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venerdì 16 ottobre 2026

Il Ragno Barone: quando il merito diventa un affare di famiglia

Una specie protetta, ma non dal WWF

In Italia esistono categorie professionali che, quando qualcuno osa mettere in discussione i privilegi di cui godono, reagiscono come animali disturbati nel proprio habitat. Tassisti, concessionari balneari, corporazioni di ogni genere: basta pronunciare parole come concorrenza, liberalizzazione o riforma perché si sollevino barricate, si invochino diritti acquisiti e si chieda di proteggere un'intera categoria dalle insidie del mercato.

Alcune battaglie vengono vinte, altre perse. Il mondo cambia, le tecnologie avanzano, nuovi concorrenti si affacciano sul mercato e persino le corporazioni più resistenti, prima o poi, devono fare i conti con la realtà.

Esiste però una specie che sembra abitare un ecosistema particolarmente protetto: il barone universitario.

Non parliamo naturalmente del professore che studia, insegna, pubblica ricerche serie e contribuisce al progresso della conoscenza. Quella è una figura preziosa, senza la quale una società moderna non potrebbe sopravvivere. Parliamo di un'altra creatura: il professionista del potere accademico, colui che ha imparato a trasformare l'autorevolezza scientifica in influenza personale, l'influenza personale in controllo delle opportunità e il controllo delle opportunità in uno strumento di perpetuazione del proprio ambiente.

Il suo habitat naturale è il dipartimento. Il suo territorio è l'ateneo. Il suo linguaggio è quello del merito, della qualità scientifica e dell'eccellenza. La sua abilità più sofisticata consiste nel riuscire, talvolta, a far coincidere tutte queste nobili parole con gli interessi della propria rete di relazioni.

Il Ragno Barone non ha bisogno di divorare pubblicamente i concorrenti. Gli basta tessere la tela.


La trasmissione ereditaria del genio

In natura, alcune caratteristiche si trasmettono attraverso la riproduzione. Nel mondo accademico, invece, il talento dovrebbe essere riconosciuto attraverso lo studio, la ricerca, la capacità di insegnare e i risultati conseguiti.

Dovrebbe.

Perché quando in un'università compaiono cognomi ricorrenti, coniugi, figli, fratelli e altri familiari distribuiti tra cattedre, dipartimenti e incarichi, la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a una straordinaria concentrazione ereditaria dell'intelligenza oppure esistono meccanismi che rendono più facile la carriera a chi appartiene alla cerchia giusta?

Naturalmente, due persone della stessa famiglia possono essere entrambe preparate. Un figlio può essere più brillante del padre, una moglie può superare professionalmente il marito, due fratelli possono eccellere indipendentemente l'uno dall'altro. Sarebbe assurdo sostenere il contrario.

Il problema non è la parentela in sé. Il problema è il potere di condizionare le selezioni, l'indipendenza delle commissioni, la trasparenza delle procedure e la possibilità concreta che un candidato esterno venga valutato senza essere svantaggiato dalle relazioni che non possiede.

Quando la famiglia diventa una rete di protezione professionale, il cognome rischia di funzionare come una credenziale supplementare. Quando le relazioni personali si trasformano in corsie preferenziali, il merito può diventare la giustificazione formale di decisioni maturate altrove.

Ed ecco il miracolo zoologico: in certi ambienti sembra che il genio si manifesti con una frequenza sorprendente all'interno delle stesse genealogie.

Una fortuna genetica davvero straordinaria. Peccato che, per verificarla, sarebbe opportuno esaminare proprio quelle procedure di selezione che dovrebbero distinguere il talento autentico dal privilegio ereditato.


Il Ragno e la sua tela


Il barone universitario più abile non è necessariamente quello che favorisce apertamente un parente. Quello sarebbe un comportamento troppo evidente, quasi ingenuo.

Il vero potere consiste nella capacità di controllare una rete.

Un ambiente nel quale si distribuiscono incarichi, si costruiscono carriere, si selezionano candidati e si riconosce il prestigio scientifico può sviluppare relazioni di dipendenza molto più complesse di un semplice favore familiare. Un professore può sostenere un candidato, un collega può ricambiare in un'altra procedura, un gruppo può consolidare la propria influenza e una cerchia professionale può diventare progressivamente più impermeabile agli estranei.

