguaglianza: non essere poveri di denaro, ma essere poveri di relazioni. Ci sono persone che potrebbero avere le capacità, i titoli e perfino le risorse economiche per costruirsi un futuro, ma non possiedono nessuno da chiamare. Non hanno il santo in paradiso. Non conoscono l’intermediario. Non appartengono a quella rete informale nella quale un favore genera un altro favore.


Il merito che emigra

Quando una persona percepisce che il proprio futuro dipende più dalle relazioni che dalle competenze, può decidere di andarsene. Non necessariamente perché disprezzi il luogo in cui è nata, ma perché cerca un contesto nel quale la propria possibilità di competere sia meno dipendente dalla rete personale. È così che il merito può emigrare: non perché chi parte sia necessariamente più bravo di chi resta, ma perché qualcuno può ritenere che altrove le proprie capacità abbiano maggiori possibilità di essere valutate.


Anche chi potrebbe avere una raccomandazione può rifiutarla

Esiste poi una categoria ancora più particolare: chi una raccomandazione potrebbe ottenerla, ma sceglie di non chiederla. Non vuole iniziare la propria carriera con un debito di riconoscenza. Non vuole sapere che qualcuno può un giorno presentargli il conto. Preferisce competere senza padrini, anche a costo di partire svantaggiato. Andarsene può diventare allora non una fuga, ma una scelta di autonomia.


La restanza non può essere un obbligo

Per questo anche il concetto di restanza deve essere affrontato con onestà. Restare in un territorio ha senso quando significa poter costruire lì la propria vita, non quando significa accettare che per restare sia necessario appartenere alla rete giusta. Una società sana dovrebbe consentire a una persona di rimanere senza dover scegliere tra il proprio territorio e la propria dignità professionale.


L’ingiustizia danneggia tutti

Il paradosso è che alla fine un sistema fondato sulle scorciatoie può danneggiare anche chi riesce a entrarci. Chi ottiene un posto grazie a una relazione può diventare dipendente dalla relazione stessa. Chi viene escluso può perdere fiducia nelle istituzioni. Chi ha talento può partire. Chi resta può smettere di credere nel merito. E l’istituzione, lentamente, perde quella cosa che non può essere comprata attraverso nessun concorso e nessuna raccomandazione: la legittimazione sociale.


Le porte sono formalmente aperte

La vera domanda, allora, non è soltanto chi abbia ottenuto una raccomandazione. È se le porte siano davvero accessibili a tutti. Perché una società può avere concorsi, bandi, regolamenti e procedure formalmente perfetti e, contemporaneamente, sviluppare circuiti informali capaci di rendere quelle stesse procedure meno credibili agli occhi dei cittadini. La porta è aperta sulla carta. Ma qualcuno, nel frattempo, potrebbe essere diventato proprietario delle chiavi.


Il prezzo vero è la fiducia

Ed è questo il prezzo più alto della raccomandazione. Non soltanto il posto eventualmente ottenuto da chi non lo meritava, ma la perdita di fiducia di tutti gli altri. Quando il cittadino non crede più che una pattuglia arriverà perché il suo problema è importante, quando un giovane non crede più che un concorso sarà realmente aperto a tutti, quando un professionista pensa che senza conoscenze non si possa andare avanti, lo Stato comincia a perdere qualcosa che nessuna legge può imporre dall’alto.


Chi possiede la chiave?

Alla fine, dunque, la domanda più importante non è soltanto: “Chi è stato raccomandato?”. La domanda è più profonda: chi possiede la chiave? Perché se le porte della società sono formalmente aperte ma le chiavi circolano soltanto all’interno di determinate reti, la disuguaglianza non scompare. Diventa semplicemente più difficile da vedere. E quando anche i soldi non bastano, ciò che conta davvero non è quanto possiedi, ma chi conosci. Il problema è che una società nella quale per entrare serve conoscere qualcuno finisce inevitabilmente per chiedersi, prima o poi, se le sue istituzioni appartengano ancora a tutti.

martedì 22 settembre 2026

La Napoli che ci hanno insegnato a vedere

Come uno stereotipo può diventare un pregiudizio, e un pregiudizio trasformarsi in realtà



Prima ancora di conoscere Napoli, molti italiani hanno già deciso che cosa aspettarsi da Napoli.

Hanno già visto il degrado, sentito parlare della criminalità, riconosciuto il caos, sorriso davanti alla caricatura del napoletano rumoroso, furbo, arrangione, incivile. Hanno già ricevuto una Napoli confezionata in immagini, titoli, servizi, battute, racconti e associazioni ripetute così tante volte da sembrare spontanee. Non hanno ancora incontrato la città, ma possiedono già una versione della città nella propria testa.

