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venerdì 18 settembre 2026

Il vero fallimento del Reddito di cittadinanza non era il reddito

Tutti contro il divano. Quasi nessuno contro un sistema che non sa riportare al lavoro chi ne è stato espulso.

Per anni l'Italia ha avuto bisogno di un nemico facile e lo ha trovato nel percettore del Reddito di cittadinanza: il fannullone, quello che non vuole lavorare, quello che preferisce stare sul divano mentre qualcun altro paga. La caricatura era perfetta, talmente perfetta da permettere alla politica, ai mezzi d'informazione e a una parte dell'opinione pubblica di evitare la domanda veramente scomoda: se una persona non lavora, chi deve occuparsi concretamente di riportarla dentro il mercato del lavoro? Perché il Reddito di cittadinanza, almeno nelle intenzioni originarie, non doveva essere semplicemente un bancomat per i poveri. Doveva mettere insieme sostegno economico, formazione, orientamento, presa in carico e soprattutto una profonda riforma dei servizi pubblici per l'impiego. Il problema è che in Italia è arrivato molto più facilmente il sussidio della macchina necessaria a farlo funzionare. E questa non è una differenza secondaria: è il cuore del problema.



Abbiamo importato il sussidio senza importare la macchina del lavoro

Da anni guardiamo alla Germania e alla Bundesagentur für Arbeit come esempio di un servizio pubblico capace di intervenire realmente nel mercato del lavoro. Non significa che la Germania abbia trovato la formula magica o che basti copiarla. Significa capire una cosa elementare: un Centro per l'impiego non dovrebbe essere semplicemente un ufficio nel quale una persona viene registrata come disoccupata e poi lasciata alla propria iniziativa. Dovrebbe conoscere il lavoratore, le sue competenze, le sue carenze, le imprese del territorio, le professioni che stanno scomparendo e quelle che stanno nascendo; dovrebbe costruire percorsi realistici e avere una qualche responsabilità sul risultato. In Italia, invece, abbiamo avuto per troppo tempo una macchina burocratica alla quale abbiamo chiesto di svolgere una funzione strategica, e poi ci siamo meravigliati perché non funzionava. È come pretendere che una bicicletta faccia il lavoro di un'automobile e, quando non ci riesce, accusare il passeggero.


Il disoccupato italiano è diventato il colpevole perfetto

La politica italiana ha scoperto una soluzione straordinariamente comoda: quando il mercato del lavoro non funziona, la colpa può essere trasferita sul disoccupato. Se rifiuta un lavoro, è sfaticato; se non lo trova, non si impegna abbastanza; se ha bisogno di formazione, deve aggiornarsi; se è troppo vecchio, deve reinventarsi; se non conosce il digitale, deve impararlo; se ha perso il lavoro dopo venticinque anni nella stessa azienda, deve diventare imprenditore di sé stesso. E se, dopo tutto questo, non riesce comunque a rientrare nel mercato, arriva la sentenza finale: non ha voglia di lavorare. È una narrazione comoda perché non pretende di cambiare nulla. Se la responsabilità è sempre dell'individuo, il sistema può continuare tranquillamente a non interrogarsi sulle proprie responsabilità.


Ma il mercato del lavoro non è una lotteria equa

C'è una verità che la retorica del "basta volerlo" evita accuratamente di considerare: il mercato del lavoro non domanda tutte le persone allo stesso modo. Un venticinquenne e un cinquantacinquenne non partono necessariamente dalla stessa posizione; un laureato con competenze richieste dal mercato non è nella stessa situazione di un lavoratore con una qualifica diventata obsoleta; una persona che vive in un territorio industriale non ha le stesse possibilità di chi vive in un'area dove le opportunità sono poche. Soprattutto, un lavoratore che perde il posto a 55 anni non può essere trattato come un ragazzo che deve entrare per la prima volta nel mondo del lavoro. Ha un problema diverso. Ma l'Italia continua troppo spesso a costruire politiche come se esistesse un unico grande disoccupato astratto, uguale in ogni età, territorio e condizione professionale.


