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sabato 10 ottobre 2026

Da Ludovico il Moro a Bruxelles: perché gli italiani chiamano sempre qualcuno da fuori

Quando il condominio Italia litiga, si chiama sempre qualcuno dal piano di sopra

Agli italiani piace raccontare la storia come una lunga serie di tradimenti compiuti da qualcun altro. Se c'è un personaggio che incarna perfettamente questa inclinazione è Ludovico il Moro, al quale viene spesso attribuita la colpa di aver spalancato le porte d'Italia agli stranieri. Nel 1494 chiamò Carlo VIII di Francia nella penisola per utilizzarlo nella partita contro Napoli e contro i propri avversari italiani. Il calcolo gli sembrò probabilmente geniale. Il risultato fu molto meno brillante: le guerre d'Italia trasformarono la penisola in uno dei principali teatri della competizione europea e, nel giro di pochi decenni, Francia e Spagna si sarebbero combattute per il controllo dell'Italia. La morale scolastica è semplice: mai chiamare lo straniero a risolvere le nostre beghe, perché poi lo straniero rimane. Il problema è che questa morale arriva con almeno qualche secolo di ritardo.


Prima ancora della Francia vennero gli imperatori

Ludovico il Moro non inventò affatto l'abitudine italiana di rivolgersi a una potenza esterna quando il litigio interno diventava ingestibile. La penisola aveva già una lunghissima esperienza nel cercare fuori dai propri confini protezione, legittimità e ordine. Per secoli il papato dovette misurarsi con potenze esterne, prima con l'Oriente bizantino e poi con il mondo franco e carolingio, fino all'affermazione del Sacro Romano Impero. Quando una protezione diventava insufficiente, se ne cercava un'altra; quando un vicino diventava troppo potente, si cercava un contrappeso ancora più lontano. Non era necessariamente codardia: era politica. Ma era una politica che conteneva una contraddizione destinata a ripetersi: chiamare un potere esterno per difendersi da un altro potere esterno significa spesso consegnargli una parte della propria libertà di movimento.


L'Italia ha sempre avuto nostalgia dell'impero

C'è un altro elemento ancora più curioso. L'Italia è probabilmente uno dei pochi Paesi ad avere avuto contemporaneamente la memoria di essere stata il centro di un impero universale e la difficoltà di costruire per secoli un proprio Stato unitario. Prima Roma, poi la frammentazione; prima l'idea di un ordine universale, poi una penisola divisa in comuni, signorie, repubbliche, ducati, regni e principati. Non sorprende quindi che l'immaginario italiano abbia continuato a produrre, in forme diverse, una nostalgia dell'ordine sovranazionale. Il paradosso è quasi irresistibile: siamo diventati italiani dopo essere stati romani, e abbiamo continuato a pensare politicamente in categorie che spesso andavano oltre l'Italia.


Dante e i due soli

Perfino Dante, che sarebbe diventato uno dei padri ideali dell'Italia, non immaginava il problema politico esclusivamente nei termini di uno Stato nazionale. Nella Monarchia, l'imperatore del Sacro Romano Impero conserva una funzione universale e Dante sostiene l'autonomia dei due poteri, spirituale e temporale: il papa deve guidare l'uomo verso la salvezza eterna, l'imperatore verso la felicità terrena e l'ordine politico. È la logica dei due soli, due autorità con funzioni differenti. E c'è qualcosa di profondamente italiano in questa costruzione: Dante è guelfo, viene sconfitto dai suoi stessi avversari politici, viene espulso dalla sua città e finisce per elaborare una visione nella quale proprio un'autorità sovranazionale può rappresentare la soluzione alla frammentazione italiana. L'uomo che sogna una patria italiana finisce così per affidare una parte dell'ordine della penisola a un'autorità che italiana non è.


Poi arrivò Ludovico il Moro

Ludovico Sforza non era un ingenuo. L'Italia della fine del Quattrocento era un sistema di Stati nel quale l'equilibrio poteva cambiare rapidamente. Milano, Venezia, Firenze, Napoli e il papato si osservavano reciprocamente, mentre Francia e Spagna avevano interessi sempre più forti nella penisola. Ludovico cercò quindi di utilizzare Carlo VIII come strumento della propria politica. Il problema è che gli strumenti geopolitici hanno la pessima abitudine di avere una propria volontà. Carlo VIII attraversò le Alpi nel 1494 e la spedizione francese aprì una stagione di guerre che avrebbe coinvolto per decenni le principali potenze europee. Francia e Spagna si sarebbero contese il predominio italiano e, dopo il predominio francese iniziale, sarebbe stata soprattutto la monarchia spagnola a consolidare il proprio controllo su una parte decisiva della penisola. Milano finì sotto il dominio degli Asburgo di Spagna; Napoli, Sicilia e Sardegna erano già inserite nella monarchia spagnola. Per lungo tempo la presenza spagnola condizionò profondamente gli equilibri italiani. Ludovico aveva chiamato il francese per risolvere un problema; il francese aveva contribuito a trasformare il problema in una questione europea.