Non occorre immaginare una regia centralizzata o un complotto nazionale. Bastano incentivi distorti, conflitti d'interesse non adeguatamente gestiti e una cultura nella quale il favore personale viene considerato più utile della competizione aperta.

Naturalmente, non ogni collaborazione tra colleghi è uno scambio di favori, né ogni rete scientifica è una consorteria. La ricerca richiede collaborazione, fiducia e continuità. Ma proprio perché queste relazioni sono indispensabili, occorrono regole capaci di impedire che si trasformino in strumenti di esclusione.

La tela del Ragno Barone è pericolosa quando chi vi si trova dentro la considera normale e chi ne rimane fuori non riesce nemmeno a capire quali regole debba seguire per entrarvi.

A quel punto il concorso pubblico rischia di diventare, nell'immaginario di chi vi partecipa, una rappresentazione teatrale: il bando è il copione, la commissione è la giuria e il candidato esterno è quello che scopre troppo tardi di non conoscere nessuno degli attori.

La questione fondamentale non è stabilire se ogni selezione sia manipolata. È garantire che nessuno possa ragionevolmente sospettare che la competenza sia soltanto una componente del risultato, mentre le relazioni personali ne costituiscono la variabile decisiva.


Il merito secondo chi distribuisce il merito

Qui il problema smette di essere una questione interna all'università e diventa una questione nazionale.

Un giovane può trascorrere anni a studiare, conseguire un dottorato, pubblicare ricerche, partecipare a progetti e costruire competenze specialistiche. Può fare tutto ciò che la società gli ha insegnato a fare per meritarsi un'opportunità.

Ma che cosa succede se percepisce che, per accedere a una carriera, non è sufficiente essere preparato? Che cosa succede se il suo percorso si arresta davanti a un sistema nel quale le relazioni contano più delle capacità, oppure se non dispone degli strumenti per distinguere una selezione rigorosa da una procedura condizionata?

Può insistere, tentare ancora, denunciare eventuali irregolarità. Oppure può abbandonare.

Può cercare un futuro altrove, trasferirsi all'estero, accettare un lavoro estraneo alla propria formazione. Può semplicemente concludere che il prezzo da pagare per entrare in quel mondo sia troppo alto.

Ogni volta che un sistema selettivo perde credibilità, il danno non riguarda soltanto chi non ottiene un posto. Riguarda anche chi rimane, gli studenti che saranno formati, i gruppi di ricerca che perdono competenze e la società che finanzia le istituzioni senza poter essere certa che le opportunità vengano distribuite nel modo più imparziale possibile.

Il paradosso è crudele: un'istituzione che dovrebbe individuare e valorizzare il talento rischia, quando i suoi meccanismi si deteriorano, di contribuire a disperderlo.

E chi paga il conto non è necessariamente chi siede al centro della tela.


Dalla cattedra alla stamperia

Il mondo universitario tradizionale non esaurisce il problema del valore dei titoli di studio. Accanto agli atenei storici si è sviluppato un settore telematico che offre opportunità reali a persone che lavorano, hanno responsabilità familiari o non possono frequentare un'università in presenza.

Sarebbe sbagliato liquidare queste istituzioni in blocco. La modalità di erogazione delle lezioni, da sola, non stabilisce la qualità di un percorso formativo. Un'università online può offrire un insegnamento serio; un'università tradizionale può avere le proprie carenze.

Il problema nasce quando la formazione rischia di essere subordinata alla vendita del prodotto finale: il titolo.

Le inchieste giudiziarie che hanno interessato alcuni ambienti universitari, comprese quelle relative a presunte irregolarità nelle iscrizioni, negli esami o nel riconoscimento dei crediti, impongono di interrogarsi sull'efficacia dei controlli. Le contestazioni investigative devono essere verificate nei procedimenti competenti e non possono diventare condanne generalizzate. Ma neppure sarebbe ragionevole ignorare le domande che sollevano.