E gli ultracinquantenni?

Qui arriva il punto che nessuno ama davvero affrontare. Abbiamo prodotto per anni incentivi all'assunzione dei giovani, e giustamente: un Paese deve favorire l'ingresso delle nuove generazioni nel lavoro. Ma mentre celebravamo l'ingresso dei giovani, che cosa facevamo con quelli che venivano espulsi dal mercato a cinquanta, cinquantacinque o sessant'anni? Gli dicevamo di aggiornarsi, li mandavamo a qualche corso, promettevamo la riqualificazione e poi li rimettevamo sul mercato a competere con persone venti o trent'anni più giovani. Questa non è una politica del lavoro: è una forma elegante di abbandono. Perché una persona può essere perfettamente capace di lavorare e, nello stesso tempo, essere diventata poco interessante per il mercato. Sono due cose completamente diverse.


Gli esodati hanno mostrato quanto può essere brutale il sistema

La vicenda degli esodati avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Quando cambiano le regole previdenziali, il lavoratore non è una casella astratta dentro un foglio Excel: esiste una persona che ha fatto scelte sulla base delle regole allora vigenti e che può ritrovarsi improvvisamente in una terra di nessuno, senza stipendio, senza pensione e con possibilità di ricollocazione sempre più ridotte. Al di là delle specifiche responsabilità normative e delle successive salvaguardie, quella vicenda ha mostrato una verità che l'Italia preferisce non guardare: quando perdi il lavoro a una certa età, non perdi soltanto uno stipendio. Puoi perdere la tua collocazione sociale, la tua autonomia, la tua identità professionale e perfino la fiducia nella possibilità di ricominciare.


La grande ipocrisia della riqualificazione

Poi abbiamo inventato una parola bellissima: reskilling. Sembra quasi una formula magica. Hai cinquantacinque anni? Reskilling. Hai una qualifica che non serve più? Reskilling. Hai lavorato trent'anni in un settore in declino? Reskilling. Come se bastasse frequentare un corso per cancellare età, esperienza, territorio, salari, disponibilità delle imprese e concorrenza. La formazione è fondamentale, ma la formazione non crea automaticamente domanda di lavoro. Puoi formare mille persone in una determinata professione e scoprire poi che il territorio ne assorbe cento. A quel punto non hai risolto il problema: hai semplicemente prodotto mille persone certificate in una professione che il mercato non è in grado di assorbire. Anche la formazione, se scollegata dalla domanda reale, può diventare un altro gigantesco mercato della speranza.


Il vero scandalo è che abbiamo discusso del divano e non della macchina

Il Reddito di cittadinanza aveva certamente difetti: problemi di progettazione, controlli, incentivi, condizionalità e difficoltà nel distinguere situazioni profondamente diverse. Ma la discussione pubblica ha commesso un errore ancora più grave: ha trasformato una questione gigantesca di politica del lavoro in una guerra morale contro i poveri. Il percettore è diventato il simbolo di tutto ciò che non funzionava, mentre si parlava molto meno dei Centri per l'impiego inefficienti, della formazione scollegata dalle esigenze produttive, delle difficoltà delle imprese ad assumere lavoratori maturi, della desertificazione industriale di alcuni territori, dell'invecchiamento della popolazione e della perdita di valore di intere professionalità. È molto più facile fotografare uno sul divano che fotografare un sistema incapace di costruire un percorso credibile per farlo rialzare.


