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domenica 27 settembre 2026

Ho cancellato i politici italiani. Non la politica.

Perché ho eliminato dal mio blog i protagonisti della Repubblica

A un certo punto ho deciso di cancellare dal mio blog quasi tutti i post dedicati ai politici italiani contemporanei. Destra, sinistra, centro: non ho fatto distinzioni. Ho eliminato anche diversi contenuti dedicati a protagonisti importanti della politica italiana del dopoguerra.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché.

La risposta è semplice, ma non superficiale: non voglio più raccontare l'Italia attraverso i suoi politici.

Non perché la politica italiana non mi interessi. Al contrario. Mi interessa talmente tanto da aver deciso di smettere di occuparmi soltanto dei suoi protagonisti per provare a osservare ciò che sta dietro di loro: i meccanismi del potere, le relazioni, le clientele, le élite, gli interessi economici, le istituzioni, l'informazione e quella particolare capacità italiana di cambiare uomini e partiti lasciando spesso intatte le strutture.

La cancellazione, dunque, non è una rinuncia alla politica.

È un cambio di prospettiva.


Non sono fascista. E non sono monarchico

Voglio chiarire un punto perché, in Italia, ogni critica radicale alla Repubblica rischia immediatamente di essere interpretata attraverso categorie politiche precostituite.

Con il fascismo non ho niente a che vedere.

Sono fortemente critico nei confronti del Ventennio fascista e non ho alcuna intenzione di riabilitarlo. Il fatto che io sia severamente critico verso la Repubblica italiana non significa in alcun modo che io consideri preferibile il regime che l'ha preceduta.

Allo stesso modo, non penso che una restaurazione monarchica cambierebbe necessariamente la sostanza del problema.

Non basta cambiare la forma dello Stato se rimangono gli stessi meccanismi attraverso i quali una classe dirigente esercita il potere, tutela i propri interessi e guarda con sufficiente distanza alle persone che stanno sotto di essa.

Per questo la mia critica non è una nostalgia.

È una critica al potere italiano nel suo complesso.


Dal 1861 a oggi: una classe dirigente che non stimo

Da meridionale non nutro una particolare stima per la classe politica italiana dal 1861 a oggi.

E non lo dico soltanto per la mia provenienza geografica. Nella mia storia familiare esiste anche la memoria di un antenato che fu cavaliere sotto i Borbone. Ma questo non mi trasforma automaticamente in neoborbonico. Non considero fondate al cento per cento le tesi del neoborbonismo e penso che anche la storia del Regno delle Due Sicilie debba essere studiata senza mitologie.

Non ho bisogno di sostituire una mitologia con un'altra.

Non devo trasformare i Borbone in santi per criticare i Savoia. E non devo trasformare la monarchia in un paradiso perduto per criticare la Repubblica.

La storia è molto più complicata.

Ed è proprio questa complessità che mi interessa.


Nemmeno la restaurazione cambierebbe la sostanza

La monarchia, peraltro, non è immune da quella che oggi potremmo definire una logica di familismo del potere.

Il problema non è soltanto ciò che fecero o non fecero i Savoia durante la storia dell'Unità d'Italia. Il problema è l'idea stessa secondo cui la forma istituzionale possa risolvere automaticamente il problema del potere.

Non sarebbe così.

Lo dimostra anche la storia della monarchia italiana.

L'8 settembre 1943 rappresentò una delle crisi più drammatiche della storia nazionale. Dopo l'annuncio dell'armistizio, Vittorio Emanuele III, Badoglio e il seguito reale lasciarono Roma nella notte tra il 9 e il 10 settembre e raggiunsero Brindisi, dove si stabilì il governo del cosiddetto Regno del Sud.

La vicenda è stata oggetto di interpretazioni storiche diverse. Ma esiste un dettaglio, diventato celebre, che rende quasi grottesca la distanza fra la tragedia nazionale e la dimensione privata della corte: nelle memorie di alcuni esponenti alleati viene riportato l'episodio secondo cui, durante il soggiorno a Brindisi, il re avrebbe chiesto delle uova fresche per la regina.

Le uova non sono il problema.

Il problema è ciò che quell'aneddoto può rappresentare.

Mentre un esercito si disgregava, mentre migliaia di militari italiani venivano lasciati senza ordini chiari e mentre il Paese precipitava nel caos, la dimensione della corte poteva apparire separata dalla tragedia collettiva.

