Il titolo di studio non misura la cultura di una persona
C'è una frase che circola con sempre maggiore disinvoltura nel dibattito politico italiano: gli elettori della destra sarebbero mediamente meno istruiti e, da qui, quasi naturalmente, meno capaci di comprendere la realtà. A volte il ragionamento arriva fino alla definizione di "analfabeti funzionali".
È una scorciatoia intellettuale.
Che esista una relazione statistica tra orientamento politico e livello di istruzione è una cosa. Trasformare quella relazione in un giudizio sulla qualità intellettuale delle persone è tutt'altra cosa.
Un titolo di studio certifica che una persona ha completato un determinato percorso formativo. Non certifica ciò che quella persona ha fatto della propria mente negli anni successivi.
Una laurea non garantisce curiosità. Non garantisce lettura. Non garantisce capacità critica. Non garantisce conoscenza della storia, dell'economia, della filosofia o della società. E soprattutto non garantisce la capacità di capire chi vive in un ambiente sociale diverso dal proprio.
Allo stesso modo, non avere una laurea non significa essere privi di cultura.
La cultura non è appesa al muro
È possibile incontrare una persona con un basso titolo di studio che conosce profondamente la storia del proprio Paese, legge, osserva la realtà, ha sviluppato una notevole esperienza professionale e possiede una capacità di giudizio costruita attraverso decenni di vita.
Ed è altrettanto possibile incontrare un laureato che, terminata l'università, non abbia più aperto un libro.
Il paradosso è che il primo continuerà a essere classificato statisticamente come "poco istruito", mentre il secondo continuerà a essere classificato come "altamente istruito".
La statistica non sbaglia. Sbaglia chi pretende di farle dire qualcosa che non dice.
Istruzione e cultura sono correlate, ma non sono sinonimi.
E forse dovremmo aggiungere una terza variabile: la capacità di comprendere politicamente il mondo.
Si può sapere molto e capire poco
Questa è forse la parte più scomoda della questione.
Una persona può possedere un'enorme quantità di informazioni e avere una scarsa capacità di interpretarle. Può conoscere termini sofisticati, citare filosofi, leggere giornali importanti e tuttavia costruire della realtà una rappresentazione estremamente povera.
Perché la cultura non consiste soltanto nell'accumulare informazioni.
Consiste anche nel mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo.
E soprattutto nel riconoscere che la nostra esperienza personale non coincide con quella dell'intera società.
È qui che l'istruzione può persino diventare un'arma a doppio taglio.
Più strumenti possediamo per interpretare il mondo, più possiamo diventare capaci di costruire interpretazioni sofisticate che confermano ciò che già pensiamo.
Il problema, quindi, non è soltanto l'ignoranza.
È anche la certezza di non essere ignoranti.
Il paradosso della sinistra
Ed è qui che nasce il paradosso più interessante.
Se è vero che l'elettorato della sinistra possiede mediamente un livello di istruzione più elevato, questo dovrebbe essere considerato un patrimonio. Ma quel patrimonio può trasformarsi in una debolezza quando il titolo di studio diventa inconsapevolmente un criterio per classificare le persone.
A quel punto nasce una gerarchia implicita:
chi ha studiato di più sa di più; chi sa di più comprende meglio; chi comprende meglio vota come noi.
Il ragionamento sembra perfetto.
Ma contiene un errore gigantesco.
Presuppone che chi non condivide la nostra visione del mondo non l'abbia compresa.
E così l'avversario politico non viene più considerato un individuo che possiede interessi diversi, esperienze diverse, paure diverse o una diversa interpretazione della realtà.
Viene considerato semplicemente meno capace di capire.
È una forma di delegittimazione particolarmente insidiosa perché può presentarsi come cultura.
L'elettore della destra non deve essere intelligente per avere ragione
C'è poi un altro equivoco.
Difendere l'elettore della destra dall'accusa di essere ignorante non significa sostenere che abbia necessariamente ragione.
