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giovedì 29 ottobre 2026

I doveri dei poveri e i privilegi dei ricchi

La morale a senso unico

C'è una strana morale che attraversa il nostro tempo: ai poveri si chiede continuamente di dimostrare di meritare l'aiuto pubblico, mentre ai ricchi si riconoscono sempre nuove ragioni per difendere i propri privilegi. Ai primi si domanda di giustificare la propria condizione; ai secondi si concede spesso il beneficio del dubbio, anche quando la ricchezza accumulata solleva interrogativi sulla distribuzione delle opportunità e sul rapporto tra potere economico e potere politico.

Sergio Marchionne sosteneva che saremmo morti di diritti, dimenticando i doveri. Una provocazione che merita di essere presa sul serio, purché la si applichi a tutti, non soltanto a chi vive in condizioni di difficoltà. Perché, se il rispetto degli obblighi comuni è essenziale alla convivenza, non si capisce perché debba diventare tanto meno esigibile quanto più cresce il potere economico di una persona.


Il divano del vicino

Nel 2022 Giorgia Meloni vinse le elezioni anche promettendo di superare il Reddito di cittadinanza, diventato il simbolo di un'ingiustizia agli occhi di una parte dell'opinione pubblica. C'era chi lavorava duramente per uno stipendio insufficiente e chi, secondo una rappresentazione ormai diffusa, preferiva restare sul divano a spese della collettività.

Che esistessero abusi era possibile. Che ogni beneficiario fosse un fannullone, invece, era una generalizzazione. Tra chi rifiutava opportunità adeguate e chi non riusciva a trovare un'occupazione dignitosa c'era una differenza che il dibattito pubblico troppo spesso cancellava.

La domanda è semplice: chi ha votato per abolire quel sostegno ha ottenuto un miglioramento delle proprie condizioni? La cancellazione di un sussidio non aumenta automaticamente i salari, non abbassa il costo degli affitti, non rende meno care le bollette e non crea nuovi posti di lavoro. Se il lavoratore continua a faticare per arrivare alla fine del mese e il disoccupato perde una protezione senza trovare un impiego, quale problema è stato risolto?

Il risentimento sociale può diventare una risorsa politica formidabile. Basta individuare qualcuno che sembri stare peggio di noi soltanto perché riceve un aiuto, convincerci che sia lui la causa della nostra precarietà e promettere che, eliminato quel vantaggio, finalmente staremo meglio.

Ma la ricchezza che manca a chi lavora non è necessariamente finita nelle tasche di chi riceve un sussidio. E la povertà di una persona non diventa meno dolorosa perché un'altra viene privata di un sostegno.


Le priorità dello Stato

Nel frattempo, lo Stato deve stabilire le proprie priorità. L'Italia ha aumentato le spese per la Difesa e ha sostenuto l'Ucraina anche attraverso aiuti militari. Non è corretto affermare che i risparmi ottenuti abolendo il Reddito di cittadinanza siano stati trasferiti direttamente al finanziamento della guerra: i bilanci pubblici non dimostrano un simile rapporto automatico.

Resta però legittimo chiedersi quali priorità guidino le decisioni politiche, quanto costino le diverse scelte e perché alcuni sacrifici vengano presentati come inevitabili mentre altri sembrino meno negoziabili.

La sicurezza nazionale è una necessità concreta. Lo è altrettanto la sicurezza economica di chi non riesce a vivere dignitosamente del proprio lavoro. Mettere queste esigenze a confronto non significa negare l'una o l'altra, ma pretendere che siano valutate con la stessa serietà.


Quando il profitto diventa un privilegio

Il paradosso emerge quando l'austerità viene invocata soprattutto nei confronti di chi ha meno potere contrattuale. Il disoccupato deve trovare lavoro, il lavoratore accettare i sacrifici, il pensionato accontentarsi. A chi dispone di grandi patrimoni, invece, quali obblighi corrispondono al potere di influenzare i mercati, beneficiare delle infrastrutture pubbliche e partecipare a un sistema economico reso possibile anche dal lavoro altrui?

Diventare ricchi non è una colpa. Il profitto può premiare il talento, l'innovazione, il rischio imprenditoriale e la capacità di creare valore. Ma nessuna impresa prospera in un vuoto sociale: anche l'attività più innovativa dipende da lavoratori, conoscenze, infrastrutture, istituzioni e comunità.

Il problema nasce quando il successo viene considerato esclusivamente merito individuale, mentre i costi delle crisi e delle trasformazioni produttive vengono distribuiti sulla collettività.


