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venerdì 16 ottobre 2026

Il Ragno Barone: quando il merito diventa un affare di famiglia

Una specie protetta, ma non dal WWF

In Italia esistono categorie professionali che, quando qualcuno osa mettere in discussione i privilegi di cui godono, reagiscono come animali disturbati nel proprio habitat. Tassisti, concessionari balneari, corporazioni di ogni genere: basta pronunciare parole come concorrenza, liberalizzazione o riforma perché si sollevino barricate, si invochino diritti acquisiti e si chieda di proteggere un'intera categoria dalle insidie del mercato.

Alcune battaglie vengono vinte, altre perse. Il mondo cambia, le tecnologie avanzano, nuovi concorrenti si affacciano sul mercato e persino le corporazioni più resistenti, prima o poi, devono fare i conti con la realtà.

Esiste però una specie che sembra abitare un ecosistema particolarmente protetto: il barone universitario.

Non parliamo naturalmente del professore che studia, insegna, pubblica ricerche serie e contribuisce al progresso della conoscenza. Quella è una figura preziosa, senza la quale una società moderna non potrebbe sopravvivere. Parliamo di un'altra creatura: il professionista del potere accademico, colui che ha imparato a trasformare l'autorevolezza scientifica in influenza personale, l'influenza personale in controllo delle opportunità e il controllo delle opportunità in uno strumento di perpetuazione del proprio ambiente.

Il suo habitat naturale è il dipartimento. Il suo territorio è l'ateneo. Il suo linguaggio è quello del merito, della qualità scientifica e dell'eccellenza. La sua abilità più sofisticata consiste nel riuscire, talvolta, a far coincidere tutte queste nobili parole con gli interessi della propria rete di relazioni.

Il Ragno Barone non ha bisogno di divorare pubblicamente i concorrenti. Gli basta tessere la tela.


La trasmissione ereditaria del genio

In natura, alcune caratteristiche si trasmettono attraverso la riproduzione. Nel mondo accademico, invece, il talento dovrebbe essere riconosciuto attraverso lo studio, la ricerca, la capacità di insegnare e i risultati conseguiti.

Dovrebbe.

Perché quando in un'università compaiono cognomi ricorrenti, coniugi, figli, fratelli e altri familiari distribuiti tra cattedre, dipartimenti e incarichi, la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a una straordinaria concentrazione ereditaria dell'intelligenza oppure esistono meccanismi che rendono più facile la carriera a chi appartiene alla cerchia giusta?

Naturalmente, due persone della stessa famiglia possono essere entrambe preparate. Un figlio può essere più brillante del padre, una moglie può superare professionalmente il marito, due fratelli possono eccellere indipendentemente l'uno dall'altro. Sarebbe assurdo sostenere il contrario.

Il problema non è la parentela in sé. Il problema è il potere di condizionare le selezioni, l'indipendenza delle commissioni, la trasparenza delle procedure e la possibilità concreta che un candidato esterno venga valutato senza essere svantaggiato dalle relazioni che non possiede.

Quando la famiglia diventa una rete di protezione professionale, il cognome rischia di funzionare come una credenziale supplementare. Quando le relazioni personali si trasformano in corsie preferenziali, il merito può diventare la giustificazione formale di decisioni maturate altrove.

Ed ecco il miracolo zoologico: in certi ambienti sembra che il genio si manifesti con una frequenza sorprendente all'interno delle stesse genealogie.

Una fortuna genetica davvero straordinaria. Peccato che, per verificarla, sarebbe opportuno esaminare proprio quelle procedure di selezione che dovrebbero distinguere il talento autentico dal privilegio ereditato.


Il Ragno e la sua tela


Il barone universitario più abile non è necessariamente quello che favorisce apertamente un parente. Quello sarebbe un comportamento troppo evidente, quasi ingenuo.

Il vero potere consiste nella capacità di controllare una rete.

Un ambiente nel quale si distribuiscono incarichi, si costruiscono carriere, si selezionano candidati e si riconosce il prestigio scientifico può sviluppare relazioni di dipendenza molto più complesse di un semplice favore familiare. Un professore può sostenere un candidato, un collega può ricambiare in un'altra procedura, un gruppo può consolidare la propria influenza e una cerchia professionale può diventare progressivamente più impermeabile agli estranei.

Non occorre immaginare una regia centralizzata o un complotto nazionale. Bastano incentivi distorti, conflitti d'interesse non adeguatamente gestiti e una cultura nella quale il favore personale viene considerato più utile della competizione aperta.

Naturalmente, non ogni collaborazione tra colleghi è uno scambio di favori, né ogni rete scientifica è una consorteria. La ricerca richiede collaborazione, fiducia e continuità. Ma proprio perché queste relazioni sono indispensabili, occorrono regole capaci di impedire che si trasformino in strumenti di esclusione.

La tela del Ragno Barone è pericolosa quando chi vi si trova dentro la considera normale e chi ne rimane fuori non riesce nemmeno a capire quali regole debba seguire per entrarvi.

A quel punto il concorso pubblico rischia di diventare, nell'immaginario di chi vi partecipa, una rappresentazione teatrale: il bando è il copione, la commissione è la giuria e il candidato esterno è quello che scopre troppo tardi di non conoscere nessuno degli attori.

La questione fondamentale non è stabilire se ogni selezione sia manipolata. È garantire che nessuno possa ragionevolmente sospettare che la competenza sia soltanto una componente del risultato, mentre le relazioni personali ne costituiscono la variabile decisiva.


Il merito secondo chi distribuisce il merito

Qui il problema smette di essere una questione interna all'università e diventa una questione nazionale.

Un giovane può trascorrere anni a studiare, conseguire un dottorato, pubblicare ricerche, partecipare a progetti e costruire competenze specialistiche. Può fare tutto ciò che la società gli ha insegnato a fare per meritarsi un'opportunità.

Ma che cosa succede se percepisce che, per accedere a una carriera, non è sufficiente essere preparato? Che cosa succede se il suo percorso si arresta davanti a un sistema nel quale le relazioni contano più delle capacità, oppure se non dispone degli strumenti per distinguere una selezione rigorosa da una procedura condizionata?

Può insistere, tentare ancora, denunciare eventuali irregolarità. Oppure può abbandonare.

Può cercare un futuro altrove, trasferirsi all'estero, accettare un lavoro estraneo alla propria formazione. Può semplicemente concludere che il prezzo da pagare per entrare in quel mondo sia troppo alto.

Ogni volta che un sistema selettivo perde credibilità, il danno non riguarda soltanto chi non ottiene un posto. Riguarda anche chi rimane, gli studenti che saranno formati, i gruppi di ricerca che perdono competenze e la società che finanzia le istituzioni senza poter essere certa che le opportunità vengano distribuite nel modo più imparziale possibile.

Il paradosso è crudele: un'istituzione che dovrebbe individuare e valorizzare il talento rischia, quando i suoi meccanismi si deteriorano, di contribuire a disperderlo.

E chi paga il conto non è necessariamente chi siede al centro della tela.


Dalla cattedra alla stamperia

Il mondo universitario tradizionale non esaurisce il problema del valore dei titoli di studio. Accanto agli atenei storici si è sviluppato un settore telematico che offre opportunità reali a persone che lavorano, hanno responsabilità familiari o non possono frequentare un'università in presenza.

Sarebbe sbagliato liquidare queste istituzioni in blocco. La modalità di erogazione delle lezioni, da sola, non stabilisce la qualità di un percorso formativo. Un'università online può offrire un insegnamento serio; un'università tradizionale può avere le proprie carenze.

Il problema nasce quando la formazione rischia di essere subordinata alla vendita del prodotto finale: il titolo.

Le inchieste giudiziarie che hanno interessato alcuni ambienti universitari, comprese quelle relative a presunte irregolarità nelle iscrizioni, negli esami o nel riconoscimento dei crediti, impongono di interrogarsi sull'efficacia dei controlli. Le contestazioni investigative devono essere verificate nei procedimenti competenti e non possono diventare condanne generalizzate. Ma neppure sarebbe ragionevole ignorare le domande che sollevano.

Che cosa certifica una laurea? La capacità di affrontare un percorso di studio, acquisire conoscenze, sviluppare un metodo e dimostrare competenze verificabili. Se questi requisiti vengono indeboliti, il titolo rischia di conservare il proprio valore formale mentre perde parte del suo valore sostanziale.

E allora la metafora della stamperia diventa inevitabile.

Immaginiamo una società nella quale il cittadino comune debba dimostrare continuamente di essere competente, mentre le istituzioni incaricate di certificare la competenza non siano sempre in grado di garantire la medesima rigorosità. Da una parte c'è chi deve superare prove, sostenere spese, accettare sacrifici e competere. Dall'altra c'è il rischio che qualcuno possa beneficiare di procedure insufficientemente controllate o di sistemi che premiano il risultato commerciale più della qualità formativa.

Non sono fenomeni identici. Ma la domanda che li attraversa è la stessa: quanto vale un titolo quando la fiducia nel processo che lo produce viene meno?

La laurea non dovrebbe essere un pezzo di carta acquistato insieme a un servizio. Dovrebbe essere il riconoscimento verificabile di un percorso di formazione.

E il prestigio di un'università non dovrebbe costituire un lasciapassare che la esonera dal dimostrare la qualità del proprio lavoro.


Il privilegio più grande è non dover giustificare il privilegio

Torniamo al nostro Ragno Barone.

Il tassista deve confrontarsi con il mercato. Il concessionario balneare deve fare i conti con le regole sulle concessioni. Il professionista ordinario deve trovare clienti, dimostrare di essere competente e difendere la propria posizione attraverso i risultati.

Il professore universitario, invece, può godere di un'autorevolezza che deriva non soltanto dalla sua persona, ma anche dall'istituzione che rappresenta.

È un'autorevolezza legittima quando è sostenuta dal lavoro, dalla ricerca e dall'integrità. Diventa un problema quando viene utilizzata come scudo contro ogni critica, come se contestare un comportamento equivalesse a disprezzare la conoscenza.

La libertà accademica è indispensabile. La ricerca non può essere subordinata al potere politico, alle convenienze economiche o alle pressioni dell'opinione pubblica. Ma la libertà accademica non coincide con l'immunità dalle verifiche, e l'autonomia universitaria non può diventare un argomento per sottrarre le procedure alla trasparenza.

Anzi, quanto maggiore è il potere di un'istituzione nel determinare il futuro delle persone, tanto maggiore dovrebbe essere la sua responsabilità nel giustificare le proprie decisioni.

Il problema, dunque, non è che i professori universitari godano di prestigio. È che il prestigio possa essere scambiato per una prova sufficiente della correttezza di chi lo possiede.

Il problema non è che esistano famiglie di studiosi. È che le regole debbano impedire alle relazioni familiari di trasformarsi in vantaggi indebiti.

Il problema non è che le università abbiano autonomia. È che l'autonomia debba convivere con controlli credibili, valutazioni indipendenti e responsabilità pubbliche.

