La morale a senso unico
C'è una strana morale che attraversa il nostro tempo: ai poveri si chiede continuamente di dimostrare di meritare l'aiuto pubblico, mentre ai ricchi si riconoscono sempre nuove ragioni per difendere i propri privilegi. Ai primi si domanda di giustificare la propria condizione; ai secondi si concede spesso il beneficio del dubbio, anche quando la ricchezza accumulata solleva interrogativi sulla distribuzione delle opportunità e sul rapporto tra potere economico e potere politico.
Sergio Marchionne sosteneva che saremmo morti di diritti, dimenticando i doveri. Una provocazione che merita di essere presa sul serio, purché la si applichi a tutti, non soltanto a chi vive in condizioni di difficoltà. Perché, se il rispetto degli obblighi comuni è essenziale alla convivenza, non si capisce perché debba diventare tanto meno esigibile quanto più cresce il potere economico di una persona.
Il divano del vicino
Nel 2022 Giorgia Meloni vinse le elezioni anche promettendo di superare il Reddito di cittadinanza, diventato il simbolo di un'ingiustizia agli occhi di una parte dell'opinione pubblica. C'era chi lavorava duramente per uno stipendio insufficiente e chi, secondo una rappresentazione ormai diffusa, preferiva restare sul divano a spese della collettività.
Che esistessero abusi era possibile. Che ogni beneficiario fosse un fannullone, invece, era una generalizzazione. Tra chi rifiutava opportunità adeguate e chi non riusciva a trovare un'occupazione dignitosa c'era una differenza che il dibattito pubblico troppo spesso cancellava.
La domanda è semplice: chi ha votato per abolire quel sostegno ha ottenuto un miglioramento delle proprie condizioni? La cancellazione di un sussidio non aumenta automaticamente i salari, non abbassa il costo degli affitti, non rende meno care le bollette e non crea nuovi posti di lavoro. Se il lavoratore continua a faticare per arrivare alla fine del mese e il disoccupato perde una protezione senza trovare un impiego, quale problema è stato risolto?
Il risentimento sociale può diventare una risorsa politica formidabile. Basta individuare qualcuno che sembri stare peggio di noi soltanto perché riceve un aiuto, convincerci che sia lui la causa della nostra precarietà e promettere che, eliminato quel vantaggio, finalmente staremo meglio.
Ma la ricchezza che manca a chi lavora non è necessariamente finita nelle tasche di chi riceve un sussidio. E la povertà di una persona non diventa meno dolorosa perché un'altra viene privata di un sostegno.
Le priorità dello Stato
Nel frattempo, lo Stato deve stabilire le proprie priorità. L'Italia ha aumentato le spese per la Difesa e ha sostenuto l'Ucraina anche attraverso aiuti militari. Non è corretto affermare che i risparmi ottenuti abolendo il Reddito di cittadinanza siano stati trasferiti direttamente al finanziamento della guerra: i bilanci pubblici non dimostrano un simile rapporto automatico.
Resta però legittimo chiedersi quali priorità guidino le decisioni politiche, quanto costino le diverse scelte e perché alcuni sacrifici vengano presentati come inevitabili mentre altri sembrino meno negoziabili.
La sicurezza nazionale è una necessità concreta. Lo è altrettanto la sicurezza economica di chi non riesce a vivere dignitosamente del proprio lavoro. Mettere queste esigenze a confronto non significa negare l'una o l'altra, ma pretendere che siano valutate con la stessa serietà.
Quando il profitto diventa un privilegio
Il paradosso emerge quando l'austerità viene invocata soprattutto nei confronti di chi ha meno potere contrattuale. Il disoccupato deve trovare lavoro, il lavoratore accettare i sacrifici, il pensionato accontentarsi. A chi dispone di grandi patrimoni, invece, quali obblighi corrispondono al potere di influenzare i mercati, beneficiare delle infrastrutture pubbliche e partecipare a un sistema economico reso possibile anche dal lavoro altrui?
Diventare ricchi non è una colpa. Il profitto può premiare il talento, l'innovazione, il rischio imprenditoriale e la capacità di creare valore. Ma nessuna impresa prospera in un vuoto sociale: anche l'attività più innovativa dipende da lavoratori, conoscenze, infrastrutture, istituzioni e comunità.