L'economia dello scarto

È qui che ritorna l'economia dello scarto. Quando un'impresa riduce il personale per recuperare efficienza, può migliorare i propri conti, ma il lavoratore espulso dal processo produttivo non scompare. Rimane una persona che deve vivere, mantenere una famiglia e immaginare un futuro.

Se la società non gli offre strumenti per ricollocarsi, formarsi o affrontare la transizione, il risparmio aziendale può trasformarsi in precarietà, impoverimento del territorio e maggiore spesa sociale.

La questione non è impedire alle imprese di riorganizzarsi. È capire se il progresso debba necessariamente trasformare una parte degli esseri umani in materiale di scarto. Se la produttività cresce grazie alla tecnologia, perché i suoi benefici dovrebbero tradursi soltanto in maggiori rendimenti per il capitale e non anche in salari migliori, orari più sostenibili, formazione e nuove opportunità?


Una sola vita, nessun risarcimento nell'aldilà

Per secoli, la speranza di una ricompensa ultraterrena ha aiutato molte persone a dare un significato alla sofferenza. Ma la storia religiosa non è stata soltanto una predica di rassegnazione: ha anche alimentato opere di solidarietà e richiami morali rivolti ai potenti.

Oggi, per chi non crede in Dio, la questione assume una forma ancora più radicale. Se non esiste un'altra vita nella quale le ingiustizie saranno riparate, non possiamo rimandare a un aldilà la giustizia che siamo capaci di costruire qui.

Abbiamo una vita sola. Una sola occasione per amare, studiare, lavorare, crescere i figli e godere del tempo che ci appartiene. Chi trascorre decenni nella povertà non recupererà quegli anni attraverso una promessa futura. Chi perde il lavoro in età avanzata non può essere risarcito moralmente dall'annuncio che l'economia nazionale è cresciuta.

E chi vive nell'insicurezza non trova necessariamente conforto nel sapere che qualcuno, altrove, ha accumulato una fortuna immensa.

Non si tratta di pretendere che tutti abbiano lo stesso reddito o di negare il valore dell'impegno individuale. Si tratta di garantire opportunità reali, salari dignitosi, una spesa pubblica trasparente e una distribuzione dei sacrifici che non penalizzi sistematicamente chi ha meno strumenti per difendersi.


Il bestiario del risentimento

Nel Bestiario Italiano, la creatura più interessante non è necessariamente il ricco che accumula, né il povero che protesta, né il politico che promette. È il cittadino convinto che, per migliorare la propria condizione, sia sufficiente peggiorare quella di qualcuno che sta più in basso.

Guarda con sospetto il sussidio del vicino, ma raramente si domanda chi stabilisca i salari, come vengano distribuiti i vantaggi della produttività, quali interessi orientino la spesa pubblica e perché il potere economico riesca talvolta a trasformarsi in influenza politica.

La sua convinzione più rassicurante è che la povertà degli altri sia la causa della propria fatica. La sua più grande delusione arriva quando, dopo aver contribuito a togliere qualcosa a chi aveva meno, scopre che la propria vita non è migliorata.

Forse è questa la trappola più efficace: convincere chi sta in basso a combattere chi gli sta appena sotto, lasciando indisturbate le strutture che determinano la distribuzione della ricchezza e del potere.

Una società può sopravvivere alle disuguaglianze. Più difficile è giustificarle quando diventano così profonde da separare chi dispone di tutte le possibilità da chi trascorre l'intera esistenza cercando di assicurarsi l'essenziale.

Il problema non è che alcuni diventino miliardari. È che ci si abitui all'idea che la felicità di pochi sia un prezzo accettabile per la disperazione di molti.

E allora la domanda da lasciare al lettore è semplice: se abbiamo una sola vita, perché dovremmo accettare che la possibilità di viverla dignitosamente dipenda dal posto che occupiamo nella gerarchia economica?

La vera civiltà non si misura da quanto riesce ad arricchire chi è già forte, ma da quanto impedisce che chi è debole venga considerato sacrificabile.

venerdì 18 settembre 2026

Il vero fallimento del Reddito di cittadinanza non era il reddito

Tutti contro il divano. Quasi nessuno contro un sistema che non sa riportare al lavoro chi ne è stato espulso.