E il problema non è che esistano titoli di studio diversi o modalità di insegnamento differenti. È che il valore di un titolo non possa essere separato dalla serietà del percorso che lo ha prodotto.


La palla da bowling

Siamo arrivati al punto in cui possiamo smettere di contare i ragni, misurare le tele e catalogare i cognomi.

La questione decisiva non è quanti figli di professori siano diventati professori, quanti coniugi lavorino nello stesso ambiente o quanti casi giudiziari siano finiti sulle prime pagine. Questi elementi possono essere indizi, fatti da verificare o manifestazioni di problemi specifici. Non sono, da soli, una spiegazione universale.

La questione decisiva è un'altra.

Chi ha il compito di certificare il merito deve essere disposto a sottoporre al giudizio del merito anche se stesso.

Questa è la regola che dovrebbe valere per un'università, per un concorso pubblico, per una professione regolamentata e per qualsiasi istituzione che distribuisca opportunità in nome della competenza.

Se una categoria pretende di essere giudicata secondo criteri rigorosi quando valuta gli altri, non può invocare il prestigio della propria funzione quando arriva il momento di applicare quei criteri a se stessa.

Se un professore pretende che uno studente dimostri di conoscere la materia, deve accettare che la propria competenza e il proprio insegnamento siano sottoposti a valutazioni serie.

Se un'università pretende di selezionare i migliori, deve poter dimostrare che le procedure siano trasparenti e che i conflitti d'interesse siano gestiti in modo credibile.

Se un ateneo rilascia una laurea, deve garantire che quel titolo rappresenti una formazione reale, indipendentemente dal fatto che le lezioni si svolgano in un'aula tradizionale o attraverso uno schermo.

E se un professore denuncia la mediocrità del Paese, deve essere disposto a interrogarsi anche sulle istituzioni che contribuiscono a produrla.

Perché il privilegio più sofisticato non consiste necessariamente nell'ottenere un posto, un incarico o una promozione. Consiste nel trovarsi in una posizione dalla quale si può giudicare il merito degli altri senza essere sottoposti a un controllo altrettanto credibile.

Il Ragno Barone può continuare a tessere la propria tela finché il prestigio dell'istituzione viene confuso con l'infallibilità delle persone che la abitano.

Ma quando la società smette di confondere l'autorevolezza con l'immunità, la tela cambia significato. Non è più un simbolo di potere: diventa qualcosa che deve essere esaminato, verificato e, quando necessario, smantellato.

Ecco perché non dobbiamo chiedere meno università, meno cultura o meno libertà accademica.

Dobbiamo pretendere università migliori, maggiore trasparenza, selezioni credibili e istituzioni capaci di difendere il merito anche da chi pretende di rappresentarlo.

Il sapere non è una proprietà privata. Il prestigio non è un'eredità dinastica. E il merito non può essere una sentenza emessa da chi non accetta di essere giudicato.

Questa dovrebbe essere la regola per tutti.

Soprattutto per quelli che, dalla cattedra, insegnano agli altri come si rispettano le regole.

Perché nel Bestiario Italiano il Ragno Barone non è condannato per essere un professore, né per avere un figlio intelligente o una moglie competente.

È messo sotto osservazione quando usa, o quando il sistema gli permette di usare, il prestigio del sapere per proteggere un potere che dovrebbe essere sempre disposto a rendere conto di sé.

E allora diciamolo senza ipocrisie: un sistema accademico che consente a gruppi di potere di condizionare le carriere, che non riesce a impedire con sufficiente efficacia i favoritismi e che tollera zone d'ombra nella selezione dei propri membri tradisce la missione per cui esiste. Quando le relazioni personali prevalgono sulla competenza, quando il cognome pesa più dei risultati e quando il prestigio istituzionale diventa uno scudo contro le critiche, non siamo più davanti alla difesa della cultura. Siamo davanti alla degenerazione del potere.

A pagarne il prezzo sono i giovani ai quali si racconta che studiare, impegnarsi e dimostrare il proprio valore sia la strada per costruirsi un futuro. Sono quelli che partono, che rinunciano, che accettano di essere giudicati da regole alle quali non tutti sembrano sottoposti nello stesso modo. Sono le famiglie che investono nell'istruzione dei figli e i cittadini che finanziano istituzioni dalle quali hanno il diritto di pretendere risultati, integrità e responsabilità.

La mia accusa è questa: ogni volta che il potere accademico viene usato per proteggere interessi personali anziché il valore della conoscenza, l'università tradisce i suoi studenti, danneggia la società e compromette la propria credibilità. E chi occupa posizioni di responsabilità non può nascondersi dietro il prestigio della cattedra, la complessità delle procedure o la sacralità della libertà accademica. La libertà di insegnare e di fare ricerca è un diritto da difendere; il diritto di sottrarsi alla trasparenza non esiste.

Non mi interessa processare un'intera categoria, né dichiarare colpevole chi non è stato giudicato. Mi interessa denunciare un sistema ogni volta che i fatti dimostrano che il merito è stato subordinato al potere. Perché una cattedra non è un feudo, un'università non è un patrimonio familiare e una laurea non è un certificato di appartenenza a una corporazione.

Se qualcuno considera questa denuncia un attacco all'università, si chieda perché difendere l'università debba significare proteggere chi ne abusa. Il sapere non appartiene ai baroni. E il futuro dei giovani italiani non è una proprietà privata da trasmettere di generazione in generazione.

lunedì 12 ottobre 2026

L'impunità dei potenti: in Italia la legge è uguale per tutti, ma non le conseguenze

C'è una differenza fondamentale tra i comuni mortali e chi appartiene stabilmente al sistema del potere: i primi possono rovinarsi la vita per un errore, i secondi possono spesso permettersi di commetterne molti prima di doverne affrontare davvero le conseguenze. Non è necessario immaginare una cospirazione, né sostenere che tutti i potenti siano disonesti. Basta osservare la diversa disponibilità di denaro, relazioni, protezioni e seconde possibilità. Per il cittadino comune un fallimento può significare perdere il lavoro, la casa o la reputazione; per chi dispone di una rete di protezione, anche una sconfitta clamorosa può trasformarsi in una parentesi, un cambio di incarico o una temporanea eclissi in attesa del ritorno.


Il privilegio di non pagare

Il privilegio più importante non consiste necessariamente nell'essere ricchi, ma nel poter affrontare le conseguenze dei propri errori da una posizione di forza. Chi non ha risorse deve rispondere immediatamente delle proprie azioni, mentre chi ne possiede può guadagnare tempo, moltiplicare le difese, contestare le accuse e affidarsi a una rete di solidarietà. Anche quando la giustizia arriva, i costi economici, reputazionali e personali del procedimento non sono distribuiti equamente.

L'impunità, dunque, non significa soltanto assenza di condanna. Può consistere nell'evitare che una responsabilità accertata produca conseguenze politiche, professionali o patrimoniali proporzionate. Un amministratore può perdere un incarico e conservarne altri; un dirigente può lasciare una posizione e trovarne una nuova; un politico può essere travolto da uno scandalo e ricomparire qualche anno dopo. Naturalmente, ogni vicenda va giudicata sulla base dei fatti e delle responsabilità individuali. Ma la ripetizione di queste traiettorie solleva una questione che va oltre i singoli casi: chi controlla davvero chi esercita il potere?



Un sistema che cambia pelle

In Italia, dal 1945 a oggi, sono cambiate le sigle, le coalizioni, le ideologie dominanti e intere generazioni di dirigenti. La fine della Prima Repubblica ha modificato profondamente il panorama politico, ma non ha eliminato automaticamente le relazioni di dipendenza tra politica, interessi economici, amministrazione pubblica e ricerca del consenso.

Non si tratta di sostenere che l'Italia sia rimasta immutata, né di confondere una democrazia costituzionale con una dittatura. Si tratta di chiedersi se alcuni meccanismi di protezione del potere siano sopravvissuti alle trasformazioni istituzionali. La continuità può nascondersi proprio dietro la discontinuità: nuovi protagonisti, nuovi linguaggi, nuove promesse, ma incentivi che continuano a premiare la fedeltà, la disponibilità di relazioni e la capacità di sopravvivere alle crisi.

Il sistema non ha bisogno di garantire l'immunità assoluta ai propri membri. Gli basta rendere la loro esposizione alle conseguenze meno immediata, meno prevedibile e meno devastante di quella dei cittadini comuni.


Tangentopoli: una resa dei conti incompleta?

Tangentopoli rappresentò una frattura reale. Le indagini giudiziarie contribuirono alla disgregazione di partiti che avevano dominato per decenni la vita pubblica italiana. Non fu una finzione, né una semplice operazione cosmetica: vi furono indagini, processi, condanne e carriere politiche distrutte.

Eppure, una rivoluzione giudiziaria non coincide necessariamente con una rivoluzione istituzionale. L'accertamento delle responsabilità individuali non basta, da solo, a modificare i meccanismi che rendono conveniente o possibile la cattiva gestione del potere. Se non cambiano in misura sufficiente i controlli, la trasparenza, le regole di finanziamento, gli incentivi e le modalità di selezione della classe dirigente, il ricambio dei protagonisti non garantisce il superamento delle vecchie patologie.

Tangentopoli, quindi, non va raccontata come una vicenda nella quale nessuno pagò. Molti pagarono, in forme e misure diverse. La domanda più interessante è perché quella crisi non abbia prodotto una trasformazione capace di impedire il ripresentarsi di problemi analoghi. La caduta di una classe dirigente non equivale necessariamente alla fine del sistema di relazioni che l'aveva sostenuta.


Quando i potenti pagano davvero

Naturalmente, l'impunità non è una legge universale. La storia conosce eccezioni clamorose, e proprio queste aiutano a capire come funziona il potere. Benito Mussolini, per esempio, non morì serenamente nel proprio letto dopo aver perso ogni influenza: fu catturato durante il collasso della Repubblica Sociale Italiana e fucilato nell'aprile 1945. Il suo cadavere fu poi esposto a Piazzale Loreto.

Ma questo episodio non rappresenta il normale funzionamento della giustizia. Fu il risultato estremo della sconfitta militare, della dissoluzione dell'autorità del regime, dell'insurrezione e della resa dei conti che accompagnò la fine della guerra. Mussolini non fu sottoposto a un procedimento giudiziario ordinario, con un tribunale indipendente e garanzie processuali: la sua morte appartiene alla storia della fine violenta del fascismo.

È una distinzione essenziale. Il potere può proteggere i propri titolari finché conserva il controllo degli apparati, la fedeltà dei collaboratori e la capacità di imporre le proprie regole. Quando queste condizioni vengono meno, la protezione può dissolversi rapidamente. Ma la caduta non garantisce giustizia: può produrre una punizione sproporzionata, una vendetta collettiva oppure una selezione arbitraria dei colpevoli.

Le eccezioni storiche, dunque, non smentiscono necessariamente l'esistenza di privilegi strutturali. Mostrano che quei privilegi dipendono da equilibri che possono spezzarsi.