E adesso abbiamo cambiato nome

Il Reddito di cittadinanza è stato ridimensionato e sostituito da nuovi strumenti, fino all'attuale sistema di sostegno all'inclusione. Ma cambiare il nome non risolve il problema. La domanda rimane intatta: che cosa facciamo di chi è povero, disoccupato e difficilmente occupabile? E soprattutto, che cosa facciamo di chi ha cinquantacinque o sessant'anni, non può più contare sulle politiche dedicate ai giovani e non possiede una professionalità che il mercato considera appetibile? Possiamo continuare a dirgli che deve avere più iniziativa, mandarlo a un altro corso, fargli compilare un altro curriculum e convocarlo all'ennesimo Centro per l'impiego. Possiamo persino spiegargli che deve essere flessibile. Ma prima o poi bisognerà avere il coraggio di ammettere che non tutti quelli che sono fuori dal mercato del lavoro ci sono finiti perché non hanno voglia di lavorare. Alcuni ci sono finiti perché il mercato è cambiato, altri perché la loro professione è scomparsa, altri perché hanno superato un'età che il mercato considera scomoda, altri ancora perché vivono nel territorio sbagliato o perché hanno perso il lavoro nel momento peggiore possibile.


Il vero fallimento italiano

Il vero fallimento del Reddito di cittadinanza, allora, non è stato semplicemente aver dato un sussidio. È stato non essere riusciti a trasformare quel sussidio in un ponte: un ponte tra povertà e lavoro, tra disoccupazione e occupazione, tra una vecchia professionalità e una nuova, tra una persona espulsa dal mercato e un'impresa disposta a reinserirla, tra lo Stato che paga e lo Stato che accompagna. Abbiamo costruito un'intera discussione sul costo del ponte, ma quasi nessuno ha avuto il coraggio di chiedere se quel ponte fosse mai stato costruito.

E allora la prossima volta che qualcuno parlerà del percettore del Reddito di cittadinanza come del fannullone che sta sul divano, sarebbe forse il caso di fargli una domanda molto semplice: se domani quel cinquantaquattrenne si alza dal divano, dove dovrebbe andare?

Perché se la risposta è soltanto "al Centro per l'impiego", forse il problema non è il suo divano.

Forse è l'Italia che, da vent'anni, non sa costruire una porta abbastanza grande per farlo rientrare.

mercoledì 16 settembre 2026

Il business della speranza: ti vendono la gallina di domani e incassano l’uovo oggi

C'è un prodotto che in Italia sembra non conoscere crisi: la speranza. Non viene esposta nelle vetrine e raramente viene chiamata con il suo vero nome. Si presenta sotto forma di corso di formazione, master, certificazione, preparazione a un concorso, percorso universitario, titolo aggiuntivo, tutoraggio, simulazione d'esame o promessa di qualche punto in più in graduatoria. La confezione cambia, ma il messaggio è quasi sempre lo stesso: investi oggi su te stesso e domani potresti riuscire a entrare.

Entrare dove? In una graduatoria, nella scuola, nella pubblica amministrazione, in un'università, in una professione, in un concorso o semplicemente nel mercato del lavoro. È qui che la formazione smette di essere soltanto trasmissione di conoscenze e diventa qualcosa di molto più grande: un'industria costruita intorno al desiderio di migliorare la propria posizione in una competizione. E quando milioni di persone sono costrette a competere per un numero limitato di opportunità, anche la speranza di farcela diventa economicamente monetizzabile.


L'uovo oggi e la gallina domani

La metafora della gallina descrive perfettamente questa nuova economia. Chi vende formazione prende il proprio uovo oggi: riceve l'iscrizione, organizza il corso, eroga le lezioni, fornisce il materiale, rilascia eventualmente il titolo e conclude la propria prestazione. Chi compra, invece, non sta acquistando un posto di lavoro. Sta acquistando la possibilità di ottenerlo. Sta comprando una probabilità, una speranza, un possibile vantaggio rispetto agli altri candidati.

Ed è qui che compare la differenza fondamentale. Il venditore può incassare indipendentemente dal risultato finale dell'acquirente. Il candidato, invece, scoprirà soltanto in seguito se il proprio investimento avrà prodotto qualcosa. Potrà ottenere una supplenza, superare un concorso, migliorare la propria posizione in graduatoria o accedere finalmente alla professione desiderata. Ma potrebbe anche ritrovarsi esattamente dov'era prima, soltanto con qualche migliaio di euro in meno e un curriculum più lungo.