Ed è qui che la questione diventa molto più seria di una semplice rappresentazione giornalistica. Perché ciò che pensiamo di un luogo può influenzare il modo in cui trattiamo le persone che provengono da quel luogo. Il pregiudizio può precedere l'incontro, l'immagine può precedere la persona, la reputazione può precedere il territorio. E quando accade, lo stereotipo non si limita più a descrivere la realtà: comincia a condizionarla.

Forse, allora, la domanda non è soltanto perché Napoli venga raccontata in un certo modo.

La domanda è più scomoda:

chi ci ha insegnato a riconoscere Napoli prima ancora di averla conosciuta?


La realtà che non possiamo vedere tutta

Stavo leggendo Influenzare le masse di Klaus Brenner, il percorso attraverso cui l'autore ripercorre alcune delle idee di Gustave Le Bon, Edward Bernays, Walter Lippmann e Carl Gustav Jung sulla formazione dell'immaginario collettivo. Ed è stato quasi inevitabile pensare a Napoli.

Non alla Napoli reale, che è troppo vasta per essere contenuta in una formula, ma alla Napoli che arriva agli occhi di chi la osserva da lontano.

Lippmann aveva individuato un problema fondamentale della società moderna: nessuno di noi vive direttamente l'intera realtà. Non possiamo conoscere personalmente ogni città, ogni quartiere, ogni abitante, ogni professionista, ogni famiglia. Riceviamo frammenti, testimonianze, immagini, interpretazioni. E su quei frammenti costruiamo una rappresentazione mentale del mondo.

Abbiamo quindi bisogno di immagini che ci aiutino a orientarci.

Il problema nasce quando l'immagine smette di essere una semplificazione provvisoria e diventa la realtà nella nostra testa.

A quel punto non guardiamo più Napoli per capire che cosa sia Napoli.

Guardiamo Napoli per trovare ciò che già pensavamo di sapere.


Lo stereotipo non deve essere una bugia

È proprio questo che rende lo stereotipo difficile da combattere.

Se fosse completamente falso, sarebbe sufficiente dimostrarne la falsità.

Ma gli stereotipi più resistenti contengono spesso una parte di realtà.

A Napoli esistono criminalità organizzata, degrado, abusivismo, inefficienze, comportamenti incivili e problemi sociali. Esistono e devono essere raccontati. Negarli per difendere l'immagine della città significherebbe cadere nell'errore opposto.

Il problema arriva dopo.

Quando una parte della realtà viene utilizzata per rappresentare il tutto.

La criminalità esiste e Napoli diventa la città della criminalità.

Il problema dei rifiuti esiste e Napoli diventa la città dei rifiuti.

Il degrado esiste in determinati luoghi e Napoli diventa una città degradata.

Esistono persone incivili e il napoletano diventa l'incivile.

Il passaggio è apparentemente piccolo, ma culturalmente enorme: si passa dal descrivere un fenomeno all'attribuire una caratteristica a un'identità collettiva.


La forza della ripetizione

Non è necessario immaginare una cabina di regia.

Non serve pensare che qualcuno abbia deciso una volta per tutte quale debba essere la rappresentazione di Napoli.

Il meccanismo può essere molto più banale.

Le notizie negative attirano attenzione. Il conflitto è più immediato della normalità. Una fotografia di degrado comunica in pochi secondi quello che la descrizione di una comunità richiederebbe molte pagine per spiegare.

La cronaca nera produce titoli.

Lo scandalo produce clic.

Il degrado produce immagini.

La quotidianità raramente produce qualcosa di altrettanto spettacolare.

Così può accadere che una città venga raccontata attraverso una successione di episodi reali ma selezionati, fino a produrre nell'immaginario di chi guarda da lontano una proporzione diversa da quella della vita quotidiana.

Non è necessario inventare Napoli. Basta selezionarla.

E una selezione ripetuta abbastanza a lungo può diventare una rappresentazione.


Quando basta una parola

A un certo punto la ripetizione raggiunge il suo risultato più potente: non è più necessario spiegare.

Basta evocare.

Napoli e camorra.

Napoli e rifiuti.

Napoli e caos.

Napoli e degrado.

Napoli e abusivismo.

La mente completa automaticamente il quadro.

Questo è uno degli aspetti più interessanti della comunicazione di massa: l'associazione ripetuta può trasformarsi in una scorciatoia cognitiva. E una scorciatoia è efficace proprio perché risparmia fatica.

Non dobbiamo più analizzare.

Dobbiamo soltanto riconoscere.

È esattamente qui che lo stereotipo diventa potente: quando sembra non essere più uno stereotipo, ma semplice buon senso.


La Napoli da cartolina e quella da scandalo

Ma c'è un paradosso.

Napoli è stata stereotipata anche in senso positivo.