Per anni l'Italia ha avuto bisogno di un nemico facile e lo ha trovato nel percettore del Reddito di cittadinanza: il fannullone, quello che non vuole lavorare, quello che preferisce stare sul divano mentre qualcun altro paga. La caricatura era perfetta, talmente perfetta da permettere alla politica, ai mezzi d'informazione e a una parte dell'opinione pubblica di evitare la domanda veramente scomoda: se una persona non lavora, chi deve occuparsi concretamente di riportarla dentro il mercato del lavoro? Perché il Reddito di cittadinanza, almeno nelle intenzioni originarie, non doveva essere semplicemente un bancomat per i poveri. Doveva mettere insieme sostegno economico, formazione, orientamento, presa in carico e soprattutto una profonda riforma dei servizi pubblici per l'impiego. Il problema è che in Italia è arrivato molto più facilmente il sussidio della macchina necessaria a farlo funzionare. E questa non è una differenza secondaria: è il cuore del problema.



Abbiamo importato il sussidio senza importare la macchina del lavoro

Da anni guardiamo alla Germania e alla Bundesagentur für Arbeit come esempio di un servizio pubblico capace di intervenire realmente nel mercato del lavoro. Non significa che la Germania abbia trovato la formula magica o che basti copiarla. Significa capire una cosa elementare: un Centro per l'impiego non dovrebbe essere semplicemente un ufficio nel quale una persona viene registrata come disoccupata e poi lasciata alla propria iniziativa. Dovrebbe conoscere il lavoratore, le sue competenze, le sue carenze, le imprese del territorio, le professioni che stanno scomparendo e quelle che stanno nascendo; dovrebbe costruire percorsi realistici e avere una qualche responsabilità sul risultato. In Italia, invece, abbiamo avuto per troppo tempo una macchina burocratica alla quale abbiamo chiesto di svolgere una funzione strategica, e poi ci siamo meravigliati perché non funzionava. È come pretendere che una bicicletta faccia il lavoro di un'automobile e, quando non ci riesce, accusare il passeggero.


Il disoccupato italiano è diventato il colpevole perfetto

La politica italiana ha scoperto una soluzione straordinariamente comoda: quando il mercato del lavoro non funziona, la colpa può essere trasferita sul disoccupato. Se rifiuta un lavoro, è sfaticato; se non lo trova, non si impegna abbastanza; se ha bisogno di formazione, deve aggiornarsi; se è troppo vecchio, deve reinventarsi; se non conosce il digitale, deve impararlo; se ha perso il lavoro dopo venticinque anni nella stessa azienda, deve diventare imprenditore di sé stesso. E se, dopo tutto questo, non riesce comunque a rientrare nel mercato, arriva la sentenza finale: non ha voglia di lavorare. È una narrazione comoda perché non pretende di cambiare nulla. Se la responsabilità è sempre dell'individuo, il sistema può continuare tranquillamente a non interrogarsi sulle proprie responsabilità.


Ma il mercato del lavoro non è una lotteria equa

C'è una verità che la retorica del "basta volerlo" evita accuratamente di considerare: il mercato del lavoro non domanda tutte le persone allo stesso modo. Un venticinquenne e un cinquantacinquenne non partono necessariamente dalla stessa posizione; un laureato con competenze richieste dal mercato non è nella stessa situazione di un lavoratore con una qualifica diventata obsoleta; una persona che vive in un territorio industriale non ha le stesse possibilità di chi vive in un'area dove le opportunità sono poche. Soprattutto, un lavoratore che perde il posto a 55 anni non può essere trattato come un ragazzo che deve entrare per la prima volta nel mondo del lavoro. Ha un problema diverso. Ma l'Italia continua troppo spesso a costruire politiche come se esistesse un unico grande disoccupato astratto, uguale in ogni età, territorio e condizione professionale.


E gli ultracinquantenni?

Qui arriva il punto che nessuno ama davvero affrontare. Abbiamo prodotto per anni incentivi all'assunzione dei giovani, e giustamente: un Paese deve favorire l'ingresso delle nuove generazioni nel lavoro. Ma mentre celebravamo l'ingresso dei giovani, che cosa facevamo con quelli che venivano espulsi dal mercato a cinquanta, cinquantacinque o sessant'anni? Gli dicevamo di aggiornarsi, li mandavamo a qualche corso, promettevamo la riqualificazione e poi li rimettevamo sul mercato a competere con persone venti o trent'anni più giovani. Questa non è una politica del lavoro: è una forma elegante di abbandono. Perché una persona può essere perfettamente capace di lavorare e, nello stesso tempo, essere diventata poco interessante per il mercato. Sono due cose completamente diverse.