Perché alcuni pagano e altri no

Le conseguenze diventano più probabili quando esistono istituzioni indipendenti, controlli efficaci, libertà d'informazione e possibilità concreta di perseguire le responsabilità senza interferenze. Diventano invece più incerte quando il controllore dipende dal controllato, quando gli interessi si intrecciano e quando chi denuncia rischia più di chi è denunciato.

Esistono poi circostanze eccezionali: sconfitte militari, crolli di regime, rivoluzioni, crisi istituzionali profonde. In questi casi, il rapporto di forza cambia e chi sembrava intoccabile può perdere improvvisamente ogni protezione. Ma una società che aspetta il collasso per chiedere conto ai propri governanti ha già dimostrato il fallimento dei suoi normali strumenti di controllo.

La vera alternativa non è tra potenti eternamente impuniti e potenti brutalmente puniti alla fine della loro parabola. È tra un sistema nel quale le responsabilità vengono accertate attraverso procedure regolari e uno nel quale la resa dei conti arriva soltanto quando cambiano i rapporti di forza.


Il vero scandalo

Il problema, in definitiva, non è che i potenti non paghino mai. È che la possibilità di farlo dipenda troppo spesso dalle risorse di cui dispongono, dalle relazioni che conservano e dalla solidità dell'ambiente che li protegge. E quando finalmente pagano, la punizione può arrivare non perché le istituzioni abbiano funzionato, ma perché quelle istituzioni hanno cessato di funzionare come prima.

Il cittadino comune viene educato alla responsabilità individuale: deve rispettare le regole, pagare i debiti, accettare le conseguenze delle proprie scelte. È giusto che sia così. Ma la stessa disciplina dovrebbe valere, con controlli adeguati alla responsabilità esercitata, per chi amministra denaro pubblico, dirige istituzioni o prende decisioni che ricadono sulla vita di milioni di persone.

Altrimenti la responsabilità diventa un dovere per chi sta in basso e una variabile negoziabile per chi sta in alto.

Ecco il punto che un Bestiario Italiano dovrebbe mettere a nudo: non l'idea semplicistica che tutti i potenti siano delinquenti, ma il sospetto, molto più difficile da liquidare, che il sistema distribuisca in maniera diseguale non soltanto le opportunità, ma anche il rischio di pagare per i propri errori.

Una democrazia si misura da quanto è facile per i cittadini comuni finire nei guai, oppure da quanto è difficile per chi esercita il potere sottrarsi alle proprie responsabilità?

mercoledì 7 ottobre 2026

La Costituzione più bella del mondo

In Italia esiste una bestia che nessuno osa toccare. Non si può criticare senza essere immediatamente sospettati di nutrire nostalgie per il passato, non si può mettere in discussione senza essere accusati di voler demolire la democrazia e, soprattutto, non si può guardare troppo a lungo senza rischiare di scoprire che dietro il mito potrebbe esserci qualcosa di molto più terreno. È la Costituzione più bella del mondo, la bestia sacra di una certa cultura cattocomunista italiana, custodita da sacerdoti laici, costituzionalisti, politici, editorialisti e celebratori professionali della Repubblica. È diventata qualcosa di più di una legge fondamentale: è un oggetto di culto, un feticcio civile che può essere modificato, interpretato e persino corretto, ma che deve continuare a essere proclamato bellissimo.



Un libro dei sogni

La Costituzione italiana nasce nel 1947, in un Paese appena uscito dal fascismo, dalla guerra e dalla monarchia, con una società profondamente segnata dalla tragedia appena vissuta. L'Assemblea Costituente aveva davanti un compito enorme: costruire un ordinamento capace di impedire che il potere potesse nuovamente concentrarsi nelle mani di un solo uomo. La prima parte del testo contiene infatti principi di grande valore, dalla dignità della persona alla libertà, dalla solidarietà all'uguaglianza, dalla tutela del lavoro ai diritti sociali. Il problema nasce quando si passa dalla dichiarazione dei principi alla loro concreta realizzazione, perché una Costituzione può indicare la strada, ma non può garantire da sola che il Paese la percorra. È qui che il magnifico progetto ideale comincia a scontrarsi con l'Italia reale.

Qualcuno, nel corso degli anni, ha anche sottolineato le analogie tra l'impianto costituzionale italiano e precedenti esperienze repubblicane europee, compresa la Francia della Terza Repubblica. Ma anche volendo lasciare da parte il tema delle influenze e delle somiglianze, resta una questione molto più interessante: quanto di ciò che nel 1947 appariva necessario per ricostruire una democrazia sia ancora necessariamente adeguato a governare l'Italia di oggi? È questa la domanda che il culto della Costituzione tende a evitare.


L'Italia fondata sul lavoro

L'articolo 1 proclama che “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. È una formula potente e sarebbe difficile sostenere che il lavoro non debba essere uno dei pilastri di una società democratica. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi quale lavoro intendesse realmente proteggere quella formula e quale rapporto esista, nella Repubblica concreta, tra chi produce ricchezza e chi vive della sua distribuzione. Per decenni l'Italia ha conosciuto disoccupazione, lavoro nero, precarietà, emigrazione, pensioni sostenute dalle generazioni successive e una pubblica amministrazione nella quale il confine tra funzione pubblica e rendita politica non è sempre apparso così netto. Il principio rimane nobile, ma il problema è che tra una Repubblica “fondata sul lavoro” e una Repubblica capace di garantire lavoro produttivo, stabile e dignitosamente remunerato esiste una distanza che nessun articolo costituzionale è riuscito, da solo, a colmare.

E qui nasce una delle contraddizioni più italiane: la Costituzione attribuisce al lavoro un valore quasi fondativo, mentre la politica continua da decenni a discutere di occupazione, salari, precarietà, produttività, giovani costretti a emigrare e territori nei quali trovare un lavoro stabile può diventare un'impresa. Non basta scrivere che la Repubblica è fondata sul lavoro perché il lavoro diventi automaticamente il fondamento materiale della vita dei cittadini.


L'uguaglianza sulla carta

Poi arrivano gli articoli 2 e 3, con il riconoscimento dei diritti inviolabili, dei doveri di solidarietà e soprattutto dell'uguaglianza davanti alla legge, accompagnata dall'impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano concretamente la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. Anche in questo caso il principio è difficilmente contestabile; il problema è che una Costituzione può ordinare allo Stato di rimuovere gli ostacoli, ma non può semplicemente farli scomparire con una formula solenne. Dopo quasi ottant'anni l'Italia continua a presentare profonde differenze territoriali, sociali ed economiche, con un Mezzogiorno che non ha raggiunto gli stessi livelli di opportunità del Centro-Nord, generazioni che hanno incontrato difficoltà enormi nell'accesso al lavoro e una mobilità sociale che non sempre corrisponde all'ideale descritto dalla Carta.

L'articolo 3 è dunque una promessa gigantesca; la questione è quanto di quella promessa sia diventato realtà. E qui il Bestiario non vuole sostenere che la Costituzione sia responsabile di ogni disuguaglianza italiana, perché sarebbe una semplificazione infantile. Vuole piuttosto ricordare che tra un principio costituzionale e la sua attuazione esiste tutta la distanza che separa una dichiarazione politica da una politica pubblica realmente efficace.


Il peccato originale: la paura del potere

È però nella seconda parte della Costituzione che emerge il vero peccato originale della Repubblica. L'Italia usciva da vent'anni di fascismo e il ricordo di Mussolini era ancora troppo vicino perché i Costituenti potessero ignorare il pericolo della concentrazione del potere. La soluzione fu costruire un sistema nel quale il potere fosse distribuito, controllato e bilanciato, impedendo che il Governo potesse trasformarsi nello strumento personale di un uomo solo. La scelta aveva ragioni storiche comprensibili e non sarebbe serio giudicarla ignorando il 1947. Ma il problema di una democrazia è che ciò che nasce come garanzia può, con il passare del tempo, produrre anche effetti collaterali.

Il Presidente del Consiglio, infatti, non è costruito come un capo dell'esecutivo dotato di un potere autonomo paragonabile a quello di altri sistemi politici. L'articolo 92 prevede che il Presidente della Repubblica nomini il Presidente del Consiglio e, su proposta di quest'ultimo, i ministri; l'articolo 95 stabilisce che il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e coordina l'attività dei ministri. Il Governo, inoltre, deve mantenere la fiducia parlamentare. Il risultato è un sistema nel quale il Presidente del Consiglio può essere formalmente responsabile della politica generale, ma deve contemporaneamente mantenere una maggioranza parlamentare composta, soprattutto nei governi di coalizione, da partiti che possono avere interessi, programmi e strategie differenti.


Il problema della responsabilità

Ed ecco il punto concreto che dovrebbe interessare molto più della retorica sulla Costituzione “più bella”. Chi governa davvero e chi risponde davvero delle decisioni del Governo? Se il Presidente del Consiglio deve continuamente mediare con i partiti della propria maggioranza, se la composizione dell'esecutivo dipende da equilibri politici complessi e se la sopravvivenza del Governo dipende dalla fiducia parlamentare, la catena tra voto del cittadino, formazione della maggioranza e responsabilità politica diventa inevitabilmente meno lineare.

Non significa che questo sistema sia antidemocratico, né che ogni sistema nel quale il Governo dipende dal Parlamento sia inefficiente. Significa che esiste un problema istituzionale concreto: il cittadino può essere chiamato a votare per una coalizione e, durante la legislatura, assistere a cambiamenti di maggioranza, sostituzioni del Presidente del Consiglio, rimpasti ministeriali e nuove formule politiche senza necessariamente tornare alle urne. Tutto questo è compatibile con il parlamentarismo italiano, ma rende più difficile individuare una responsabilità politica immediata e comprensibile.

Il problema non è quindi soltanto chi possiede il potere, ma anche chi può essere chiamato a risponderne. E una democrazia nella quale la responsabilità politica diventa difficile da individuare rischia di trasformare il cittadino in uno spettatore di una partita nella quale le regole sono costituzionali, ma la responsabilità finale rimane spesso diluita.


Il Parlamento che governa il Governo

Il Parlamento dovrebbe controllare il Governo, ma il Governo deve contemporaneamente governare attraverso il Parlamento. Quando la maggioranza è composta da più partiti, il Presidente del Consiglio deve continuamente negoziare la propria sopravvivenza politica con gli stessi soggetti che dovrebbe coordinare. Questa caratteristica può essere una garanzia contro l'abuso del potere, ma può diventare anche un ostacolo quando occorre prendere decisioni impopolari, rapide o strutturali.

La storia repubblicana mostra infatti una lunga successione di governi, crisi, rimpasti, cambi di maggioranza e trasformazioni delle coalizioni. Sarebbe scorretto attribuire tutto questo alla Costituzione: hanno avuto un peso decisivo anche il sistema dei partiti, le leggi elettorali, la frammentazione politica e le trasformazioni della società italiana. Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che l'architettura istituzionale non abbia alcuna responsabilità nel modo in cui questi equilibri vengono prodotti e gestiti.