Il problema nasce quando il successo viene considerato esclusivamente merito individuale, mentre i costi delle crisi e delle trasformazioni produttive vengono distribuiti sulla collettività.
L'economia dello scarto
È qui che ritorna l'economia dello scarto. Quando un'impresa riduce il personale per recuperare efficienza, può migliorare i propri conti, ma il lavoratore espulso dal processo produttivo non scompare. Rimane una persona che deve vivere, mantenere una famiglia e immaginare un futuro.
Se la società non gli offre strumenti per ricollocarsi, formarsi o affrontare la transizione, il risparmio aziendale può trasformarsi in precarietà, impoverimento del territorio e maggiore spesa sociale.
La questione non è impedire alle imprese di riorganizzarsi. È capire se il progresso debba necessariamente trasformare una parte degli esseri umani in materiale di scarto. Se la produttività cresce grazie alla tecnologia, perché i suoi benefici dovrebbero tradursi soltanto in maggiori rendimenti per il capitale e non anche in salari migliori, orari più sostenibili, formazione e nuove opportunità?
Una sola vita, nessun risarcimento nell'aldilà
Per secoli, la speranza di una ricompensa ultraterrena ha aiutato molte persone a dare un significato alla sofferenza. Ma la storia religiosa non è stata soltanto una predica di rassegnazione: ha anche alimentato opere di solidarietà e richiami morali rivolti ai potenti.
Oggi, per chi non crede in Dio, la questione assume una forma ancora più radicale. Se non esiste un'altra vita nella quale le ingiustizie saranno riparate, non possiamo rimandare a un aldilà la giustizia che siamo capaci di costruire qui.
Abbiamo una vita sola. Una sola occasione per amare, studiare, lavorare, crescere i figli e godere del tempo che ci appartiene. Chi trascorre decenni nella povertà non recupererà quegli anni attraverso una promessa futura. Chi perde il lavoro in età avanzata non può essere risarcito moralmente dall'annuncio che l'economia nazionale è cresciuta.
E chi vive nell'insicurezza non trova necessariamente conforto nel sapere che qualcuno, altrove, ha accumulato una fortuna immensa.
Non si tratta di pretendere che tutti abbiano lo stesso reddito o di negare il valore dell'impegno individuale. Si tratta di garantire opportunità reali, salari dignitosi, una spesa pubblica trasparente e una distribuzione dei sacrifici che non penalizzi sistematicamente chi ha meno strumenti per difendersi.
Il bestiario del risentimento
Nel Bestiario Italiano, la creatura più interessante non è necessariamente il ricco che accumula, né il povero che protesta, né il politico che promette. È il cittadino convinto che, per migliorare la propria condizione, sia sufficiente peggiorare quella di qualcuno che sta più in basso.
Guarda con sospetto il sussidio del vicino, ma raramente si domanda chi stabilisca i salari, come vengano distribuiti i vantaggi della produttività, quali interessi orientino la spesa pubblica e perché il potere economico riesca talvolta a trasformarsi in influenza politica.
La sua convinzione più rassicurante è che la povertà degli altri sia la causa della propria fatica. La sua più grande delusione arriva quando, dopo aver contribuito a togliere qualcosa a chi aveva meno, scopre che la propria vita non è migliorata.
Forse è questa la trappola più efficace: convincere chi sta in basso a combattere chi gli sta appena sotto, lasciando indisturbate le strutture che determinano la distribuzione della ricchezza e del potere.
Una società può sopravvivere alle disuguaglianze. Più difficile è giustificarle quando diventano così profonde da separare chi dispone di tutte le possibilità da chi trascorre l'intera esistenza cercando di assicurarsi l'essenziale.
Il problema non è che alcuni diventino miliardari. È che ci si abitui all'idea che la felicità di pochi sia un prezzo accettabile per la disperazione di molti.
E allora la domanda da lasciare al lettore è semplice: se abbiamo una sola vita, perché dovremmo accettare che la possibilità di viverla dignitosamente dipenda dal posto che occupiamo nella gerarchia economica?
La vera civiltà non si misura da quanto riesce ad arricchire chi è già forte, ma da quanto impedisce che chi è debole venga considerato sacrificabile.

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