Tutti contro il divano. Quasi nessuno contro un sistema che non sa riportare al lavoro chi ne è stato espulso.
Per anni l'Italia ha avuto bisogno di un nemico facile e lo ha trovato nel percettore del Reddito di cittadinanza: il fannullone, quello che non vuole lavorare, quello che preferisce stare sul divano mentre qualcun altro paga. La caricatura era perfetta, talmente perfetta da permettere alla politica, ai mezzi d'informazione e a una parte dell'opinione pubblica di evitare la domanda veramente scomoda: se una persona non lavora, chi deve occuparsi concretamente di riportarla dentro il mercato del lavoro? Perché il Reddito di cittadinanza, almeno nelle intenzioni originarie, non doveva essere semplicemente un bancomat per i poveri. Doveva mettere insieme sostegno economico, formazione, orientamento, presa in carico e soprattutto una profonda riforma dei servizi pubblici per l'impiego. Il problema è che in Italia è arrivato molto più facilmente il sussidio della macchina necessaria a farlo funzionare. E questa non è una differenza secondaria: è il cuore del problema.
Abbiamo importato il sussidio senza importare la macchina del lavoro
Da anni guardiamo alla Germania e alla Bundesagentur für Arbeit come esempio di un servizio pubblico capace di intervenire realmente nel mercato del lavoro. Non significa che la Germania abbia trovato la formula magica o che basti copiarla. Significa capire una cosa elementare: un Centro per l'impiego non dovrebbe essere semplicemente un ufficio nel quale una persona viene registrata come disoccupata e poi lasciata alla propria iniziativa. Dovrebbe conoscere il lavoratore, le sue competenze, le sue carenze, le imprese del territorio, le professioni che stanno scomparendo e quelle che stanno nascendo; dovrebbe costruire percorsi realistici e avere una qualche responsabilità sul risultato. In Italia, invece, abbiamo avuto per troppo tempo una macchina burocratica alla quale abbiamo chiesto di svolgere una funzione strategica, e poi ci siamo meravigliati perché non funzionava. È come pretendere che una bicicletta faccia il lavoro di un'automobile e, quando non ci riesce, accusare il passeggero.
Il disoccupato italiano è diventato il colpevole perfetto
La politica italiana ha scoperto una soluzione straordinariamente comoda: quando il mercato del lavoro non funziona, la colpa può essere trasferita sul disoccupato. Se rifiuta un lavoro, è sfaticato; se non lo trova, non si impegna abbastanza; se ha bisogno di formazione, deve aggiornarsi; se è troppo vecchio, deve reinventarsi; se non conosce il digitale, deve impararlo; se ha perso il lavoro dopo venticinque anni nella stessa azienda, deve diventare imprenditore di sé stesso. E se, dopo tutto questo, non riesce comunque a rientrare nel mercato, arriva la sentenza finale: non ha voglia di lavorare. È una narrazione comoda perché non pretende di cambiare nulla. Se la responsabilità è sempre dell'individuo, il sistema può continuare tranquillamente a non interrogarsi sulle proprie responsabilità.
Ma il mercato del lavoro non è una lotteria equa
C'è una verità che la retorica del "basta volerlo" evita accuratamente di considerare: il mercato del lavoro non domanda tutte le persone allo stesso modo. Un venticinquenne e un cinquantacinquenne non partono necessariamente dalla stessa posizione; un laureato con competenze richieste dal mercato non è nella stessa situazione di un lavoratore con una qualifica diventata obsoleta; una persona che vive in un territorio industriale non ha le stesse possibilità di chi vive in un'area dove le opportunità sono poche. Soprattutto, un lavoratore che perde il posto a 55 anni non può essere trattato come un ragazzo che deve entrare per la prima volta nel mondo del lavoro. Ha un problema diverso. Ma l'Italia continua troppo spesso a costruire politiche come se esistesse un unico grande disoccupato astratto, uguale in ogni età, territorio e condizione professionale.
E gli ultracinquantenni?
Qui arriva il punto che nessuno ama davvero affrontare. Abbiamo prodotto per anni incentivi all'assunzione dei giovani, e giustamente: un Paese deve favorire l'ingresso delle nuove generazioni nel lavoro. Ma mentre celebravamo l'ingresso dei giovani, che cosa facevamo con quelli che venivano espulsi dal mercato a cinquanta, cinquantacinque o sessant'anni? Gli dicevamo di aggiornarsi, li mandavamo a qualche corso, promettevamo la riqualificazione e poi li rimettevamo sul mercato a competere con persone venti o trent'anni più giovani. Questa non è una politica del lavoro: è una forma elegante di abbandono. Perché una persona può essere perfettamente capace di lavorare e, nello stesso tempo, essere diventata poco interessante per il mercato. Sono due cose completamente diverse.