Che cosa certifica una laurea? La capacità di affrontare un percorso di studio, acquisire conoscenze, sviluppare un metodo e dimostrare competenze verificabili. Se questi requisiti vengono indeboliti, il titolo rischia di conservare il proprio valore formale mentre perde parte del suo valore sostanziale.

E allora la metafora della stamperia diventa inevitabile.

Immaginiamo una società nella quale il cittadino comune debba dimostrare continuamente di essere competente, mentre le istituzioni incaricate di certificare la competenza non siano sempre in grado di garantire la medesima rigorosità. Da una parte c'è chi deve superare prove, sostenere spese, accettare sacrifici e competere. Dall'altra c'è il rischio che qualcuno possa beneficiare di procedure insufficientemente controllate o di sistemi che premiano il risultato commerciale più della qualità formativa.

Non sono fenomeni identici. Ma la domanda che li attraversa è la stessa: quanto vale un titolo quando la fiducia nel processo che lo produce viene meno?

La laurea non dovrebbe essere un pezzo di carta acquistato insieme a un servizio. Dovrebbe essere il riconoscimento verificabile di un percorso di formazione.

E il prestigio di un'università non dovrebbe costituire un lasciapassare che la esonera dal dimostrare la qualità del proprio lavoro.


Il privilegio più grande è non dover giustificare il privilegio

Torniamo al nostro Ragno Barone.

Il tassista deve confrontarsi con il mercato. Il concessionario balneare deve fare i conti con le regole sulle concessioni. Il professionista ordinario deve trovare clienti, dimostrare di essere competente e difendere la propria posizione attraverso i risultati.

Il professore universitario, invece, può godere di un'autorevolezza che deriva non soltanto dalla sua persona, ma anche dall'istituzione che rappresenta.

È un'autorevolezza legittima quando è sostenuta dal lavoro, dalla ricerca e dall'integrità. Diventa un problema quando viene utilizzata come scudo contro ogni critica, come se contestare un comportamento equivalesse a disprezzare la conoscenza.

La libertà accademica è indispensabile. La ricerca non può essere subordinata al potere politico, alle convenienze economiche o alle pressioni dell'opinione pubblica. Ma la libertà accademica non coincide con l'immunità dalle verifiche, e l'autonomia universitaria non può diventare un argomento per sottrarre le procedure alla trasparenza.

Anzi, quanto maggiore è il potere di un'istituzione nel determinare il futuro delle persone, tanto maggiore dovrebbe essere la sua responsabilità nel giustificare le proprie decisioni.

Il problema, dunque, non è che i professori universitari godano di prestigio. È che il prestigio possa essere scambiato per una prova sufficiente della correttezza di chi lo possiede.

Il problema non è che esistano famiglie di studiosi. È che le regole debbano impedire alle relazioni familiari di trasformarsi in vantaggi indebiti.

Il problema non è che le università abbiano autonomia. È che l'autonomia debba convivere con controlli credibili, valutazioni indipendenti e responsabilità pubbliche.

E il problema non è che esistano titoli di studio diversi o modalità di insegnamento differenti. È che il valore di un titolo non possa essere separato dalla serietà del percorso che lo ha prodotto.


La palla da bowling

Siamo arrivati al punto in cui possiamo smettere di contare i ragni, misurare le tele e catalogare i cognomi.

La questione decisiva non è quanti figli di professori siano diventati professori, quanti coniugi lavorino nello stesso ambiente o quanti casi giudiziari siano finiti sulle prime pagine. Questi elementi possono essere indizi, fatti da verificare o manifestazioni di problemi specifici. Non sono, da soli, una spiegazione universale.

La questione decisiva è un'altra.

Chi ha il compito di certificare il merito deve essere disposto a sottoporre al giudizio del merito anche se stesso.

Questa è la regola che dovrebbe valere per un'università, per un concorso pubblico, per una professione regolamentata e per qualsiasi istituzione che distribuisca opportunità in nome della competenza.

Se una categoria pretende di essere giudicata secondo criteri rigorosi quando valuta gli altri, non può invocare il prestigio della propria funzione quando arriva il momento di applicare quei criteri a se stessa.

Se un professore pretende che uno studente dimostri di conoscere la materia, deve accettare che la propria competenza e il proprio insegnamento siano sottoposti a valutazioni serie.