Chi vende prende l'uovo oggi. Chi compra spera che domani arrivi la gallina.

Naturalmente questo non significa che la formazione sia inutile o che chi opera in questo settore venda necessariamente illusioni. Una buona preparazione può fare realmente la differenza. Il problema nasce quando confondiamo il valore della formazione con la certezza del risultato. Un corso può aumentare le possibilità di una persona senza poterle garantire il posto che quella persona desidera. E proprio dentro questa distanza tra possibilità e risultato nasce il mercato della speranza.



Quando il futuro diventa una merce

Per molto tempo abbiamo considerato la formazione soprattutto come uno strumento per conoscere, comprendere e diventare professionalmente più competenti. Oggi una parte crescente della formazione viene acquistata con una motivazione diversa: non soltanto per sapere qualcosa, ma per ottenere qualcosa.

Lo studente non prepara necessariamente un esame soltanto perché vuole padroneggiare una materia; vuole superare una barriera che gli consenta di proseguire il proprio percorso. L'aspirante insegnante non acquisisce necessariamente un titolo soltanto per arricchire la propria cultura; lo fa perché quel titolo può migliorare la sua posizione. Il candidato a un concorso non cerca soltanto conoscenze; cerca la preparazione necessaria per superare una selezione nella quale i posti disponibili sono spesso molti meno dei partecipanti.

La conoscenza viene così trasformata in una sorta di moneta di accesso. Non conta soltanto ciò che sai, ma quanto quel sapere può essere convertito in un punteggio, in una certificazione, in un requisito, in una posizione migliore rispetto agli altri. E quando la conoscenza assume un valore competitivo, inevitabilmente intorno a essa nasce un mercato.


Il paradosso delle graduatorie

Il mondo della scuola rappresenta forse uno degli esempi più evidenti di questo meccanismo. Un aspirante insegnante può investire tempo e denaro per acquisire titoli, certificazioni e percorsi formativi nella convinzione, perfettamente comprensibile, di aumentare le proprie possibilità di lavorare. Ma esiste un paradosso che rischia di sfuggire al singolo individuo: se tutti fanno la stessa cosa, il vantaggio individuale può ridursi mentre il mercato della formazione continua a crescere.

Immaginiamo una competizione nella quale un certo titolo permette inizialmente di distinguersi. Se quel titolo viene successivamente acquisito da migliaia di candidati, ciò che prima rappresentava un vantaggio può diventare semplicemente una componente ordinaria del curriculum. A quel punto la competizione non si ferma: nasce la necessità di aggiungere un altro titolo, un'altra certificazione, un altro corso, un'altra esperienza. E ciascun candidato torna sul mercato per cercare un nuovo elemento che possa renderlo nuovamente competitivo.

È una corsa particolare, perché non consiste necessariamente nel diventare più bravi in assoluto. Spesso consiste nel cercare di essere più avanti degli altri. Se tutti avanzano insieme, la distanza rimane sostanzialmente la stessa. Eppure tutti continuano a investire.


Il caso del sostegno e la domanda che dovremmo farci

Il fenomeno diventa particolarmente interessante quando osserviamo i percorsi formativi destinati al sostegno scolastico. Anche in questo caso è necessario evitare semplificazioni: formare nuovi insegnanti può rispondere a un'esigenza reale del sistema e non è corretto sostenere automaticamente che ogni nuovo percorso produca un eccesso di personale. La questione, tuttavia, merita di essere posta: quanto è effettivamente collegata l'offerta formativa alle concrete opportunità occupazionali che seguiranno?