Una domanda, quindi, rimane perfettamente legittima: un sistema costruito per impedire che un uomo potesse avere troppo potere ha finito, almeno in parte, per rendere troppo difficile esercitare il potere necessario a governare?


La politica come professione

Ed è qui che la critica diventa ancora più scomoda. La frammentazione del potere non ha necessariamente prodotto soltanto instabilità: ha anche creato un sistema nel quale la capacità di mediazione dei partiti, delle correnti e dei gruppi parlamentari poteva diventare una forma di potere in sé. Non significa sostenere che i Costituenti abbiano costruito deliberatamente un sistema destinato a garantire privilegi alla classe politica; non ci sono elementi sufficienti per affermarlo. Significa però chiedersi se, nel corso dei decenni, un sistema concepito per proteggere la democrazia dalla concentrazione del potere non abbia finito anche per favorire alcuni meccanismi di autoconservazione della politica.

Più il potere è distribuito, più è difficile attribuire a qualcuno la responsabilità di ciò che non funziona. E questa può diventare una condizione molto comoda per una classe politica: quando tutto dipende da tutti, alla fine nessuno sembra dipendere davvero dalle proprie responsabilità. La coalizione può accusare il singolo partito, il partito può accusare il ministro, il ministro può accusare il Governo, il Governo può accusare il Parlamento e il Parlamento può restituire la responsabilità agli elettori. Intanto il problema rimane.


La leggenda della Costituzione più bella

“È la Costituzione più bella del mondo” è una formula politica e culturale, non una categoria giuridica. Non esiste una classifica mondiale nella quale una giuria abbia assegnato all'Italia il primo premio per la qualità della propria Carta fondamentale. Eppure la formula è stata ripetuta così tante volte da trasformarsi quasi in una verità indiscutibile. È proprio qui che la Costituzione rischia di diventare una bestia sacra: quando la sua celebrazione prende il posto della discussione sui suoi contenuti, criticare una norma o proporre una riforma può essere percepito non più come un normale esercizio democratico, ma come una sorta di sacrilegio istituzionale.

Eppure una Costituzione democratica dovrebbe essere abbastanza forte da sopportare le critiche. Se un testo è davvero solido, non ha bisogno di essere protetto dalla discussione. Se contiene principi validi, quei principi possono essere difesi con argomenti. Se contiene meccanismi istituzionali che funzionano, possono essere dimostrati attraverso i risultati. Il problema nasce quando la bellezza viene utilizzata come argomento per evitare di discutere della funzionalità.


Anche le Costituzioni invecchiano

La Costituzione italiana è stata modificata più volte e questo dimostra che non è un testo immutabile. Se una norma costituzionale può essere modificata secondo le procedure previste dalla stessa Carta, allora può essere discussa; se può essere discussa, può essere criticata; e se può essere criticata, evidentemente non appartiene alla sfera del sacro. Questo non significa che ogni riforma sia necessariamente buona o che ogni modifica proposta debba essere approvata. Significa semplicemente riconoscere che una Costituzione è uno strumento giuridico e politico elaborato in un determinato momento storico e destinato a confrontarsi con una società che cambia.

Il vero rispetto per la Costituzione, quindi, non dovrebbe consistere nel conservarne ogni meccanismo come se fosse stato inciso nella pietra, ma nel verificare periodicamente se quelle regole continuino a produrre l'equilibrio tra libertà, rappresentanza, stabilità e responsabilità che una democrazia moderna richiede.


Sotto il vestito

Ed eccoci dunque alla domanda che il Bestiario vuole lasciare sul tavolo. La Costituzione italiana è davvero la più bella del mondo? Se per “bella” intendiamo la capacità di formulare principi elevati di libertà, solidarietà, dignità e uguaglianza, è facile comprenderne il fascino. Se invece pretendiamo che la bellezza formale del testo coincida con la capacità dello Stato di realizzare concretamente quei principi, la questione diventa molto più complicata.

Perché una Costituzione può essere straordinaria sulla carta e convivere per decenni con disuguaglianze, divari territoriali, inefficienze amministrative, instabilità politica, debito pubblico e una distanza spesso enorme tra il linguaggio delle istituzioni e la vita quotidiana dei cittadini. Non è colpa della Costituzione se l'Italia ha prodotto questi problemi, ma non è nemmeno sufficiente recitare gli articoli della Carta per dimostrare che l'architettura istituzionale funzioni perfettamente.

Il problema, allora, non è necessariamente che sotto il vestito non ci sia niente. Il problema è che abbiamo passato così tanto tempo a celebrare il vestito da avere forse discusso troppo poco di chi lo indossa, di come lo indossa e soprattutto di quanto sia ancora adatto al corpo dell'Italia contemporanea.

Una democrazia adulta non dovrebbe avere bestie sacre.

Dovrebbe avere istituzioni che possano essere criticate, corrette e, quando necessario, riformate.

Perché la vera domanda non è se la Costituzione italiana sia la più bella del mondo.

La domanda è molto più cattiva: quanto vale la bellezza di una promessa quando il Paese che dovrebbe incarnarla continua, dopo quasi ottant'anni, a discutere sulle stesse promesse non mantenute?

La Bestia Sacra non risponde. Rimane sull'altare, avvolta nella bandiera della Repubblica, protetta dalla liturgia delle celebrazioni e dalla formula magica con cui viene continuamente evocata: la Costituzione più bella del mondo.

E forse il vero tabù non è modificarla.

È smettere di considerarla perfetta.

domenica 4 ottobre 2026

Le 10 piaghe della Repubblica delle Banane

Come un Paese pieno di talento ha imparato a divorare il proprio futuro

Ci sono Paesi che falliscono perché non hanno nulla. Noi abbiamo avuto quasi tutto: talento, risparmio, industria, cultura, bellezza, creatività, una posizione geografica straordinaria e generazioni di persone capaci di costruire miracoli partendo dal niente. Eppure siamo riusciti nell'impresa più tipicamente italiana: trasformare un patrimonio in un alibi e un potenziale in una promessa continuamente rimandata.

La Repubblica delle Banane non è quella in cui tutto crolla. È quella in cui le cose funzionano abbastanza da impedire alla gente di accorgersi di quanto profondamente non funzionino. Gli ospedali continuano ad aprire, le imprese continuano a esportare, i ragazzi continuano a laurearsi, i professionisti continuano a lavorare, le famiglie continuano a risparmiare. Nel frattempo, sotto questa superficie apparentemente normale, il Paese invecchia, perde giovani, accumula debito, tollera inefficienze, protegge rendite e trasforma ogni riforma in una guerra di posizione.

Abbiamo costruito una società nella quale il cittadino deve dimostrare continuamente di meritare ciò che dovrebbe semplicemente funzionare. Deve conoscere qualcuno per accelerare una pratica, aspettare mesi per ottenere un servizio, compilare moduli per dimostrare di aver già compilato altri moduli e, quando qualcosa finalmente va bene, ringraziare quasi fosse stato concesso un privilegio. Lo Stato non ti nega necessariamente ciò che ti spetta: prima vuole vedere quanto sei disposto a soffrire per ottenerlo.

E quando il sistema produce un fallimento, raramente compare un responsabile. Compare una spiegazione. È colpa della politica, dell'Europa, della burocrazia, del mercato, del Nord, del Sud, dei giovani, dei vecchi, della crisi internazionale, di chi c'era prima e di chi arriverà dopo. L'Italia ha sviluppato una forma di immunità straordinaria: ogni problema riesce a diventare responsabilità di qualcun altro prima ancora di diventare responsabilità di qualcuno.

Questo è il vero capolavoro della Repubblica delle Banane: non aver creato un Paese incapace, ma aver creato un Paese abbastanza capace da continuare a sopravvivere alle proprie incapacità.

E così il talento compensa la disorganizzazione, la famiglia compensa lo Stato, il volontariato compensa i servizi, il risparmio compensa gli stipendi, l'inventiva compensa la burocrazia e l'emigrazione compensa la mancanza di opportunità.

Finché tutto regge. Finché qualcuno parte. Finché qualcuno paga. Finché qualcuno rinuncia. Finché qualcuno, semplicemente, si arrangia.

È questo il nostro straordinario modello di resilienza: non risolvere il problema, ma trovare qualcuno abbastanza bravo da sopportarlo.

Ecco le dieci piaghe.



1. La piaga del padrino — Il Paese delle conoscenze

In una società normale dovrebbe contare soprattutto ciò che sai fare. Nella Repubblica delle Banane conta spesso anche chi conosci, chi può presentarti, chi può raccomandarti e chi può garantirti. La raccomandazione non è necessariamente una telefonata al potente di turno: è un'intera cultura delle relazioni nella quale il merito deve spesso presentarsi accompagnato da qualcuno che ne garantisca l'affidabilità.

Il danno più profondo non è nemmeno il vantaggio ottenuto da chi viene raccomandato. È quello subito da chi non ha nessuno da chiamare. Quando le opportunità dipendono anche dalla rete sociale, la disuguaglianza non nasce più soltanto dal reddito: nasce dal cognome, dalla famiglia, dal territorio e dalla rubrica telefonica.

Il padrino, in questa storia, non è necessariamente un mafioso. È molto più banalmente quello che conosce quello che conta.


2. La piaga del salvadanaio bucato — Il debito che mangia il futuro

Per decenni abbiamo chiesto allo Stato di spendere, proteggere, distribuire e garantire senza sempre accettare con altrettanta serenità il prezzo necessario per farlo. Il debito pubblico è diventato così il grande trucco della Repubblica: prendere oggi e lasciare a domani il conto.

Il problema non è il debito in sé, che può avere una funzione economica. Il problema è quando diventa strutturale e limita la libertà delle generazioni successive. Gli interessi da pagare non costruiscono una scuola, non finanziano una ricerca, non assumono un medico e non rendono più produttiva un'impresa. Servono prima di tutto a onorare decisioni prese ieri.

Abbiamo avuto il privilegio di vivere oltre i nostri mezzi e il talento di chiamarlo politica economica.

Il salvadanaio sembrava pieno.

Era il fondo a essere bucato.


3. La piaga della tangente — Quando il favore diventa sistema

La corruzione non è soltanto la busta con i soldi sotto il tavolo. Quella è la sua forma più elementare. Il problema più sofisticato nasce quando il sistema dei favori diventa talmente normale che nessuno ha più bisogno di chiamarlo corruzione.

Un appalto può diventare una relazione, una relazione un favore, un favore una carriera e una carriera un'altra rete di relazioni. A quel punto il denaro è quasi secondario. Quello che viene corrotto è il principio stesso della concorrenza: non vince necessariamente chi offre la soluzione migliore, ma chi possiede il collegamento migliore.

E il cittadino comincia a fare qualcosa di ancora più pericoloso: si abitua.

Quando la gente smette di scandalizzarsi perché “tanto funziona così”, la corruzione ha già vinto.


4. La piaga della casta — Il potere che cambia vestito

Partiti che scompaiono, partiti che rinascono, governi che cadono, leader che vengono rottamati e nuovi movimenti che promettono di cambiare tutto. Eppure, sotto la superficie, alcune logiche di autoconservazione riescono sorprendentemente a sopravvivere.