Il Vesuvio, il mare, la pizza, il mandolino, i vicoli, il sole, i panni stesi, lo scugnizzo, la teatralità.

Da una parte la cartolina.

Dall'altra la cronaca nera.

Paradiso mediterraneo oppure inferno urbano.

Sembrano rappresentazioni opposte, ma condividono una stessa debolezza: riducono una città a pochi simboli facilmente riconoscibili.

La Napoli folkloristica e la Napoli criminale possono perfino convivere nello stesso immaginario. Una offre il colore, l'altra il conflitto. Entrambe, però, rischiano di lasciare fuori la maggioranza silenziosa della città: quella che studia, lavora, cresce figli, apre attività, insegna, cura, ricerca, costruisce, fallisce, ricomincia e semplicemente vive.

La vita quotidiana è molto meno spettacolare dello stereotipo.

Ed è proprio per questo che rischia di essere raccontata meno.


Bernays e il potere dell'associazione

La riflessione di Edward Bernays introduce un altro elemento.

L'influenza non passa necessariamente attraverso un ordine esplicito. Può passare attraverso l'associazione.

Un prodotto viene associato a un'emozione. Una persona a un'immagine. Un comportamento a un significato. Un luogo a determinate caratteristiche.

Quando determinate associazioni vengono ripetute nel tempo, diventano familiari. E ciò che è familiare può apparire naturale.

Così Napoli può diventare, nell'immaginario di qualcuno, non semplicemente una città nella quale esistono determinati problemi, ma un luogo che ci si aspetta abbia quei problemi.

È una differenza enorme.

Nel primo caso si osserva la realtà.

Nel secondo caso si cerca nella realtà la conferma dell'immagine già posseduta.


Quando il pregiudizio diventa una tassa invisibile

Il pregiudizio territoriale diventa davvero interessante quando smette di essere una battuta e comincia a produrre una differenza di trattamento. Non serve che qualcuno dica apertamente «non mi fido perché sei napoletano». Può bastare una domanda sul luogo di provenienza, un sorriso ironico davanti all'accento, la sorpresa quando una persona si comporta diversamente da come ci si aspettava, oppure quel complimento apparentemente innocuo: «Non sembri napoletano».

È una frase che contiene già un problema. Perché presuppone che esista un modo di essere napoletano riconoscibile a priori e che la persona davanti a noi costituisca un'eccezione. Come se educazione, competenza, affidabilità e serietà fossero qualità inattese quando arrivano da una determinata parte d'Italia.

Il pregiudizio territoriale può entrare così nelle situazioni più ordinarie: nella ricerca di un lavoro, nella valutazione di un curriculum, nella scelta di un professionista, nella ricerca di una casa, nei rapporti con un cliente, nella percezione di un'impresa, perfino nelle relazioni personali. Non significa che ogni rifiuto, ogni mancata assunzione o ogni giudizio negativo nei confronti di un meridionale dipenda dall'origine geografica. Sarebbe impossibile sostenerlo senza verificare i singoli casi. Significa però che l'origine territoriale può diventare un'informazione attraverso cui una persona viene interpretata prima ancora che venga conosciuta.

E c'è un meccanismo ancora più sottile. Se un napoletano è rumoroso, qualcuno può considerarlo la conferma dello stereotipo. Se è riservato, può essere giudicato un'eccezione. Se è brillante, «non sembra napoletano». Se commette un errore, quell'errore rischia di essere letto come conferma di qualcosa che esisteva già nell'immaginario di chi osserva.

Lo stesso comportamento può quindi essere interpretato diversamente a seconda dell'immagine che precede la persona.

Questo è il vero potere del pregiudizio: non necessariamente impedire a qualcuno di entrare in una stanza, ma decidere in anticipo con quali occhi verrà guardato una volta entrato.

E una città può finire per pagare questo pregiudizio attraverso le persone che la rappresentano fuori dai suoi confini. Il costo non compare in una fattura, non ha una voce di bilancio e difficilmente può essere misurato con precisione. È una sorta di tassa invisibile sulla reputazione territoriale: la persona deve dimostrare qualcosa in più, spiegarsi, smentire un'aspettativa, conquistare una fiducia che qualcun altro riceve semplicemente perché non porta con sé lo stesso stereotipo.

Quando accade, Napoli non è più soltanto il luogo da cui quella persona proviene. Diventa un giudizio che la persona è costretta, almeno in parte, a portarsi dietro.

Ed è proprio qui che il racconto di una città diventa una questione concreta di equità: perché prima ancora di chiedere a una persona chi sia, possiamo averle già chiesto, inconsapevolmente, di dimostrare di non essere ciò che immaginiamo.


Quando il racconto diventa profezia

C'è poi un paradosso ancora più profondo.