Ed è qui che il concetto di familismo amorale, elaborato da Edward C. Banfield nel suo celebre studio sul Mezzogiorno italiano, diventa una chiave di lettura interessante. Banfield descriveva una situazione nella quale l'interesse della propria famiglia o della propria cerchia può prevalere sull'interesse collettivo.

Non considero, però, il familismo amorale una caratteristica genetica del Mezzogiorno né una spiegazione sufficiente dei problemi italiani.

Al contrario, è proprio la storia del potere a suggerirmi una domanda diversa: e se questa logica, in forme differenti, potesse attraversare l'intera società italiana, comprese le sue élite?

Il familismo amorale non deve necessariamente manifestarsi soltanto nella famiglia povera che cerca di proteggere i propri interessi. Può assumere forme molto più sofisticate quando entra nelle reti del potere: la famiglia, la cerchia degli amici, il partito, il gruppo professionale, la corrente, il clan politico, il circuito economico.

In questo senso, il problema non è semplicemente «familiare».

È relazionale.

Ed è proprio qui che il concetto diventa particolarmente interessante per comprendere il Bestiario Italiano.


La Repubblica di Pulcinella

È per questo che, quando definisco provocatoriamente l'Italia una «Repubblica di Pulcinella», non sto dicendo che tutto ciò che è accaduto nella Repubblica sia stato ridicolo, corrotto o privo di valore.

Sto mettendo sotto accusa una certa maniera di esercitare il potere.

Una Repubblica nata dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 non può essere giudicata soltanto attraverso la sua Costituzione o attraverso le intenzioni dei suoi fondatori. Deve essere osservata anche attraverso ciò che è realmente accaduto nei decenni successivi.

E la storia repubblicana italiana è una storia piena di contraddizioni.

Abbiamo avuto una lunga stagione nella quale la Democrazia Cristiana è stata il principale partito di governo, all'interno di un sistema dominato dai partiti e dalle loro articolazioni. Abbiamo avuto la partitocrazia. Abbiamo avuto rapporti tra politica e criminalità organizzata che hanno segnato profondamente la storia della Repubblica. Abbiamo avuto scandali, stragi, deviazioni, clientele e sistemi di potere che ancora oggi fanno parte della memoria nazionale.

E abbiamo avuto una classe politica sempre più percepita da una parte dell'opinione pubblica come una casta separata dal resto del Paese, una percezione resa particolarmente popolare dal lavoro giornalistico di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

Non significa che tutti i politici siano uguali.

Non lo sono.

Significa che il problema non può essere risolto semplicemente sostituendo un nome con un altro.


Il berlusconismo e la mutazione della sinistra

Poi è arrivato il berlusconismo.

Non soltanto Silvio Berlusconi come individuo, ma un intero modello politico, culturale e comunicativo che ha modificato profondamente la politica italiana.

E, parallelamente, abbiamo assistito alla trasformazione della sinistra italiana.

Dopo la fine del comunismo e la dissoluzione del riferimento sovietico, una parte della sinistra ha progressivamente abbandonato alcune delle proprie categorie tradizionali e si è avvicinata a un paradigma economico e politico sempre più compatibile con il neoliberismo.

Anche questo, per me, è un fenomeno storico da comprendere.

Non mi interessa stabilire quale parte abbia avuto sempre ragione.

Mi interessa capire perché l'intero sistema abbia prodotto determinate trasformazioni e quali interessi abbiano accompagnato quei cambiamenti.

Perché mentre destra e sinistra continuavano a combattersi sul piano elettorale, molte dinamiche profonde della società italiana continuavano a riprodursi.


Il problema non sono i politici. È il sistema che li produce

È questa la ragione per cui ho eliminato quei post.

Un articolo su un politico può essere interessante oggi e diventare irrilevante tra cinque anni. Una polemica elettorale può dominare il dibattito per qualche settimana e poi scomparire.

Ma il clientelismo resta.

Il trasformismo resta.

Il familismo, nelle sue diverse forme, resta.

Il potere relazionale resta.

Le reti di influenza restano.

Il rapporto ambiguo tra politica, economia, amministrazione, informazione e professioni resta.

E soprattutto resta una domanda: come viene realmente distribuito il potere in Italia?

È questa la domanda che mi interessa.

Non mi interessa più inseguire il politico del momento. Mi interessa capire l'ecosistema che permette a determinati comportamenti di riprodursi indipendentemente dal nome scritto sulla scheda elettorale.


Il Bestiario deve scendere sotto la superficie

Per questo il Bestiario Italiano può fare ciò che il mio blog internazionale non fa.