La vera forza di una classe dirigente non consiste soltanto nel restare al potere. Consiste nel riuscire a sopravvivere alla propria sconfitta.

Cambiano le sigle, cambiano i simboli, cambiano le parole d'ordine. Le reti possono invece continuare a esistere, trasferendosi da un ambiente all'altro. È il talento dell'élite adattiva: perdere il potere senza perdere le proprie posizioni.

La casta, dunque, non è soltanto quella che guadagna troppo. È quella che riesce a rendere la propria sostituzione quasi impossibile.


5. La piaga del Palazzo — Quando lo Stato dimentica chi lo paga

Il Palazzo non è soltanto il Parlamento. È la distanza fra chi decide e chi deve aspettare.

Il cittadino incontra lo Stato quando deve pagare una tassa, presentare una domanda, chiedere un'autorizzazione, dimostrare di avere un diritto o aspettare una risposta. Nel frattempo, il linguaggio istituzionale diventa sempre più incomprensibile e la procedura acquista un'importanza quasi superiore al risultato.

Così nasce il paradosso: lo Stato esiste per semplificare la vita collettiva, ma può finire per chiedere al cittadino una quantità crescente di tempo, energia e pazienza per ottenere ciò che gli spetta.

Non ti nega il diritto. Ti mette alla prova prima di concedertelo.

E se hai abbastanza tempo, competenze e pazienza, forse ce la fai.

Se non li hai, pazienza.


6. La piaga della burocrazia — Il mostro che si nutre di moduli

La burocrazia nasce per mettere ordine. Quando cresce senza controllo, finisce per amministrare soprattutto se stessa.

La carta diventa PDF. Lo sportello diventa piattaforma. Il modulo diventa procedura digitale. La firma diventa firma elettronica. Eppure il cittadino continua a dover dimostrare la stessa cosa, spesso più volte, davanti a uffici diversi che possiedono già gran parte delle informazioni necessarie.

Abbiamo informatizzato molti processi senza sempre semplificarli.

Il risultato è una creatura perfettamente italiana: la burocrazia digitale. Più veloce nel chiederti documenti, ma non necessariamente più veloce nel risolvere il problema.

Il vero successo della burocrazia non è quando impedisce qualcosa.

È quando riesce a convincerti che non vale più la pena provarci.


7. La piaga delle due Italie — Il luogo in cui nasci non dovrebbe essere un destino

Il divario territoriale italiano non è soltanto una questione di PIL. È una questione di possibilità.

Significa che nascere in un territorio piuttosto che in un altro può cambiare l'accesso ai servizi, alla formazione, al lavoro qualificato, alle infrastrutture e alle opportunità. Significa che per alcuni giovani partire è una scelta; per altri diventa quasi una condizione necessaria per costruirsi una vita.

Il problema non è raccontare il Nord come virtuoso e il Sud come fallito. La realtà è infinitamente più complessa. Esistono eccellenze meridionali e inefficienze settentrionali, territori che crescono e territori che si spopolano in entrambe le aree.

Ma resta una domanda brutale: quanto del nostro destino continuiamo a decidere prima ancora che una persona abbia avuto la possibilità di scegliere?

Una Repubblica dovrebbe ridurre il peso del luogo di nascita.

Quando invece quel peso rimane enorme, il territorio rischia di trasformarsi in destino.


8. La piaga dell'ascensore rotto — Il merito senza ascensore

Una società sana dovrebbe permettere a chi parte da una condizione modesta di salire attraverso studio, lavoro, capacità e perseveranza.

Quando l'ascensore sociale si rompe, il merito diventa una promessa senza manutenzione.

Non significa che in Italia nessuno riesca più a migliorare la propria condizione. Significa che il percorso può essere molto più difficile e dipendere molto più di quanto dovrebbe dalle condizioni di partenza: famiglia, patrimonio, territorio, istruzione e rete sociale.

Il problema non è soltanto l'ingiustizia.

È lo spreco.

Perché quando una società non permette a una parte dei suoi cittadini capaci di esprimere il proprio potenziale, non sta soltanto danneggiando loro.

Sta impoverendo se stessa.


9. La piaga dei figli che partono — L'emorragia silenziosa

Una crisi economica si vede. Una crisi demografica si sente molto più tardi.

Un giovane che parte porta con sé una laurea, un mestiere, una capacità, una famiglia potenziale, consumi futuri, tasse future e competenze che il Paese ha contribuito a formare. Quando la partenza diventa sistematica, non è più soltanto una scelta individuale: diventa un fenomeno strutturale.

Il problema non è che i giovani italiani vadano all'estero. Muoversi è normale in un'economia aperta e può essere un'opportunità straordinaria.

Il problema nasce quando partire diventa più razionale che restare.

A quel punto il Paese non sta esportando soltanto persone.

Sta esportando futuro.

E mentre discutiamo di natalità con campagne, bonus e slogan, la domanda più semplice rimane spesso senza risposta: perché una persona dovrebbe costruire qui la propria vita?


10. La piaga dell'alibi — La nostra specialità nazionale

Ed eccoci alla piaga più resistente.

L'alibi.

È sempre colpa di qualcun altro. Di Roma, di Bruxelles, del Nord, del Sud, della politica, dei giudici, degli imprenditori, dei sindacati, dei giovani, dei vecchi, degli immigrati, degli emigrati, della crisi internazionale, della storia, del capitalismo o dello Stato.

Naturalmente molti di questi fattori esistono davvero e possono spiegare una parte dei nostri problemi. Ma una spiegazione diventa un alibi quando serve soprattutto a evitare la domanda successiva: e noi cosa abbiamo intenzione di cambiare?

La Repubblica delle Banane sopravvive grazie a questa formidabile divisione delle responsabilità: tutti denunciano qualcosa, tutti hanno una ragione, tutti hanno un colpevole.

E alla fine nessuno ha più la colpa di niente.


Il problema non sono le banane

Queste dieci piaghe non sono dieci emergenze separate. Si alimentano reciprocamente.

Il clientelismo alimenta la sfiducia. La sfiducia alimenta il disimpegno. La burocrazia alimenta l'immobilismo. L'immobilismo riduce la crescita. La bassa crescita rende più difficile sostenere il debito. Il debito restringe lo spazio per investire. La mancanza di opportunità spinge i giovani a partire. La partenza accelera l'invecchiamento. L'invecchiamento rende più difficile crescere. E quando il sistema non cresce, torna l'alibi.

È un circuito quasi perfetto.

Non abbastanza disastrato da collassare. Non abbastanza efficiente da decollare.

Ed è forse questa la vera condanna italiana.

Perché la Repubblica delle Banane non è un Paese povero e disperato. È un Paese che possiede abbastanza risorse, talento e ricchezza da poter stare molto meglio di come sta.

È un Paese nel quale l'eccellenza individuale riesce continuamente a compensare il mediocre funzionamento collettivo.

Il medico compensa l'ospedale.

L'imprenditore compensa la burocrazia.

La famiglia compensa il welfare.

Il lavoratore compensa l'organizzazione.

Il cittadino paziente compensa lo Stato.

E il giovane che non trova spazio?

Parte.

Forse è questa la definizione più precisa della nostra Repubblica delle Banane:

un Paese che non ha ancora smesso di funzionare perché milioni di persone continuano a farlo funzionare nonostante il Paese.

Il problema, allora, non sono le banane.

È che continuiamo a coltivare la pianta e a mangiarci le radici. 


sabato 3 ottobre 2026

Il popolo dei contemporanei: come la storia ha costruito l’italiano che siamo

Ci sono popoli che hanno paura di perdere la memoria. Gli italiani, molto più semplicemente, rischiano di non accorgersi di averla già persa. Viviamo dentro una delle più grandi concentrazioni di storia che l'umanità abbia prodotto e ci comportiamo spesso come se fossimo comparsi ieri mattina. Camminiamo sopra Roma antica, abitiamo città costruite nei secoli, custodiamo biblioteche, chiese, palazzi, archivi e opere che il resto del mondo viene a visitare per capire da dove viene una parte della propria civiltà, e tuttavia tutto questo passato sembra avere un potere sorprendentemente limitato sul nostro presente. Lo contempliamo, lo fotografiamo, lo celebriamo, qualche volta lo trasformiamo in turismo, ma raramente permettiamo che ci giudichi. La storia italiana è dappertutto, tranne che nella testa degli italiani.

È questo, forse, il senso più spietato di quella definizione di Indro Montanelli, che riprendeva un'intuizione di Ugo Ojetti: gli italiani sono un popolo di contemporanei. Non perché ignorino completamente il passato, ma perché hanno sviluppato una straordinaria capacità di tenerlo a distanza. Roma può essere eterna, ma noi siamo sempre provvisori; il Rinascimento può aver cambiato il mondo, ma non sembra obbligarci a nulla; i nostri antenati possono aver costruito istituzioni, città, opere e idee destinate a durare secoli, mentre noi affrontiamo ogni problema come se fosse nato questa mattina. È come se ogni generazione ricevesse in eredità una casa costruita nei millenni e, invece di domandarsi come conservarla, come migliorarla e che cosa lasciare a chi verrà dopo, si limitasse a chiedere dove mettere i mobili.

Forse è questa la nostra più singolare contraddizione: abbiamo una memoria monumentale e una memoria politica molto più fragile. Sappiamo riconoscere un affresco del Quattrocento, ma possiamo dimenticare una lezione di vent'anni fa; sappiamo celebrare un anniversario, ma fatichiamo a costruire una continuità; sappiamo essere orgogliosi di ciò che hanno fatto gli italiani di mille anni fa, molto meno di ciò che dovremmo fare noi perché gli italiani di cento anni dopo possano esserlo di noi. La nostra storia rischia così di diventare un gigantesco deposito di gloria altrui dal quale attingere quando abbiamo bisogno di sentirci migliori, invece di essere quella memoria scomoda che ci ricorda quanto siamo responsabili del futuro.


Prima dell'Italia c'erano gli italiani

La radice di questa contraddizione va cercata molto indietro nel tempo, perché per secoli la penisola non è stata uno Stato ma un mosaico di Stati, città, ducati, repubbliche e regni, attraversato da dominazioni straniere, guerre, alleanze e rivalità locali. Un veneziano possedeva una storia politica diversa da quella di un napoletano, un piemontese apparteneva a una tradizione diversa da quella di un siciliano, mentre Firenze, Genova, Milano, Roma e Napoli potevano guardare al resto della penisola più come a un mondo vicino che come a una patria comune. Questa frammentazione non significa che prima dell'Unità non esistessero elementi di cultura comune, lingua letteraria, religione e circolazione di idee, ma significa che la coscienza nazionale italiana dovette essere costruita politicamente sopra identità locali già fortissime. Quando arrivò l'Unità, quindi, non bastò tracciare una nuova frontiera: occorreva costruire una lingua realmente condivisa, un'amministrazione, una scuola, un esercito, una burocrazia e soprattutto una memoria nazionale capace di collegare popolazioni che avevano vissuto per secoli dentro esperienze politiche differenti. L'Italia politica arrivò prima che l'Italia psicologica fosse completamente costruita, e le identità precedenti non scomparvero affatto: continuarono a vivere sotto quella nazionale, creando una stratificazione nella quale il paese, la città, la regione e la famiglia possono ancora avere una forza emotiva immediata che lo Stato nazionale non sempre riesce a raggiungere.