Per l'aspirante docente il ragionamento è comprensibile. Se acquisisco una qualificazione, aumento le mie possibilità di lavorare. Ma il sistema deve fare i conti con un'altra realtà: il numero delle persone formate e il numero delle opportunità disponibili non sono necessariamente la stessa cosa. Una persona può conseguire il titolo e trovarsi comunque dentro una graduatoria affollata, in competizione con molte altre persone che hanno fatto esattamente lo stesso investimento.

Ed è qui che emerge una domanda scomoda. Chi vende la formazione deve necessariamente assumersi il rischio occupazionale di chi la acquista? No. E probabilmente non potrebbe nemmeno farlo. L'università, l'ente formativo o il professionista possono offrire un percorso valido; non possono creare automaticamente il posto di lavoro che il candidato spera di ottenere.

Il punto, quindi, non è accusare chi forma. È osservare una separazione sempre più evidente tra mercato della formazione e mercato del lavoro. Il primo può crescere anche quando il secondo non cresce nella stessa proporzione.


Il business dell'accesso

Forse per questo dovremmo smettere di parlare soltanto di business della formazione e cominciare a parlare di business dell'accesso. Perché ciò che viene realmente venduto, in molti casi, non è semplicemente una lezione. È la possibilità di arrivare davanti a una porta e avere qualche strumento in più per provare ad aprirla.

Più la porta è stretta, più aumenta il valore percepito di chi promette di spiegarti come attraversarla. Se ci sono pochi posti e moltissimi candidati, cresce naturalmente la domanda di manuali, corsi, simulazioni, tutor, piattaforme, master, certificazioni e consulenze. Non è necessario che qualcuno inventi artificialmente la competizione: è sufficiente che la competizione esista.

E così attorno ai concorsi, alle graduatorie, agli esami universitari e alle professioni regolamentate può svilupparsi un'intera economia. Un'economia nella quale la scarsità delle opportunità diventa una fonte di domanda per nuovi servizi.

È un meccanismo perfettamente comprensibile dal punto di vista economico. Ma socialmente produce una domanda inquietante: quanto siamo diventati disposti a spendere per sentirci un po' più vicini a una porta che potrebbe comunque non aprirsi?


La speranza è un prodotto straordinario

La speranza possiede una caratteristica commerciale particolare: non deve necessariamente trasformarsi in risultato immediato per poter continuare a essere venduta. Se un candidato non supera un concorso, può prepararsi per il successivo. Se non entra in una graduatoria, può cercare un nuovo titolo. Se una certificazione non basta, può aggiungerne un'altra. Se una strategia non funziona, può essere proposta una strategia diversa.

Il cliente rimane così dentro un ciclo potenzialmente infinito di investimento e attesa. Ogni nuovo passaggio può essere presentato come un'opportunità per avvicinarsi all'obiettivo finale.

Non c'è necessariamente una truffa in questo meccanismo. Ed è proprio questo l'aspetto più interessante. La speranza può essere venduta legalmente, professionalmente e persino con grande competenza. Il problema nasce quando il consumatore perde di vista la differenza tra una maggiore probabilità e una promessa implicita di successo.

Una possibilità non è un risultato. Un titolo non è un posto di lavoro. Un corso non è un'assunzione. Una certificazione non è una graduatoria vinta.

Eppure, nella mente di chi è alla ricerca disperata di una soluzione, queste distanze possono diventare sempre più sottili.


La nuova disuguaglianza: poter pagare per competere

Esiste poi una conseguenza sociale ancora più profonda. Se la competizione per il lavoro richiede continuamente nuovi investimenti formativi, anche la disponibilità economica può diventare una componente della competizione.

Chi dispone di risorse può permettersi più facilmente di acquistare corsi, accumulare titoli, tentare più volte, affidarsi a tutor e dedicare tempo alla preparazione. Chi dispone di meno risorse deve scegliere con attenzione ogni investimento, perché ogni corso rappresenta denaro sottratto ad altre necessità.

Il rischio è che una società che dichiara di voler premiare il merito finisca per costruire una competizione nella quale anche la capacità di finanziare la propria candidatura diventa un vantaggio.