Gli esodati hanno mostrato quanto può essere brutale il sistema
La vicenda degli esodati avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Quando cambiano le regole previdenziali, il lavoratore non è una casella astratta dentro un foglio Excel: esiste una persona che ha fatto scelte sulla base delle regole allora vigenti e che può ritrovarsi improvvisamente in una terra di nessuno, senza stipendio, senza pensione e con possibilità di ricollocazione sempre più ridotte. Al di là delle specifiche responsabilità normative e delle successive salvaguardie, quella vicenda ha mostrato una verità che l'Italia preferisce non guardare: quando perdi il lavoro a una certa età, non perdi soltanto uno stipendio. Puoi perdere la tua collocazione sociale, la tua autonomia, la tua identità professionale e perfino la fiducia nella possibilità di ricominciare.
La grande ipocrisia della riqualificazione
Poi abbiamo inventato una parola bellissima: reskilling. Sembra quasi una formula magica. Hai cinquantacinque anni? Reskilling. Hai una qualifica che non serve più? Reskilling. Hai lavorato trent'anni in un settore in declino? Reskilling. Come se bastasse frequentare un corso per cancellare età, esperienza, territorio, salari, disponibilità delle imprese e concorrenza. La formazione è fondamentale, ma la formazione non crea automaticamente domanda di lavoro. Puoi formare mille persone in una determinata professione e scoprire poi che il territorio ne assorbe cento. A quel punto non hai risolto il problema: hai semplicemente prodotto mille persone certificate in una professione che il mercato non è in grado di assorbire. Anche la formazione, se scollegata dalla domanda reale, può diventare un altro gigantesco mercato della speranza.
Il vero scandalo è che abbiamo discusso del divano e non della macchina
Il Reddito di cittadinanza aveva certamente difetti: problemi di progettazione, controlli, incentivi, condizionalità e difficoltà nel distinguere situazioni profondamente diverse. Ma la discussione pubblica ha commesso un errore ancora più grave: ha trasformato una questione gigantesca di politica del lavoro in una guerra morale contro i poveri. Il percettore è diventato il simbolo di tutto ciò che non funzionava, mentre si parlava molto meno dei Centri per l'impiego inefficienti, della formazione scollegata dalle esigenze produttive, delle difficoltà delle imprese ad assumere lavoratori maturi, della desertificazione industriale di alcuni territori, dell'invecchiamento della popolazione e della perdita di valore di intere professionalità. È molto più facile fotografare uno sul divano che fotografare un sistema incapace di costruire un percorso credibile per farlo rialzare.
E adesso abbiamo cambiato nome
Il Reddito di cittadinanza è stato ridimensionato e sostituito da nuovi strumenti, fino all'attuale sistema di sostegno all'inclusione. Ma cambiare il nome non risolve il problema. La domanda rimane intatta: che cosa facciamo di chi è povero, disoccupato e difficilmente occupabile? E soprattutto, che cosa facciamo di chi ha cinquantacinque o sessant'anni, non può più contare sulle politiche dedicate ai giovani e non possiede una professionalità che il mercato considera appetibile? Possiamo continuare a dirgli che deve avere più iniziativa, mandarlo a un altro corso, fargli compilare un altro curriculum e convocarlo all'ennesimo Centro per l'impiego. Possiamo persino spiegargli che deve essere flessibile. Ma prima o poi bisognerà avere il coraggio di ammettere che non tutti quelli che sono fuori dal mercato del lavoro ci sono finiti perché non hanno voglia di lavorare. Alcuni ci sono finiti perché il mercato è cambiato, altri perché la loro professione è scomparsa, altri perché hanno superato un'età che il mercato considera scomoda, altri ancora perché vivono nel territorio sbagliato o perché hanno perso il lavoro nel momento peggiore possibile.
Il vero fallimento italiano
Il vero fallimento del Reddito di cittadinanza, allora, non è stato semplicemente aver dato un sussidio. È stato non essere riusciti a trasformare quel sussidio in un ponte: un ponte tra povertà e lavoro, tra disoccupazione e occupazione, tra una vecchia professionalità e una nuova, tra una persona espulsa dal mercato e un'impresa disposta a reinserirla, tra lo Stato che paga e lo Stato che accompagna. Abbiamo costruito un'intera discussione sul costo del ponte, ma quasi nessuno ha avuto il coraggio di chiedere se quel ponte fosse mai stato costruito.
E allora la prossima volta che qualcuno parlerà del percettore del Reddito di cittadinanza come del fannullone che sta sul divano, sarebbe forse il caso di fargli una domanda molto semplice: se domani quel cinquantaquattrenne si alza dal divano, dove dovrebbe andare?
Perché se la risposta è soltanto "al Centro per l'impiego", forse il problema non è il suo divano.
Forse è l'Italia che, da vent'anni, non sa costruire una porta abbastanza grande per farlo rientrare.