Gli esodati hanno mostrato quanto può essere brutale il sistema

La vicenda degli esodati avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Quando cambiano le regole previdenziali, il lavoratore non è una casella astratta dentro un foglio Excel: esiste una persona che ha fatto scelte sulla base delle regole allora vigenti e che può ritrovarsi improvvisamente in una terra di nessuno, senza stipendio, senza pensione e con possibilità di ricollocazione sempre più ridotte. Al di là delle specifiche responsabilità normative e delle successive salvaguardie, quella vicenda ha mostrato una verità che l'Italia preferisce non guardare: quando perdi il lavoro a una certa età, non perdi soltanto uno stipendio. Puoi perdere la tua collocazione sociale, la tua autonomia, la tua identità professionale e perfino la fiducia nella possibilità di ricominciare.


La grande ipocrisia della riqualificazione

Poi abbiamo inventato una parola bellissima: reskilling. Sembra quasi una formula magica. Hai cinquantacinque anni? Reskilling. Hai una qualifica che non serve più? Reskilling. Hai lavorato trent'anni in un settore in declino? Reskilling. Come se bastasse frequentare un corso per cancellare età, esperienza, territorio, salari, disponibilità delle imprese e concorrenza. La formazione è fondamentale, ma la formazione non crea automaticamente domanda di lavoro. Puoi formare mille persone in una determinata professione e scoprire poi che il territorio ne assorbe cento. A quel punto non hai risolto il problema: hai semplicemente prodotto mille persone certificate in una professione che il mercato non è in grado di assorbire. Anche la formazione, se scollegata dalla domanda reale, può diventare un altro gigantesco mercato della speranza.


Il vero scandalo è che abbiamo discusso del divano e non della macchina

Il Reddito di cittadinanza aveva certamente difetti: problemi di progettazione, controlli, incentivi, condizionalità e difficoltà nel distinguere situazioni profondamente diverse. Ma la discussione pubblica ha commesso un errore ancora più grave: ha trasformato una questione gigantesca di politica del lavoro in una guerra morale contro i poveri. Il percettore è diventato il simbolo di tutto ciò che non funzionava, mentre si parlava molto meno dei Centri per l'impiego inefficienti, della formazione scollegata dalle esigenze produttive, delle difficoltà delle imprese ad assumere lavoratori maturi, della desertificazione industriale di alcuni territori, dell'invecchiamento della popolazione e della perdita di valore di intere professionalità. È molto più facile fotografare uno sul divano che fotografare un sistema incapace di costruire un percorso credibile per farlo rialzare.


E adesso abbiamo cambiato nome

Il Reddito di cittadinanza è stato ridimensionato e sostituito da nuovi strumenti, fino all'attuale sistema di sostegno all'inclusione. Ma cambiare il nome non risolve il problema. La domanda rimane intatta: che cosa facciamo di chi è povero, disoccupato e difficilmente occupabile? E soprattutto, che cosa facciamo di chi ha cinquantacinque o sessant'anni, non può più contare sulle politiche dedicate ai giovani e non possiede una professionalità che il mercato considera appetibile? Possiamo continuare a dirgli che deve avere più iniziativa, mandarlo a un altro corso, fargli compilare un altro curriculum e convocarlo all'ennesimo Centro per l'impiego. Possiamo persino spiegargli che deve essere flessibile. Ma prima o poi bisognerà avere il coraggio di ammettere che non tutti quelli che sono fuori dal mercato del lavoro ci sono finiti perché non hanno voglia di lavorare. Alcuni ci sono finiti perché il mercato è cambiato, altri perché la loro professione è scomparsa, altri perché hanno superato un'età che il mercato considera scomoda, altri ancora perché vivono nel territorio sbagliato o perché hanno perso il lavoro nel momento peggiore possibile.


Il vero fallimento italiano

Il vero fallimento del Reddito di cittadinanza, allora, non è stato semplicemente aver dato un sussidio. È stato non essere riusciti a trasformare quel sussidio in un ponte: un ponte tra povertà e lavoro, tra disoccupazione e occupazione, tra una vecchia professionalità e una nuova, tra una persona espulsa dal mercato e un'impresa disposta a reinserirla, tra lo Stato che paga e lo Stato che accompagna. Abbiamo costruito un'intera discussione sul costo del ponte, ma quasi nessuno ha avuto il coraggio di chiedere se quel ponte fosse mai stato costruito.

E allora la prossima volta che qualcuno parlerà del percettore del Reddito di cittadinanza come del fannullone che sta sul divano, sarebbe forse il caso di fargli una domanda molto semplice: se domani quel cinquantaquattrenne si alza dal divano, dove dovrebbe andare?

Perché se la risposta è soltanto "al Centro per l'impiego", forse il problema non è il suo divano.

Forse è l'Italia che, da vent'anni, non sa costruire una porta abbastanza grande per farlo rientrare.

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