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lunedì 12 ottobre 2026

L'impunità dei potenti: in Italia la legge è uguale per tutti, ma non le conseguenze

C'è una differenza fondamentale tra i comuni mortali e chi appartiene stabilmente al sistema del potere: i primi possono rovinarsi la vita per un errore, i secondi possono spesso permettersi di commetterne molti prima di doverne affrontare davvero le conseguenze. Non è necessario immaginare una cospirazione, né sostenere che tutti i potenti siano disonesti. Basta osservare la diversa disponibilità di denaro, relazioni, protezioni e seconde possibilità. Per il cittadino comune un fallimento può significare perdere il lavoro, la casa o la reputazione; per chi dispone di una rete di protezione, anche una sconfitta clamorosa può trasformarsi in una parentesi, un cambio di incarico o una temporanea eclissi in attesa del ritorno.


Il privilegio di non pagare

Il privilegio più importante non consiste necessariamente nell'essere ricchi, ma nel poter affrontare le conseguenze dei propri errori da una posizione di forza. Chi non ha risorse deve rispondere immediatamente delle proprie azioni, mentre chi ne possiede può guadagnare tempo, moltiplicare le difese, contestare le accuse e affidarsi a una rete di solidarietà. Anche quando la giustizia arriva, i costi economici, reputazionali e personali del procedimento non sono distribuiti equamente.

L'impunità, dunque, non significa soltanto assenza di condanna. Può consistere nell'evitare che una responsabilità accertata produca conseguenze politiche, professionali o patrimoniali proporzionate. Un amministratore può perdere un incarico e conservarne altri; un dirigente può lasciare una posizione e trovarne una nuova; un politico può essere travolto da uno scandalo e ricomparire qualche anno dopo. Naturalmente, ogni vicenda va giudicata sulla base dei fatti e delle responsabilità individuali. Ma la ripetizione di queste traiettorie solleva una questione che va oltre i singoli casi: chi controlla davvero chi esercita il potere?



Un sistema che cambia pelle

In Italia, dal 1945 a oggi, sono cambiate le sigle, le coalizioni, le ideologie dominanti e intere generazioni di dirigenti. La fine della Prima Repubblica ha modificato profondamente il panorama politico, ma non ha eliminato automaticamente le relazioni di dipendenza tra politica, interessi economici, amministrazione pubblica e ricerca del consenso.

Non si tratta di sostenere che l'Italia sia rimasta immutata, né di confondere una democrazia costituzionale con una dittatura. Si tratta di chiedersi se alcuni meccanismi di protezione del potere siano sopravvissuti alle trasformazioni istituzionali. La continuità può nascondersi proprio dietro la discontinuità: nuovi protagonisti, nuovi linguaggi, nuove promesse, ma incentivi che continuano a premiare la fedeltà, la disponibilità di relazioni e la capacità di sopravvivere alle crisi.

Il sistema non ha bisogno di garantire l'immunità assoluta ai propri membri. Gli basta rendere la loro esposizione alle conseguenze meno immediata, meno prevedibile e meno devastante di quella dei cittadini comuni.


Tangentopoli: una resa dei conti incompleta?

Tangentopoli rappresentò una frattura reale. Le indagini giudiziarie contribuirono alla disgregazione di partiti che avevano dominato per decenni la vita pubblica italiana. Non fu una finzione, né una semplice operazione cosmetica: vi furono indagini, processi, condanne e carriere politiche distrutte.

Eppure, una rivoluzione giudiziaria non coincide necessariamente con una rivoluzione istituzionale. L'accertamento delle responsabilità individuali non basta, da solo, a modificare i meccanismi che rendono conveniente o possibile la cattiva gestione del potere. Se non cambiano in misura sufficiente i controlli, la trasparenza, le regole di finanziamento, gli incentivi e le modalità di selezione della classe dirigente, il ricambio dei protagonisti non garantisce il superamento delle vecchie patologie.

Tangentopoli, quindi, non va raccontata come una vicenda nella quale nessuno pagò. Molti pagarono, in forme e misure diverse. La domanda più interessante è perché quella crisi non abbia prodotto una trasformazione capace di impedire il ripresentarsi di problemi analoghi. La caduta di una classe dirigente non equivale necessariamente alla fine del sistema di relazioni che l'aveva sostenuta.