Se un'università pretende di selezionare i migliori, deve poter dimostrare che le procedure siano trasparenti e che i conflitti d'interesse siano gestiti in modo credibile.

Se un ateneo rilascia una laurea, deve garantire che quel titolo rappresenti una formazione reale, indipendentemente dal fatto che le lezioni si svolgano in un'aula tradizionale o attraverso uno schermo.

E se un professore denuncia la mediocrità del Paese, deve essere disposto a interrogarsi anche sulle istituzioni che contribuiscono a produrla.

Perché il privilegio più sofisticato non consiste necessariamente nell'ottenere un posto, un incarico o una promozione. Consiste nel trovarsi in una posizione dalla quale si può giudicare il merito degli altri senza essere sottoposti a un controllo altrettanto credibile.

Il Ragno Barone può continuare a tessere la propria tela finché il prestigio dell'istituzione viene confuso con l'infallibilità delle persone che la abitano.

Ma quando la società smette di confondere l'autorevolezza con l'immunità, la tela cambia significato. Non è più un simbolo di potere: diventa qualcosa che deve essere esaminato, verificato e, quando necessario, smantellato.

Ecco perché non dobbiamo chiedere meno università, meno cultura o meno libertà accademica.

Dobbiamo pretendere università migliori, maggiore trasparenza, selezioni credibili e istituzioni capaci di difendere il merito anche da chi pretende di rappresentarlo.

Il sapere non è una proprietà privata. Il prestigio non è un'eredità dinastica. E il merito non può essere una sentenza emessa da chi non accetta di essere giudicato.

Questa dovrebbe essere la regola per tutti.

Soprattutto per quelli che, dalla cattedra, insegnano agli altri come si rispettano le regole.

Perché nel Bestiario Italiano il Ragno Barone non è condannato per essere un professore, né per avere un figlio intelligente o una moglie competente.

È messo sotto osservazione quando usa, o quando il sistema gli permette di usare, il prestigio del sapere per proteggere un potere che dovrebbe essere sempre disposto a rendere conto di sé.

E allora diciamolo senza ipocrisie: un sistema accademico che consente a gruppi di potere di condizionare le carriere, che non riesce a impedire con sufficiente efficacia i favoritismi e che tollera zone d'ombra nella selezione dei propri membri tradisce la missione per cui esiste. Quando le relazioni personali prevalgono sulla competenza, quando il cognome pesa più dei risultati e quando il prestigio istituzionale diventa uno scudo contro le critiche, non siamo più davanti alla difesa della cultura. Siamo davanti alla degenerazione del potere.

A pagarne il prezzo sono i giovani ai quali si racconta che studiare, impegnarsi e dimostrare il proprio valore sia la strada per costruirsi un futuro. Sono quelli che partono, che rinunciano, che accettano di essere giudicati da regole alle quali non tutti sembrano sottoposti nello stesso modo. Sono le famiglie che investono nell'istruzione dei figli e i cittadini che finanziano istituzioni dalle quali hanno il diritto di pretendere risultati, integrità e responsabilità.

La mia accusa è questa: ogni volta che il potere accademico viene usato per proteggere interessi personali anziché il valore della conoscenza, l'università tradisce i suoi studenti, danneggia la società e compromette la propria credibilità. E chi occupa posizioni di responsabilità non può nascondersi dietro il prestigio della cattedra, la complessità delle procedure o la sacralità della libertà accademica. La libertà di insegnare e di fare ricerca è un diritto da difendere; il diritto di sottrarsi alla trasparenza non esiste.

Non mi interessa processare un'intera categoria, né dichiarare colpevole chi non è stato giudicato. Mi interessa denunciare un sistema ogni volta che i fatti dimostrano che il merito è stato subordinato al potere. Perché una cattedra non è un feudo, un'università non è un patrimonio familiare e una laurea non è un certificato di appartenenza a una corporazione.

Se qualcuno considera questa denuncia un attacco all'università, si chieda perché difendere l'università debba significare proteggere chi ne abusa. Il sapere non appartiene ai baroni. E il futuro dei giovani italiani non è una proprietà privata da trasmettere di generazione in generazione.

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