Se una comunità viene osservata continuamente attraverso una determinata lente, alcuni suoi abitanti possono finire per interiorizzare quella stessa immagine, mentre altri possono reagire ad essa costruendo una contro-narrazione altrettanto semplificata.

La città rischia così di essere imprigionata in una guerra di rappresentazioni: da una parte chi la descrive come un problema, dall'altra chi la descrive come un'eccezione virtuosa.

Ma entrambe le rappresentazioni possono perdere qualcosa di essenziale: la capacità di vedere le persone prima dell'etichetta.


Raccontare il male non è il problema

Qui bisogna essere rigorosi.

Criticare lo stereotipo non significa chiedere una stampa indulgente.

Un giornalista deve raccontare la criminalità quando esiste. Deve raccontare la corruzione quando viene accertata. Deve raccontare il degrado quando è reale. Deve raccontare gli errori delle amministrazioni e le responsabilità individuali.

Il problema non è raccontare il male.

Il problema nasce quando il male diventa l'unica grammatica attraverso cui una comunità viene raccontata.

Una città ha diritto alla cronaca nera, ma ha anche diritto alla propria quotidianità.

Raccontare ciò che non funziona è giornalismo.

Trasformare ciò che non funziona nella definizione di un intero popolo è un'altra cosa.


Chi ha bisogno di una Napoli semplice?

Forse questa è la domanda più scomoda.

Chi ha bisogno di una Napoli semplice?

Non necessariamente qualcuno in particolare.

Potrebbe essere il funzionamento stesso della comunicazione contemporanea.

Una città nella quale convivono università e analfabetismo, ricerca scientifica e abusivismo, grandi imprese e disoccupazione, eccellenze artistiche e degrado, solidarietà e criminalità, innovazione e immobilismo non entra facilmente in un titolo.

Lo stereotipo sì.

È rapido.

È riconoscibile.

È riproducibile.

E soprattutto funziona.

Per questo non è necessario immaginare un complotto per spiegare la persistenza di una rappresentazione. Può bastare una lunga successione di scelte individuali, ciascuna apparentemente comprensibile, che producono nel loro insieme una rappresentazione squilibrata.

Non serve che qualcuno decida di raccontare sempre Napoli nello stesso modo.

Può bastare che sia sempre la stessa parte di Napoli a essere considerata degna di essere raccontata.


Napoli non ha bisogno di essere assolta

A questo punto bisogna evitare anche la tentazione della retorica.

Napoli non ha bisogno di essere assolta.

Non ha bisogno di essere trasformata artificialmente in una città perfetta per dimostrare che gli stereotipi sono ingiusti.

Ha bisogno di essere guardata per intero.

Una comunità adulta non è quella che pretende che vengano nascosti i propri difetti. È quella che può guardarli senza permettere che diventino la definizione dell'intero organismo.

Napoli deve poter essere raccontata quando sbaglia.

Ma deve poter essere raccontata anche quando studia, lavora, produce, inventa, costruisce, ricerca, accoglie, resiste, innova e semplicemente vive.

Perché anche la normalità è una notizia.

Solo che spesso è una notizia meno spettacolare.



La città reale dietro l'immagine

Forse, alla fine, Napoli è soltanto il caso più evidente di un problema molto più generale.

Quanto della realtà che crediamo di conoscere abbiamo realmente visto?

Quanto ci è stato raccontato?

Quanto abbiamo selezionato?

E quanto abbiamo semplicemente ripetuto?

Le Bon aveva studiato il comportamento delle folle. Bernays avrebbe approfondito il funzionamento della persuasione moderna. Lippmann aveva osservato la distanza tra il mondo reale e le immagini mentali attraverso cui lo conosciamo. Jung aveva esplorato il territorio profondo dei simboli e dell'immaginario collettivo.

Il filo che attraversa queste riflessioni conduce a una domanda fondamentale: quanto delle nostre convinzioni nasce dall'esperienza e quanto dalle immagini che abbiamo ricevuto prima ancora di fare esperienza?

Perché prima ancora di giudicare una realtà, spesso ne abbiamo già costruito un'immagine.

E quando quell'immagine viene ripetuta abbastanza a lungo, può diventare più resistente della realtà stessa.

Napoli non è innocente.

Napoli non è colpevole.

Napoli è molto più grande del racconto che ne facciamo.

E forse la vera battaglia culturale non consiste nel sostituire uno stereotipo negativo con uno positivo.

Consiste nel tornare a vedere la città e le persone prima dell'etichetta.

Perché il problema non è che Napoli abbia una parte sporca, brutta e cattiva.

Il problema comincia quando quella parte diventa l'unica attraverso cui il mondo viene autorizzato a guardarla.

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