Un operaio può avere torto. Un imprenditore può avere torto. Un professore universitario può avere torto. Un laureato può sostenere una posizione assurda e una persona con la terza media può cogliere perfettamente un problema reale.
L'intelligenza non assegna automaticamente ragione politica.
Questo dovrebbe essere ovvio, ma nel dibattito pubblico lo dimentichiamo continuamente.
Se un elettore vota un partito perché ritiene che l'immigrazione sia un problema, non possiamo liquidare la sua posizione dicendo che "non ha studiato abbastanza". Dobbiamo confrontarci con la sua esperienza, con i dati che utilizza, con la sua interpretazione e, eventualmente, dimostrare che è sbagliata.
È molto più difficile.
Ma è anche molto più democratico.
Forse la vera frattura non è tra colti e ignoranti
Potremmo allora cominciare a guardare la politica italiana in un modo diverso.
La frattura non passa necessariamente tra istruiti e ignoranti.
Potrebbe passare tra persone che possiedono forme diverse di conoscenza, esperienze diverse e differenti modi di interpretare il mondo.
L'università insegna alcune cose. Il lavoro ne insegna altre. La fabbrica ne insegna altre ancora. Un'impresa, una periferia, un paese dell'entroterra, una grande città, una famiglia numerosa, la disoccupazione, la precarietà, l'immigrazione, l'assistenza a un genitore anziano: tutte queste esperienze producono conoscenza.
Non tutta questa conoscenza finisce in un curriculum universitario.
Ma continua a essere conoscenza.
La vera superiorità culturale sarebbe non sentirsi superiori
Forse la sinistra dovrebbe fare una cosa apparentemente paradossale: smettere di utilizzare il proprio maggiore livello medio di istruzione come prova della propria superiorità culturale.
Non perché l'istruzione non conti.
Conta moltissimo.
Ma proprio perché conta, dovrebbe essere utilizzata per aumentare la capacità di ascolto, non per costruire una casta morale.
Una persona realmente colta dovrebbe essere consapevole della quantità enorme di realtà che non conosce.
Dovrebbe poter parlare con un professore universitario e con un operaio senza considerare uno dei due un essere umano culturalmente superiore all'altro.
Dovrebbe poter incontrare un elettore di destra e chiedergli:
"Perché la pensi così?"
prima di chiedergli:
"Come fai a pensare una cosa del genere?"
Sono due domande apparentemente simili. In realtà appartengono a due idee opposte della democrazia.
Non è la destra a essere improvvisamente diventata colta
Naturalmente, tutto questo non dimostra il contrario.
Non significa che l'elettorato di destra sia più colto di quello di sinistra. Non lo sappiamo e non possiamo dedurlo semplicemente dai titoli di studio.
Significa qualcosa di più elementare e, forse, più importante:
non abbiamo strumenti sufficienti per trasformare il titolo di studio in una misura della cultura di un elettorato.
E dovremmo smettere di farlo.
Perché nel momento in cui la politica comincia a distinguere tra chi "capisce" e chi "non capisce", sulla base del proprio titolo di studio o del proprio voto, non sta più facendo cultura.
Sta costruendo una gerarchia.
La domanda che rimane
Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere:
"Chi è più istruito: la destra o la sinistra?"
La domanda veramente interessante sarebbe:
"Quale elettorato è più capace di mettere in discussione le proprie convinzioni?"
E questa è una domanda molto più difficile.
Perché potrebbe scoprire che una persona può avere tre lauree, leggere ogni giorno cinque giornali e continuare a vivere dentro una bolla.
E potrebbe scoprire, dall'altra parte, che una persona con un livello di istruzione modesto può aver compreso qualcosa della società che gli altri, proprio perché troppo sicuri della propria cultura, non hanno più la capacità di vedere.
La cultura comincia forse nel momento in cui smettiamo di usare ciò che abbiamo studiato per sentirci migliori di chi ha studiato meno.

Nessun commento:
Posta un commento