Il campanile e il Palazzo

Da questa lunga esperienza può essere letta anche la tradizionale diffidenza italiana verso il potere pubblico. Non si tratta di una caratteristica eterna né uniforme, ma di un atteggiamento che trova una parte delle sue radici in una storia nella quale l'autorità politica è stata spesso percepita come lontana, mutevole o appartenente a qualcun altro. Per generazioni è stato più naturale fidarsi della famiglia, del paese, della parrocchia, della corporazione, del professionista conosciuto, del vicino che poteva dare una mano, piuttosto che di un'istituzione impersonale. Quando le istituzioni non appaiono sufficientemente affidabili, l'individuo sviluppa una capacità formidabile di sopravvivere senza di esse: impara a trovare una soluzione, a conoscere la persona giusta, a trattare, a mediare, a interpretare le regole e talvolta ad aggirare gli ostacoli che il sistema gli mette davanti. Da qui nasce quella che chiamiamo arte di arrangiarsi, espressione che può indicare tanto una straordinaria intelligenza pratica quanto il sintomo di una debolezza istituzionale. L'italiano sa fare miracoli con poco e trasformare l'incertezza in creatività, ma il rovescio è evidente: quando ciascuno impara a risolvere individualmente ciò che dovrebbe essere risolto collettivamente, la società può diventare una gigantesca somma di espedienti personali. Ognuno impara a salvare se stesso e il sistema, proprio per questo, può continuare a non cambiare.


La famiglia come Stato nello Stato

In questa storia la famiglia ha avuto un ruolo enorme, molto più ampio di quello puramente affettivo. Per una lunga parte della storia italiana la famiglia è stata contemporaneamente rete di protezione, banca, welfare, trasmissione del patrimonio, assistenza agli anziani, sostegno ai giovani e spesso persino strumento informale di ingresso nel mondo professionale. Dove lo Stato non arrivava, arrivavano i genitori; dove il lavoro non garantiva sicurezza, intervenivano i familiari; dove una persona cadeva, qualcuno cercava di rialzarla. Questa solidarietà rappresenta una delle grandi risorse della società italiana, ma contiene anche un'ambivalenza: una comunità nella quale la protezione è fortemente concentrata dentro la cerchia familiare può sviluppare legami potentissimi al proprio interno e contemporaneamente una fiducia più debole verso il resto della società. È il passaggio dal “noi” ristretto al “noi” nazionale che può diventare difficile. Prima i miei, poi gli altri; prima la famiglia, il paese, la categoria, il gruppo di appartenenza e soltanto dopo la comunità più ampia. Non necessariamente per egoismo, ma perché per molto tempo la rete concreta delle relazioni personali ha rappresentato una garanzia più tangibile delle promesse astratte delle istituzioni. Il problema arriva quando quella logica privata diventa l'unico modello possibile e la solidarietà familiare non riesce a trasformarsi in fiducia pubblica.


Il passato come decorazione

È qui che Montanelli colpisce nel punto più delicato, perché sarebbe troppo facile sostenere che gli italiani non ricordano. Gli italiani ricordano moltissimo: ricordano i santi, i morti, le guerre, le tradizioni familiari, le glorie sportive, i grandi personaggi, le rivalità tra città e perfino le offese ricevute dal vicino di casa vent'anni prima. Il problema non è la quantità della memoria, ma la sua trasformazione in esperienza collettiva. Possiamo ricordare senza imparare, celebrare senza continuare, conservare senza trasmettere. L'Italia possiede un patrimonio storico talmente enorme da potersi permettere di trasformare il passato in scenografia: celebriamo il Rinascimento, invochiamo Roma antica, fotografiamo i monumenti, organizziamo commemorazioni e ricorrenze, rivendichiamo la grandezza dei nostri antenati, ma tutto questo non necessariamente si traduce nella capacità di costruire istituzioni, comportamenti e progetti all'altezza di quella eredità. Il passato rischia così di diventare una fonte di orgoglio intermittente anziché una responsabilità permanente, un deposito di simboli dal quale pescare quando abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa di grande senza necessariamente accettare gli obblighi che quella stessa appartenenza dovrebbe comportare.


La grande amnesia delle generazioni

C'è poi un'altra caratteristica che rende particolarmente interessante la definizione di “popolo di contemporanei”: la facilità con cui ogni generazione può percepirsi come un nuovo inizio. Il problema non è soltanto che gli italiani dimentichino gli eventi lontani; spesso sembrano dimenticare anche quelli recentissimi. Una crisi economica diventa improvvisamente inspiegabile, un problema amministrativo appare come una novità assoluta, una difficoltà sociale viene trattata come se fosse comparsa dal nulla, mentre le cause e i precedenti vengono progressivamente rimossi dalla memoria pubblica. La discussione nazionale si concentra così sul fatto del giorno, sul personaggio del momento, sulla polemica della settimana, e il passato recente viene rapidamente inghiottito dalla successiva emergenza. In questo senso il contemporaneo non è soltanto colui che vive nel presente: è colui che non costruisce un rapporto sufficientemente stabile tra ciò che è accaduto ieri e ciò che deve essere fatto domani. Ogni problema diventa un episodio isolato e ogni soluzione riparte quasi da zero.


Il grande talento del presente

Eppure sarebbe ingiusto trasformare tutto questo in una condanna, perché la stessa disposizione che rende difficile la programmazione produce una delle qualità più straordinarie dell'italiano: l'adattabilità. L'italiano spesso non ha bisogno che il mondo sia perfetto per riuscire a viverci dentro e possiede una notevole capacità di trasformare l'improvvisazione in creatività, l'incertezza in opportunità e la difficoltà in una soluzione concreta. Questa capacità ha contribuito alla vitalità di imprese, professioni, mestieri e produzioni culturali molto diverse tra loro e rappresenta il lato luminoso del popolo dei contemporanei. Il problema non è vivere nel presente, perché nessuna società può farne a meno; il problema nasce quando il presente diventa l'unico orizzonte temporale possibile, quando l'emergenza sostituisce la programmazione, l'espediente sostituisce la riforma e la capacità di cavarsela individualmente finisce per rendere sopportabile una situazione collettiva che avrebbe invece bisogno di essere trasformata. La stessa qualità che permette all'italiano di sopravvivere può quindi diventare quella che gli impedisce di pretendere un sistema migliore.


Il Paese che ricomincia sempre

Forse è questo il nostro difetto storico più profondo: la difficoltà a costruire continuità. Ogni generazione sembra costretta a ricominciare, ogni riforma viene presentata come quella decisiva, ogni crisi appare come un evento improvviso e ogni nuovo progetto viene raccontato come se prima di esso non fosse esistito nulla. Il passato non diventa abbastanza esperienza, il presente non diventa abbastanza costruzione e il futuro non diventa abbastanza responsabilità. L'Italia oscilla così tra nostalgia e improvvisazione: rimpiange ciò che è stato e contemporaneamente improvvisa ciò che sarà, mentre il presente rimane il luogo nel quale tutto deve essere risolto immediatamente. Se ogni problema viene affrontato come un'emergenza separata dagli altri problemi, diventa difficile riconoscere la continuità che li collega e ancora più difficile costruire una strategia capace di attraversare più generazioni. Il risultato è un Paese nel quale molte persone possiedono una straordinaria capacità di affrontare la singola difficoltà, ma nel quale diventa più difficile costruire una traiettoria lunga, riconoscibile e condivisa.


Non siamo senza memoria. Siamo senza continuità.

Forse allora la definizione di Montanelli può essere aggiornata senza perdere la sua forza. Gli italiani non sono necessariamente un popolo senza memoria; sono piuttosto un popolo che ha avuto enormi difficoltà a trasformare la memoria in continuità collettiva. Abbiamo avuto una storia gigantesca e una costruzione nazionale relativamente recente, abbiamo conservato monumenti, opere d'arte, archivi e tradizioni, ma molto più difficilmente abbiamo conservato nel tempo comportamenti istituzionali, progetti di lungo periodo, fiducia reciproca e senso di appartenenza a un destino comune. Sappiamo ereditare pietre. Fatichiamo a ereditare progetti. Una civiltà può conservare perfettamente il proprio patrimonio e contemporaneamente fallire nel trasmettere ciò che quel patrimonio dovrebbe insegnare. Può custodire la casa degli antenati senza sapere quale casa lasciare ai propri discendenti. Ed è forse questa la differenza decisiva tra una società che possiede una grande storia e una società che sa utilizzare la propria storia: la prima conserva il passato, la seconda lo trasforma in futuro.


Il paradosso dell'italiano

Il paradosso è che proprio questa fragilità temporale convive con una straordinaria capacità di produrre bellezza e intelligenza. L'Italia ha generato individui capaci di pensare secoli avanti, mentre il Paese nel suo complesso ha spesso faticato a pensare anche una generazione avanti. Abbiamo avuto uomini e donne capaci di immaginare ciò che ancora non esisteva, ma abbiamo avuto anche istituzioni e comunità costrette continuamente a occuparsi dell'emergenza. È come se il genio italiano riuscisse spesso a vedere lontanissimo mentre la società italiana procedesse a vista. Da qui nasce una delle contraddizioni più affascinanti del Paese: l'individuo può essere visionario mentre il sistema rimane contemporaneo. Il talento non manca; ciò che spesso manca è la capacità di trasformare il talento in continuità, l'invenzione in istituzione, l'intuizione in metodo e l'esperienza di una generazione in patrimonio operativo per quella successiva.


Il bestiario del presente

Forse l'italiano contemporaneo è proprio questo animale curioso: una creatura con una quantità smisurata di memoria alle spalle e un orizzonte quotidiano che raramente supera l'urgenza del presente. Si commuove davanti alla Roma antica, discute furiosamente del problema di oggi e troppo spesso rimanda a domani la domanda sul Paese che consegnerà ai propri figli. Ama gli antenati, ma non sempre eredita le loro lezioni; ama il futuro, purché non gli venga chiesto di pagare oggi il prezzo della sua costruzione; ama lo Stato quando deve proteggerlo e lo guarda con sospetto quando deve rispettarne le regole; ama profondamente la propria famiglia, il proprio paese, la propria città e la propria regione, mentre l'idea di una comunità nazionale rimane spesso più astratta e intermittente. E tuttavia sarebbe sbagliato concludere che questo animale sia semplicemente incapace di evolversi, perché dentro questa contraddizione esiste una vitalità enorme: l'italiano corre, inventa, si adatta, protesta, cade e ricomincia. Forse il problema non è diventare qualcun altro, ma riuscire finalmente a mettere in fila i propri presenti, facendo in modo che ciò che viene costruito oggi non venga cancellato domani, che ciò che abbiamo imparato ieri non venga dimenticato dopodomani e che il futuro non sia soltanto qualcosa che ci accade, ma qualcosa alla cui costruzione abbiamo deciso di partecipare.