Non basta allora essere preparati. Bisogna potersi permettere di prepararsi.

Non basta avere talento. Bisogna potersi permettere di dimostrarlo.

Non basta voler entrare. Bisogna potersi permettere di rimanere abbastanza a lungo davanti alla porta.

E questa è una forma di disuguaglianza molto più sottile di quella tradizionale, perché può essere presentata come investimento individuale, responsabilità personale e volontà di migliorarsi.


Il candidato come cliente permanente

Forse il vero cambiamento sta proprio qui. Il candidato non è più soltanto una persona che studia per raggiungere un obiettivo. Può diventare un cliente permanente del proprio futuro.

Ogni volta che il sistema cambia una regola, introduce un requisito, modifica una graduatoria o apre una nuova selezione, nasce una nuova necessità di adattamento. E ogni necessità può generare un nuovo mercato.

Il candidato studia, paga, accumula, aggiorna, ricomincia.

E intanto il futuro rimane sempre un po' più avanti.

È questa la parte più inquietante del fenomeno: non è necessario che qualcuno inganni deliberatamente qualcuno. È sufficiente che una persona abbia un forte desiderio di cambiare la propria vita e che intorno a quel desiderio esista un mercato pronto a offrirle strumenti, percorsi e possibilità.

La speranza diventa così economicamente produttiva.


Il paradosso della gallina

Alla fine torniamo alla nostra gallina.

Il formatore vende un percorso e può ricevere il suo compenso oggi. L'università può incassare le tasse previste dal percorso formativo. Il professionista può essere pagato per la consulenza. La piattaforma può ricevere il proprio abbonamento. Il candidato, invece, rimane in attesa dell'uovo.

Forse arriverà.

Forse arriverà molto più tardi.

Forse sarà più piccolo di quello che immaginava.

Forse scoprirà che migliaia di altre persone hanno comprato la stessa gallina.

Oppure scoprirà che quella gallina, semplicemente, non c'era.

Ecco perché la questione non dovrebbe essere liquidata con il solito giudizio secondo cui "chi vuole riuscire deve investire su se stesso". È vero, ma non basta. Dovremmo anche chiederci chi guadagna sicuramente dall'investimento e chi, invece, si assume tutto il rischio del risultato.

Perché se io pago oggi per avere domani una possibilità, mentre chi mi vende quella possibilità incassa oggi, abbiamo costruito un rapporto economico nel quale il rischio non è distribuito nello stesso modo.


Quando vendere speranza diventa un'industria

Forse il fenomeno più sorprendente del nostro tempo è proprio questo: abbiamo costruito un'economia capace di trasformare il desiderio di avere un futuro migliore in una fonte di reddito per qualcun altro.

Non compriamo più soltanto beni e servizi. Compriamo possibilità.

Compriamo l'idea che un nuovo titolo possa cambiare la nostra posizione. Che un nuovo corso possa avvicinarci al lavoro. Che un nuovo certificato possa farci superare gli altri. Che una nuova preparazione possa finalmente aprire quella porta che finora è rimasta chiusa.

E naturalmente alcune volte funziona. È proprio questo che rende il meccanismo così potente.

Il problema nasce quando dimentichiamo che una possibilità rimane una possibilità, anche dopo averla pagata.

Forse dovremmo cominciare a guardare con maggiore lucidità questo enorme mercato costruito intorno alle nostre aspirazioni. Non per demonizzare la formazione, ma per distinguere la conoscenza dalla promessa, l'investimento dalla scommessa, la competenza dalla certificazione e soprattutto il percorso reale verso un lavoro dalla semplice sensazione di essersi avvicinati ad esso.

Perché alla fine la domanda più scomoda è anche la più semplice.

Se chi vende la formazione prende l'uovo oggi e chi la compra deve aspettare la gallina domani, siamo davvero sicuri di sapere chi sta facendo l'investimento più conveniente?

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