Nel blog rivolto al pubblico internazionale posso parlare dell'irrilevanza crescente dell'Italia nel contesto globale. Posso osservare il Paese dall'esterno e chiedermi quale sia oggi il suo peso reale.

Nel Bestiario Italiano, invece, posso scendere sotto la superficie.

Posso chiedermi perché siamo arrivati fin qui.

Posso parlare della mentalità clientelare, del familismo amorale, delle reti di potere, delle complicità, delle classi dirigenti, delle élite locali, del rapporto fra politica e criminalità organizzata, della trasformazione della sinistra, del berlusconismo, della partitocrazia e di tutti quei meccanismi che non scompaiono semplicemente perché cambia il governo.

È questo il mio vero oggetto di studio.

Non il singolo animale.

La giungla.


Ho cancellato i nomi per poter vedere meglio il sistema

Questa è quindi la ragione più profonda della mia scelta editoriale.

Ho cancellato i politici italiani perché non voglio che il Bestiario Italiano diventi un archivio di tifoserie.

Non voglio costruire una galleria di buoni e cattivi.

Non voglio sostituire una propaganda con un'altra.

Voglio osservare il potere.

E voglio farlo anche quando il potere non porta una cravatta istituzionale, non occupa un seggio parlamentare e non compare nei titoli dei giornali.

Perché spesso il potere più interessante è quello che non ha bisogno di presentarsi come potere.

Ed è proprio lì che comincia il mio Bestiario.

Ho cancellato i politici italiani.

Non ho cancellato la politica.

Ho semplicemente deciso di guardare più in profondità.

lunedì 14 settembre 2026

L'Italia che cambia per non cambiare

Il successo del berlusconismo non può essere spiegato soltanto dal carisma, dalla capacità comunicativa o dalla potenza mediatica di Silvio Berlusconi. Nel 1994 Berlusconi entrò in politica su un terreno che era stato reso fertile da decenni di partitocrazia e da un particolare modo di funzionare della Repubblica italiana. Un sistema nel quale i partiti avevano occupato una parte enorme della società, costruendo nel tempo abitudini, aspettative, clientele, protezioni e una determinata idea del rapporto fra cittadino e potere.

Tangentopoli aveva scoperchiato quel sistema, ma scoperchiare qualcosa non significa necessariamente superarlo. La fine della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista e degli altri grandi protagonisti della Prima Repubblica non cancellava automaticamente la cultura politica che si era formata nei decenni precedenti. Una parte consistente dell'Italia non poteva, e forse non voleva, voltare davvero pagina. Voleva certamente cambiare qualcosa, ma non necessariamente cambiare se stessa.

Anche la svolta della Bolognina aveva trasformato il Partito Comunista Italiano, aprendo la strada alla sua evoluzione e alla nascita di nuove formazioni della sinistra. Ma trasformare un partito non significava trasformare automaticamente il Paese. L'Italia usciva dalla Prima Repubblica con una domanda fortissima di novità e, nello stesso tempo, con una difficoltà altrettanto forte ad abbandonare le proprie vecchie categorie politiche e sociali.

Fu dentro questa contraddizione che Berlusconi trovò il suo spazio storico.


L'uomo nuovo sul terreno antico

Berlusconi appariva come l'uomo nuovo per eccellenza. Non proveniva dalla tradizionale carriera dei partiti, era un imprenditore, un uomo della televisione, un protagonista del successo economico e della società dei consumi. Prometteva di portare nella politica il linguaggio dell'impresa, dell'efficienza, della modernità e del successo personale.

Ma la sua forza non consisteva soltanto nell'essere diverso dalla vecchia classe dirigente. Consisteva nel fatto che riusciva a essere nuovo senza risultare completamente estraneo all'Italia che lo ascoltava.

Qui la vecchia intuizione gattopardiana assume un significato particolare: bisogna che tutto cambi affinché tutto resti come è.

Il volto della politica poteva cambiare. I vecchi partiti potevano essere sostituiti da un movimento personale. La televisione poteva prendere il posto delle sezioni. Il leader poteva parlare direttamente al cittadino senza la mediazione delle organizzazioni tradizionali. Ma tutto questo non richiedeva necessariamente una trasformazione profonda del rapporto degli italiani con il potere.

Berlusconi riuscì così a rappresentare contemporaneamente la rottura e la continuità. Fu abbastanza nuovo per apparire come l'antidoto alla Prima Repubblica e abbastanza compatibile con una parte dello stereotipo nazionale per non rappresentare una vera rivoluzione antropologica.