Perché un popolo diventa davvero adulto quando smette di vivere soltanto nel proprio tempo e comincia ad abitare il tempo intero. E forse la domanda più scomoda che possiamo rivolgerci, dopo più di un secolo e mezzo di Italia unita, non è se siamo ancora capaci di ricordare il nostro passato, ma se saremo capaci di lasciare ai nostri figli qualcosa che meriti di essere ricordato.

Montanelli aveva visto il problema. Il tempo trascorso da allora non lo ha necessariamente risolto. Potrebbe persino averlo reso più evidente.

venerdì 2 ottobre 2026

Le utopie hanno sempre fame

L'Italia è un Paese curioso. Quando scopre che una cosa è ingiusta, invece di domandarsi pazientemente come sostituirla, spesso preferisce abolirla. È una tentazione nobile, progressista, perfino commovente: si prende una vecchia istituzione, la si mette davanti al tribunale della Storia, si pronuncia la sentenza e si festeggia. Chiuso. Abolito. Superato. Mai più. Il problema è che le istituzioni, anche quelle peggiori, raramente fanno una sola cosa. Fanno schifo in una parte e funzionano in un'altra. Sono spesso mostri brutti che, mentre mordono qualcuno, tengono in piedi qualcos'altro. E quando li ammazzi bisogna sapere che cosa fare con il cadavere. Altrimenti il mostro scompare dall'edificio e ricompare per strada.


Il grande animale chiamato progresso

La seconda metà del Novecento italiano è stata attraversata da una grande fede: il progresso. Non soltanto quello tecnologico, ma soprattutto quello morale: l'idea che liberando l'uomo dalle vecchie gabbie si sarebbe costruita una società più civile. Così arrivarono riforme gigantesche. La Legge Merlin vietò le case di prostituzione e abolì la regolamentazione statale della prostituzione; la riforma psichiatrica del 1978 superò il modello manicomiale e orientò l'assistenza verso la presa in carico territoriale; la scuola italiana, con la Legge 517 del 1977 e le riforme successive, sviluppò l'integrazione degli alunni con disabilità nelle classi comuni.

Dietro tutto questo c'era una domanda sacrosanta: possiamo davvero chiamare civile una società che risolve i propri problemi separando gli esseri umani? No. Ma la storia, quella vecchia bestia che non legge i manifesti politici, aggiunge subito una seconda domanda: e dopo che li hai liberati dalla gabbia, dove li metti? Questa domanda è molto meno elegante, non finisce sui manifesti e non produce applausi. Eppure è quella che decide se una riforma riesce davvero a trasformare la realtà.



Il manicomio aveva i cancelli

Il manicomio era una cosa terribile: aveva cancelli, padiglioni, letti, regolamenti e pratiche di contenzione; persone vi entravano e talvolta non uscivano più. La riforma Basaglia mise in discussione quel modello e portò il sistema verso una rete di servizi territoriali, residenziali e ospedalieri, che ancora oggi costituisce l'impianto ufficiale dell'assistenza psichiatrica italiana. Ma il vecchio manicomio faceva anche una cosa che oggi tendiamo a dimenticare perché è molto meno nobile da raccontare: si prendeva fisicamente la responsabilità della persona. La nutriva, la sorvegliava, la alloggiava e, nei casi previsti, la teneva lontana dal pericolo. Era una macchina spesso disumana, ma era pur sempre una macchina.

Il sistema moderno ha detto: mai più. E ha fatto bene a porre fine alla segregazione manicomiale. Ma poi ha dovuto affrontare una questione molto più difficile: che cosa facciamo dell'uomo che non sa stare da solo? Il modello attuale prevede Centri di salute mentale, servizi diurni, strutture residenziali e servizi ospedalieri; le strutture residenziali, tuttavia, sono parte di programmi terapeutico-riabilitativi e non semplicemente una soluzione abitativa. Ed ecco comparire il grande animale nascosto sotto il tappeto: la famiglia.


La famiglia: l'ammortizzatore universale

Per decenni l'Italia ha avuto una straordinaria istituzione non scritta: la mamma. La mamma dava le medicine, preparava da mangiare, accompagnava dal medico, pagava le bollette, controllava che il figlio non sparisse, telefonava al servizio psichiatrico. Faceva spesso da infermiera senza essere infermiera, da assistente sociale senza essere assistente sociale, da amministratore di sostegno senza esserlo. E naturalmente lo faceva gratis.

Poi la mamma invecchia, il papà muore, il figlio è magari un uomo di cinquant'anni che non lavora, non è autonomo, non ha una rete sociale e non ha fratelli. Un giorno rimane solo e la grande domanda della civiltà contemporanea diventa improvvisamente concreta: chi apre la porta domani mattina?

La legge non risponde da sola. Il principio non risponde. L'utopia non risponde. Serve qualcuno in carne e ossa. Il sistema sanitario dispone di una rete di presa in carico e di strutture differenziate, ma la loro efficacia concreta dipende anche dall'organizzazione territoriale e dall'integrazione con i servizi sociali. Quando famiglia e servizi non riescono a costruire una presa in carico adeguata, la persona vulnerabile può precipitare nella grave marginalità.

Non tutti i senza dimora sono malati psichiatrici e non tutti i malati psichiatrici diventano senza dimora: la condizione di homelessness è multifattoriale e comprende anche problemi economici, abitativi, familiari e di dipendenza. Ma proprio per questo la combinazione fra disturbo mentale, perdita della casa, povertà e assenza di rete può diventare devastante.

Prima c'era il cancello. Adesso può esserci il marciapiede. Non sono la stessa cosa e sarebbe disonesto fingere che lo siano. Ma sarebbe altrettanto disonesto fingere che il problema sia scomparso.


Poi arrivò la scuola degli angeli

La stessa storia, in forma diversa, è entrata nella scuola. L'Italia ha scelto l'integrazione: il bambino con disabilità non deve essere semplicemente parcheggiato in una classe separata, ma deve partecipare alla vita della scuola comune. La Legge 517 del 1977 previde forme di integrazione e l'intervento di insegnanti specializzati, insieme a servizi specialistici e socio-psico-pedagogici. È una visione potente, ma l'inclusione non è una parola magica: ha bisogno di insegnanti, continuità, formazione, assistenza, edifici accessibili, servizi, famiglie, tempo e denaro.

Quando queste condizioni non bastano, una parte del costo può finire proprio sulle persone che l'inclusione voleva proteggere: sull'alunno, sulla famiglia, sull'insegnante e sulla classe. E allora la responsabilità comincia a rimbalzare: dalla scuola alla famiglia, dalla famiglia alla ASL, dalla ASL al Comune, dal Comune alla Regione, dalla Regione allo Stato. Ognuno ha una parte del problema e nessuno possiede da solo la soluzione completa.

E alla fine rimane il bambino, che guarda caso era proprio quello che volevamo proteggere.


E la prostituzione?

La stessa bestia cambia pelle. La Legge Merlin del 1958 vietò l'esercizio delle case di prostituzione e intervenne contro lo sfruttamento della prostituzione altrui. La società disse: non vogliamo più uno Stato che organizzi e controlli questo mercato attraverso le case chiuse.

Ma la prostituzione non ricevette il telegramma della sua abolizione. Continuò a esistere e cambiò luoghi, modalità e forme di intermediazione. Da allora il dibattito sulle conseguenze della legge non si è esaurito: esistono interpretazioni differenti sul rapporto fra abolizione delle case, sfruttamento, sicurezza e possibilità di controllo del fenomeno.

Ma anche qui resta una lezione elementare: il legislatore può abolire un'organizzazione, non può abolire il desiderio umano. Può vietare, regolamentare, punire e modificare il mercato; l'animale umano, però, continua a cercare una via d'uscita.


L'utopia non conosce la vecchiaia

Questo è forse il difetto più curioso delle utopie: sono giovani. Non hanno mal di schiena, non hanno figli da mantenere, non hanno genitori anziani, non hanno un fratello gravemente malato da accompagnare alle visite, non hanno una classe di venticinque alunni, non hanno un conto corrente da pagare. Non si ammalano, non si stancano e non muoiono.

L'utopia non invecchia mai. L'essere umano sì.

Per questo una legge può proclamare che nessuno sarà più segregato, ma qualcuno dovrà occuparsi di chi non è capace di vivere autonomamente. Può proclamare che tutti saranno inclusi, ma qualcuno dovrà sostenere l'inclusione quando diventerà difficile. Può chiudere le case di tolleranza, ma qualcuno dovrà confrontarsi con ciò che continua ad accadere quando quelle porte si chiudono.

Questo è il punto che ogni filosofia del progresso rischia di dimenticare: abolire una struttura non significa abolire la funzione sociale che quella struttura, anche perversamente, svolgeva.


Il vecchio sistema aveva un vantaggio terribile

Il vecchio mondo era spesso più brutale, ma era anche più semplice. Prendeva il diverso e lo separava, il bambino difficile e lo separava, la prostituta e la registrava, il malato e lo internava. Era una società che risolveva molti problemi spostandoli fuori dalla vista. Il problema era che fuori dalla vista non significa fuori dal mondo e quelle persone pagavano un prezzo enorme.

Il mondo moderno ha detto: non vogliamo più pagare quel prezzo sulla pelle degli esclusi. Benissimo. Ma allora dobbiamo essere disposti a pagare noi il prezzo dell'inclusione: con denaro, tempo, personale, servizi, fatica, responsabilità e solidarietà.

È qui che comincia la parte meno romantica della storia, perché quando una società scopre che l'inclusione costa può essere tentata di fare una cosa molto umana: scaricare il costo su qualcun altro. E spesso quel qualcun altro è proprio colui che doveva essere protetto.


Il progresso presenta il conto

Forse il problema delle grandi riforme non è nelle intenzioni, ma nella distanza tra ciò che promettono e ciò che la società riesce concretamente a garantire. Abbiamo scritto diritti, ma i diritti hanno bisogno di gambe; abbiamo proclamato l'inclusione, ma l'inclusione ha bisogno di persone, servizi e risorse. Abbiamo abbattuto cancelli pensando che bastasse aprire la porta per rendere libero chi stava dietro.

E allora eccola, la bestia. Non è Basaglia, non è Merlin, non è l'insegnante di sostegno e non è nemmeno il progresso. È la distanza tra quello che siamo capaci di promettere e quello che siamo realmente capaci di mantenere.

Una società adulta non dovrebbe giudicare una riforma soltanto dalle intenzioni con cui nasce, ma dalla capacità di sostenerne le conseguenze. Perché quando mancano risorse, servizi, famiglie e responsabilità condivise, il costo non scompare. Scivola semplicemente verso chi ha meno voce per protestare.