Quando i potenti pagano davvero

Naturalmente, l'impunità non è una legge universale. La storia conosce eccezioni clamorose, e proprio queste aiutano a capire come funziona il potere. Benito Mussolini, per esempio, non morì serenamente nel proprio letto dopo aver perso ogni influenza: fu catturato durante il collasso della Repubblica Sociale Italiana e fucilato nell'aprile 1945. Il suo cadavere fu poi esposto a Piazzale Loreto.

Ma questo episodio non rappresenta il normale funzionamento della giustizia. Fu il risultato estremo della sconfitta militare, della dissoluzione dell'autorità del regime, dell'insurrezione e della resa dei conti che accompagnò la fine della guerra. Mussolini non fu sottoposto a un procedimento giudiziario ordinario, con un tribunale indipendente e garanzie processuali: la sua morte appartiene alla storia della fine violenta del fascismo.

È una distinzione essenziale. Il potere può proteggere i propri titolari finché conserva il controllo degli apparati, la fedeltà dei collaboratori e la capacità di imporre le proprie regole. Quando queste condizioni vengono meno, la protezione può dissolversi rapidamente. Ma la caduta non garantisce giustizia: può produrre una punizione sproporzionata, una vendetta collettiva oppure una selezione arbitraria dei colpevoli.

Le eccezioni storiche, dunque, non smentiscono necessariamente l'esistenza di privilegi strutturali. Mostrano che quei privilegi dipendono da equilibri che possono spezzarsi.


Perché alcuni pagano e altri no

Le conseguenze diventano più probabili quando esistono istituzioni indipendenti, controlli efficaci, libertà d'informazione e possibilità concreta di perseguire le responsabilità senza interferenze. Diventano invece più incerte quando il controllore dipende dal controllato, quando gli interessi si intrecciano e quando chi denuncia rischia più di chi è denunciato.

Esistono poi circostanze eccezionali: sconfitte militari, crolli di regime, rivoluzioni, crisi istituzionali profonde. In questi casi, il rapporto di forza cambia e chi sembrava intoccabile può perdere improvvisamente ogni protezione. Ma una società che aspetta il collasso per chiedere conto ai propri governanti ha già dimostrato il fallimento dei suoi normali strumenti di controllo.

La vera alternativa non è tra potenti eternamente impuniti e potenti brutalmente puniti alla fine della loro parabola. È tra un sistema nel quale le responsabilità vengono accertate attraverso procedure regolari e uno nel quale la resa dei conti arriva soltanto quando cambiano i rapporti di forza.


Il vero scandalo

Il problema, in definitiva, non è che i potenti non paghino mai. È che la possibilità di farlo dipenda troppo spesso dalle risorse di cui dispongono, dalle relazioni che conservano e dalla solidità dell'ambiente che li protegge. E quando finalmente pagano, la punizione può arrivare non perché le istituzioni abbiano funzionato, ma perché quelle istituzioni hanno cessato di funzionare come prima.

Il cittadino comune viene educato alla responsabilità individuale: deve rispettare le regole, pagare i debiti, accettare le conseguenze delle proprie scelte. È giusto che sia così. Ma la stessa disciplina dovrebbe valere, con controlli adeguati alla responsabilità esercitata, per chi amministra denaro pubblico, dirige istituzioni o prende decisioni che ricadono sulla vita di milioni di persone.

Altrimenti la responsabilità diventa un dovere per chi sta in basso e una variabile negoziabile per chi sta in alto.

Ecco il punto che un Bestiario Italiano dovrebbe mettere a nudo: non l'idea semplicistica che tutti i potenti siano delinquenti, ma il sospetto, molto più difficile da liquidare, che il sistema distribuisca in maniera diseguale non soltanto le opportunità, ma anche il rischio di pagare per i propri errori.

Una democrazia si misura da quanto è facile per i cittadini comuni finire nei guai, oppure da quanto è difficile per chi esercita il potere sottrarsi alle proprie responsabilità?

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