L'Italia poteva cambiare il proprio leader senza dover cambiare completamente se stessa.


Non fu soltanto Berlusconi

Ma c'è un'altra questione che spesso viene rimossa quando si raccontano gli ultimi trent'anni della politica italiana.

Berlusconi non è stato al governo per trent'anni.

Nel frattempo hanno governato anche il centrosinistra e governi guidati da figure come Romano Prodi, Massimo D'Alema e Matteo Renzi, oltre ad altri esecutivi sostenuti da maggioranze differenti. Se dunque una parte dell'Italia è diventata più precaria, più insicura e più diseguale, non è possibile attribuire tutto questo alla sola destra berlusconiana.

Una parte della sinistra, una volta entrata stabilmente nella logica di governo, ha progressivamente accettato molte delle coordinate economiche della stagione neoliberale: maggiore flessibilità del mercato del lavoro, competitività, contenimento della spesa, privatizzazioni, adattamento alla globalizzazione e riduzione delle rigidità del sistema produttivo.

Non significa che ogni singola riforma sia stata necessariamente sbagliata, né che esista una relazione automatica fra liberalizzazione e impoverimento. Ma il risultato politico complessivo è stato evidente: una parte del mondo del lavoro ha cominciato a percepire la flessibilità non come maggiore libertà, ma come minore sicurezza.

E qui si è consumata una delle più grandi fratture della politica italiana contemporanea.

La sinistra continuava a parlare in nome dei lavoratori, mentre una parte crescente dei lavoratori non riconosceva più nella sinistra il proprio linguaggio, le proprie paure e perfino i propri interessi.

Il problema non era soltanto economico. Era anche simbolico. Chi aveva perso stabilità, potere d'acquisto e prospettive poteva vedere la politica progressista sempre più concentrata su questioni culturali e identitarie, mentre la propria condizione materiale sembrava diventare una questione secondaria.



Le nuove rivoluzioni

Su questo terreno arrivò il Movimento 5 Stelle.

Il M5S fu una vera novità politica: mise insieme protesta anti-partitica, democrazia digitale, critica delle élite e promessa di una radicale trasformazione del sistema. Ma una volta entrato nelle istituzioni e poi al governo, dovette confrontarsi con gli stessi vincoli che avevano condizionato i partiti tradizionali.

La rivoluzione promessa si trasformò progressivamente in responsabilità di governo.

Poi è arrivata Giorgia Meloni.

Anche la sua ascesa ha rappresentato una novità reale. Una destra proveniente da una tradizione politica rimasta a lungo ai margini è arrivata alla guida del governo e ha costruito il proprio consenso sulla promessa di una maggiore discontinuità rispetto all'establishment politico e culturale.

Ma anche qui bisogna distinguere la novità elettorale dalla capacità di modificare realmente i rapporti di forza.

Il punto non è sostenere che M5S e Meloni abbiano semplicemente fatto «marketing» e nulla più. Sarebbe una semplificazione ingenerosa. Il punto è che la capacità di costruire una straordinaria offerta elettorale di cambiamento non coincide necessariamente con la capacità di trasformare strutturalmente il sistema economico nel quale un governo deve operare.

Ed è qui che entrano in scena i mercati.


I mercati non governano, ma delimitano

Dire che «i mercati dominano» è una formula efficace, ma troppo generica. I mercati finanziari non sono un governo occulto e non costituiscono un soggetto unico che impartisce ordini alla politica.

Il meccanismo è più concreto e, proprio per questo, più difficile da aggirare.

L'Italia è uno Stato fortemente indebitato che deve continuamente rifinanziare il proprio debito. Un governo può decidere di aumentare la spesa, ridurre le entrate o adottare politiche economiche molto espansive, ma deve considerare la loro sostenibilità finanziaria. Se le sue decisioni vengono percepite come poco credibili, il costo del finanziamento può aumentare. E quando aumenta il costo del debito, diminuisce lo spazio disponibile per altre politiche pubbliche.

A questo si aggiungono l'integrazione nell'Unione Europea, le regole fiscali, la politica monetaria della Banca Centrale Europea e l'interdipendenza dell'economia italiana con i mercati finanziari e commerciali internazionali.

Perciò sarebbe più preciso dire che i mercati non sostituiscono la democrazia, ma contribuiscono a delimitare lo spazio entro il quale la politica economica può esercitare la propria discrezionalità.

Questo spiega perché una forza politica possa essere radicale quando chiede il voto e molto più prudente quando deve governare.