E allora forse la domanda non è se un'utopia sia bella.

La domanda è molto più cattiva:

chi finisce sotto le macerie quando la realtà presenta il conto all'utopia?

Perché le gabbie possono essere abbattute. I manicomi possono essere chiusi. Le classi differenziali possono essere abolite. Le case di tolleranza possono sparire.

Ma l'uomo che c'era dentro resta.

E se nessuno è lì ad aspettarlo quando esce, la libertà può diventare soltanto un altro nome dell'abbandono.

È questa la fame dell'utopia: divora le vecchie gabbie, ma se non siamo capaci di costruire qualcosa al loro posto, comincia a divorare gli uomini.

domenica 27 settembre 2026

Ho cancellato i politici italiani. Non la politica.

Perché ho eliminato dal mio blog i protagonisti della Repubblica

A un certo punto ho deciso di cancellare dal mio blog quasi tutti i post dedicati ai politici italiani contemporanei. Destra, sinistra, centro: non ho fatto distinzioni. Ho eliminato anche diversi contenuti dedicati a protagonisti importanti della politica italiana del dopoguerra.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché.

La risposta è semplice, ma non superficiale: non voglio più raccontare l'Italia attraverso i suoi politici.

Non perché la politica italiana non mi interessi. Al contrario. Mi interessa talmente tanto da aver deciso di smettere di occuparmi soltanto dei suoi protagonisti per provare a osservare ciò che sta dietro di loro: i meccanismi del potere, le relazioni, le clientele, le élite, gli interessi economici, le istituzioni, l'informazione e quella particolare capacità italiana di cambiare uomini e partiti lasciando spesso intatte le strutture.

La cancellazione, dunque, non è una rinuncia alla politica.

È un cambio di prospettiva.


Non sono fascista. E non sono monarchico

Voglio chiarire un punto perché, in Italia, ogni critica radicale alla Repubblica rischia immediatamente di essere interpretata attraverso categorie politiche precostituite.

Con il fascismo non ho niente a che vedere.

Sono fortemente critico nei confronti del Ventennio fascista e non ho alcuna intenzione di riabilitarlo. Il fatto che io sia severamente critico verso la Repubblica italiana non significa in alcun modo che io consideri preferibile il regime che l'ha preceduta.

Allo stesso modo, non penso che una restaurazione monarchica cambierebbe necessariamente la sostanza del problema.

Non basta cambiare la forma dello Stato se rimangono gli stessi meccanismi attraverso i quali una classe dirigente esercita il potere, tutela i propri interessi e guarda con sufficiente distanza alle persone che stanno sotto di essa.

Per questo la mia critica non è una nostalgia.

È una critica al potere italiano nel suo complesso.


Dal 1861 a oggi: una classe dirigente che non stimo

Da meridionale non nutro una particolare stima per la classe politica italiana dal 1861 a oggi.

E non lo dico soltanto per la mia provenienza geografica. Nella mia storia familiare esiste anche la memoria di un antenato che fu cavaliere sotto i Borbone. Ma questo non mi trasforma automaticamente in neoborbonico. Non considero fondate al cento per cento le tesi del neoborbonismo e penso che anche la storia del Regno delle Due Sicilie debba essere studiata senza mitologie.

Non ho bisogno di sostituire una mitologia con un'altra.

Non devo trasformare i Borbone in santi per criticare i Savoia. E non devo trasformare la monarchia in un paradiso perduto per criticare la Repubblica.

La storia è molto più complicata.

Ed è proprio questa complessità che mi interessa.


Nemmeno la restaurazione cambierebbe la sostanza

La monarchia, peraltro, non è immune da quella che oggi potremmo definire una logica di familismo del potere.

Il problema non è soltanto ciò che fecero o non fecero i Savoia durante la storia dell'Unità d'Italia. Il problema è l'idea stessa secondo cui la forma istituzionale possa risolvere automaticamente il problema del potere.

Non sarebbe così.

Lo dimostra anche la storia della monarchia italiana.

L'8 settembre 1943 rappresentò una delle crisi più drammatiche della storia nazionale. Dopo l'annuncio dell'armistizio, Vittorio Emanuele III, Badoglio e il seguito reale lasciarono Roma nella notte tra il 9 e il 10 settembre e raggiunsero Brindisi, dove si stabilì il governo del cosiddetto Regno del Sud.

La vicenda è stata oggetto di interpretazioni storiche diverse. Ma esiste un dettaglio, diventato celebre, che rende quasi grottesca la distanza fra la tragedia nazionale e la dimensione privata della corte: nelle memorie di alcuni esponenti alleati viene riportato l'episodio secondo cui, durante il soggiorno a Brindisi, il re avrebbe chiesto delle uova fresche per la regina.

Le uova non sono il problema.

Il problema è ciò che quell'aneddoto può rappresentare.

Mentre un esercito si disgregava, mentre migliaia di militari italiani venivano lasciati senza ordini chiari e mentre il Paese precipitava nel caos, la dimensione della corte poteva apparire separata dalla tragedia collettiva.

Ed è qui che il concetto di familismo amorale, elaborato da Edward C. Banfield nel suo celebre studio sul Mezzogiorno italiano, diventa una chiave di lettura interessante. Banfield descriveva una situazione nella quale l'interesse della propria famiglia o della propria cerchia può prevalere sull'interesse collettivo.

Non considero, però, il familismo amorale una caratteristica genetica del Mezzogiorno né una spiegazione sufficiente dei problemi italiani.

Al contrario, è proprio la storia del potere a suggerirmi una domanda diversa: e se questa logica, in forme differenti, potesse attraversare l'intera società italiana, comprese le sue élite?

Il familismo amorale non deve necessariamente manifestarsi soltanto nella famiglia povera che cerca di proteggere i propri interessi. Può assumere forme molto più sofisticate quando entra nelle reti del potere: la famiglia, la cerchia degli amici, il partito, il gruppo professionale, la corrente, il clan politico, il circuito economico.

In questo senso, il problema non è semplicemente «familiare».

È relazionale.

Ed è proprio qui che il concetto diventa particolarmente interessante per comprendere il Bestiario Italiano.


La Repubblica di Pulcinella

È per questo che, quando definisco provocatoriamente l'Italia una «Repubblica di Pulcinella», non sto dicendo che tutto ciò che è accaduto nella Repubblica sia stato ridicolo, corrotto o privo di valore.

Sto mettendo sotto accusa una certa maniera di esercitare il potere.

Una Repubblica nata dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946 non può essere giudicata soltanto attraverso la sua Costituzione o attraverso le intenzioni dei suoi fondatori. Deve essere osservata anche attraverso ciò che è realmente accaduto nei decenni successivi.

E la storia repubblicana italiana è una storia piena di contraddizioni.

Abbiamo avuto una lunga stagione nella quale la Democrazia Cristiana è stata il principale partito di governo, all'interno di un sistema dominato dai partiti e dalle loro articolazioni. Abbiamo avuto la partitocrazia. Abbiamo avuto rapporti tra politica e criminalità organizzata che hanno segnato profondamente la storia della Repubblica. Abbiamo avuto scandali, stragi, deviazioni, clientele e sistemi di potere che ancora oggi fanno parte della memoria nazionale.

E abbiamo avuto una classe politica sempre più percepita da una parte dell'opinione pubblica come una casta separata dal resto del Paese, una percezione resa particolarmente popolare dal lavoro giornalistico di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella.

Non significa che tutti i politici siano uguali.

Non lo sono.

Significa che il problema non può essere risolto semplicemente sostituendo un nome con un altro.


Il berlusconismo e la mutazione della sinistra

Poi è arrivato il berlusconismo.

Non soltanto Silvio Berlusconi come individuo, ma un intero modello politico, culturale e comunicativo che ha modificato profondamente la politica italiana.

E, parallelamente, abbiamo assistito alla trasformazione della sinistra italiana.

Dopo la fine del comunismo e la dissoluzione del riferimento sovietico, una parte della sinistra ha progressivamente abbandonato alcune delle proprie categorie tradizionali e si è avvicinata a un paradigma economico e politico sempre più compatibile con il neoliberismo.

Anche questo, per me, è un fenomeno storico da comprendere.

Non mi interessa stabilire quale parte abbia avuto sempre ragione.

Mi interessa capire perché l'intero sistema abbia prodotto determinate trasformazioni e quali interessi abbiano accompagnato quei cambiamenti.

Perché mentre destra e sinistra continuavano a combattersi sul piano elettorale, molte dinamiche profonde della società italiana continuavano a riprodursi.


Il problema non sono i politici. È il sistema che li produce

È questa la ragione per cui ho eliminato quei post.

Un articolo su un politico può essere interessante oggi e diventare irrilevante tra cinque anni. Una polemica elettorale può dominare il dibattito per qualche settimana e poi scomparire.

Ma il clientelismo resta.

Il trasformismo resta.

Il familismo, nelle sue diverse forme, resta.

Il potere relazionale resta.

Le reti di influenza restano.

Il rapporto ambiguo tra politica, economia, amministrazione, informazione e professioni resta.

E soprattutto resta una domanda: come viene realmente distribuito il potere in Italia?

È questa la domanda che mi interessa.

Non mi interessa più inseguire il politico del momento. Mi interessa capire l'ecosistema che permette a determinati comportamenti di riprodursi indipendentemente dal nome scritto sulla scheda elettorale.


Il Bestiario deve scendere sotto la superficie

Per questo il Bestiario Italiano può fare ciò che il mio blog internazionale non fa.

Nel blog rivolto al pubblico internazionale posso parlare dell'irrilevanza crescente dell'Italia nel contesto globale. Posso osservare il Paese dall'esterno e chiedermi quale sia oggi il suo peso reale.

Nel Bestiario Italiano, invece, posso scendere sotto la superficie.

Posso chiedermi perché siamo arrivati fin qui.

Posso parlare della mentalità clientelare, del familismo amorale, delle reti di potere, delle complicità, delle classi dirigenti, delle élite locali, del rapporto fra politica e criminalità organizzata, della trasformazione della sinistra, del berlusconismo, della partitocrazia e di tutti quei meccanismi che non scompaiono semplicemente perché cambia il governo.

È questo il mio vero oggetto di studio.

Non il singolo animale.

La giungla.


Ho cancellato i nomi per poter vedere meglio il sistema

Questa è quindi la ragione più profonda della mia scelta editoriale.

Ho cancellato i politici italiani perché non voglio che il Bestiario Italiano diventi un archivio di tifoserie.

Non voglio costruire una galleria di buoni e cattivi.

Non voglio sostituire una propaganda con un'altra.

Voglio osservare il potere.

E voglio farlo anche quando il potere non porta una cravatta istituzionale, non occupa un seggio parlamentare e non compare nei titoli dei giornali.

Perché spesso il potere più interessante è quello che non ha bisogno di presentarsi come potere.

Ed è proprio lì che comincia il mio Bestiario.

Ho cancellato i politici italiani.

Non ho cancellato la politica.

Ho semplicemente deciso di guardare più in profondità.

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