La politica può cambiare il governo molto più facilmente di quanto possa cambiare le condizioni finanziarie, economiche e internazionali dentro cui quel governo deve operare.


La vera prova della novità

E allora la domanda da porre a ogni nuova forza politica dovrebbe essere molto più severa di quella che poniamo durante una campagna elettorale.

Non basta chiedere: «Quanto è nuova?»

Bisognerebbe chiedere: «Quali rapporti di forza è realmente in grado di modificare?»

Berlusconi cambiò il linguaggio della politica. Il Movimento 5 Stelle cambiò il rapporto fra protesta e rappresentanza. Meloni ha cambiato gli equilibri della destra italiana e il suo rapporto con il governo.

Ma nessuno di questi passaggi ha cancellato il debito pubblico, i vincoli finanziari, l'integrazione europea o la dipendenza dell'economia italiana dalle dinamiche internazionali.

La novità politica può quindi essere autentica sul piano elettorale, culturale e comunicativo senza trasformarsi automaticamente in una rivoluzione dei rapporti economici.

E forse è proprio questo il grande equivoco degli ultimi trent'anni: abbiamo continuamente cambiato gli uomini che promettevano di cambiare il sistema, mentre molto più lentamente cambiavano le condizioni strutturali dentro cui quei nuovi uomini erano costretti a governare.


E allora arriva Vannacci

È dentro questa lunga storia che potrebbe collocarsi Roberto Vannacci.

Non è Berlusconi. Non è il Movimento 5 Stelle. Non è Giorgia Meloni. Il contesto storico è completamente diverso.

Ma potrebbe incarnare un meccanismo già profondamente italiano: l'arrivo dell'uomo nuovo che riesce a dare forma politica a un sentimento sociale che i partiti tradizionali non riescono più a rappresentare.

La sua eventuale forza futura potrebbe derivare proprio dalla possibilità di saldare due forme di malessere che finora sono rimaste in parte separate.

Da una parte c'è la protesta culturale: il rifiuto di una parte della popolazione verso ciò che percepisce come politicamente corretto, imposizione linguistica, trasformazione dei valori tradizionali e perdita di un'identità collettiva.

Dall'altra c'è il malessere materiale: precarietà del lavoro, perdita di potere d'acquisto, difficoltà del ceto medio, insicurezza economica e crescente sensazione che la politica abbia perso la capacità di controllare il proprio destino.

Se Vannacci riuscisse a unire queste due dimensioni, potrebbe diventare qualcosa di più di un fenomeno identitario.

Potrebbe rappresentare la prossima incarnazione dell'antica domanda italiana di un uomo capace di «cambiare tutto».

Ma proprio qui arriverebbe la prova decisiva.

Perché una cosa è costruire consenso attraverso la protesta. Un'altra è governare un Paese nel quale il debito deve essere rifinanziato, le decisioni devono confrontarsi con i vincoli europei e l'economia è inserita in un sistema finanziario internazionale.

Vannacci potrebbe quindi trovarsi davanti allo stesso paradosso che ha accompagnato le precedenti rivoluzioni italiane: più una forza politica promette di essere radicale, più deve dimostrare di saper governare i vincoli che rendono difficile esserlo.

E allora la profezia è questa.

Forse Vannacci non sarà il nuovo Berlusconi.

Potrebbe essere, invece, il prossimo tentativo dell'Italia di trovare un uomo nuovo per esprimere una società che vuole cambiare senza sapere ancora quanto sia disposta a cambiare davvero.

Se riuscirà a trasformare la protesta identitaria in una proposta capace di parlare anche alla precarietà economica e alla perdita di sicurezza sociale, potrebbe aprire una fase nuova.

Se invece rimarrà prevalentemente un fenomeno comunicativo e identitario, seguirà semplicemente la lunga sequenza italiana degli uomini nuovi che hanno promesso una rottura e, una volta arrivati davanti alla complessità del potere, hanno scoperto che cambiare il narratore è molto più facile che cambiare la storia.

Forse questa è la vera lezione del berlusconismo.

L'Italia non ha mai smesso di cercare qualcuno che cambiasse tutto. Ma ogni volta che lo ha trovato, gli ha chiesto di cambiare il sistema senza cambiare troppo le condizioni che quel sistema rendevano possibile.

E resta una domanda, forse la più scomoda di tutte:

l'Italia vuole davvero una rivoluzione, oppure vuole soltanto un nuovo protagonista che le permetta di sentirsi rivoluzionaria?

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