La colpa di Ludovico e la nostra assoluzione

Eppure continuiamo a raccontare questa storia come se tutto fosse cominciato dalla stupidità di un singolo uomo. È rassicurante, perché se la tragedia nasce da un solo errore basta trovare il colpevole. Ludovico il Moro diventa così il simbolo dell'italiano che chiama lo straniero e poi ne paga le conseguenze. Ma la storia italiana racconta qualcosa di meno consolatorio: gli Stati italiani chiamarono, allearono, contrastarono e utilizzarono continuamente potenze straniere; il papato cercò protezioni esterne; i principati cercarono alleati oltre le Alpi; le grandi potenze europee trovarono nella penisola un terreno ideale per le proprie ambizioni. Lo straniero non entrò semplicemente perché gli italiani gli aprirono una porta. Entrò anche perché trovò una casa nella quale gli abitanti litigavano continuamente su chi dovesse possedere le chiavi.


Il nostro vero vizio non è amare lo straniero

Qui bisogna però evitare un equivoco. Gli italiani non sono necessariamente un popolo innamorato dello straniero. La storia italiana è piena di resistenze, rivolte, guerre d'indipendenza e tentativi di sottrarsi alle dominazioni esterne. Il problema è più sottile: amiamo lo straniero quando può diventare il nostro arbitro. Lo chiamiamo quando può darci ragione contro il vicino, quando può imporre una soluzione che noi non siamo riusciti a costruire. Lo consideriamo provvidenziale finché protegge i nostri interessi e invasore quando comincia a perseguire i propri. È il meccanismo del condominio: due proprietari litigano per il cortile, uno chiama l'amministratore, l'altro un avvocato e alla fine arriva qualcuno da fuori, prende in mano la situazione e scopriamo che non siamo più noi a decidere come utilizzare il cortile. La geopolitica funziona esattamente così, soltanto che il condominio è una penisola.


Dallo straniero con l'esercito allo straniero con il regolamento

Naturalmente oggi nessun Carlo VIII sta attraversando le Alpi con la cavalleria. Lo straniero contemporaneo arriva molto più elegantemente: con trattati, regolamenti, istituzioni comuni, banche centrali, procedure, tribunali, vincoli e organismi sovranazionali. E qui il salto verso Bruxelles diventa inevitabile. L'Unione Europea non è il Sacro Romano Impero e Bruxelles non è la Madrid degli Asburgo. Sarebbe storicamente assurdo sostenere il contrario. L'Unione Europea nasce da un progetto completamente diverso: la cooperazione volontaria tra Stati sovrani, costruita dopo due guerre mondiali per rendere sempre più difficile la guerra tra europei. E tuttavia una continuità psicologica può essere osservata: quando una questione italiana diventa troppo difficile da risolvere in Italia, prima o poi compare qualcuno che dice: “Ci penserà l'Europa”. A volte è un'idea ragionevole, a volte è una necessità, a volte è semplicemente una forma elegante di deresponsabilizzazione.


Bruxelles come alibi

Il problema non è Bruxelles. Il problema è l'uso che facciamo di Bruxelles. Quando una decisione europea ci piace, diventa una grande conquista dell'integrazione continentale; quando non ci piace, improvvisamente Bruxelles diventa una potenza straniera che ci impone tutto. La stessa politica nazionale può contemporaneamente rivendicare il proprio ruolo in Europa e scaricare sull'Europa la responsabilità delle proprie decisioni. È una vecchia abitudine italiana con un vestito nuovo. Ieri: “È colpa del re di Spagna”. Oggi: “È colpa dell'Europa”. Nel frattempo, la domanda più scomoda rimane sempre la stessa: quanto di ciò che attribuiamo allo straniero è stato deciso, negoziato o accettato anche da noi?


Abbiamo bisogno dell'Europa o abbiamo bisogno di un alibi?

Questa è la vera questione. L'Europa può essere una scelta di civiltà, una dimensione politica necessaria e persino il modo attraverso il quale un Paese di medie dimensioni può contare di più nel mondo. Ma una cosa è costruire insieme un potere europeo; un'altra è usare quel potere come una badante politica alla quale affidare tutto ciò che non abbiamo il coraggio o la capacità di decidere da soli. La prima è integrazione. La seconda è deresponsabilizzazione. E la differenza non la stabilisce Bruxelles: la stabilisce la maturità politica degli Stati membri.


O Dio, vieni a salvarmi

Alla fine, forse, la storia italiana può essere riassunta con una preghiera: “O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto.” La frase appartiene alla liturgia e non alla geopolitica, naturalmente, ma come metafora politica è irresistibile. Quando non sappiamo risolvere una questione, invochiamo qualcuno: Dio, il papa, l'imperatore, il re francese, quello spagnolo, gli inglesi, gli americani, i mercati, l'Europa. Cambiano i nomi, cambiano le uniformi, cambiano le istituzioni. Resta la tentazione. Quella di pensare che il problema dell'Italia sia sempre il potere esterno che entra in casa nostra, e mai il fatto che, prima o poi, qualcuno lo abbia invitato.

Forse Ludovico il Moro non è stato il padre di questa tradizione. È stato soltanto uno dei suoi interpreti più sfortunati. Perché il vero vizio italiano non è chiamare lo straniero. È chiamarlo quando ci serve e maledirlo quando scopriamo che, una volta entrato, ha portato anche i propri interessi.

E allora la domanda finale non riguarda Ludovico il Moro, Carlo VIII o Bruxelles. Siamo davvero un popolo invaso dagli stranieri, oppure siamo semplicemente un popolo che, ogni volta che il proprio condominio va a fuoco, preferisce chiamare i pompieri da fuori invece di chiedersi chi abbia acceso il fiammifero?

sabato 3 ottobre 2026

Il popolo dei contemporanei: come la storia ha costruito l’italiano che siamo

Ci sono popoli che hanno paura di perdere la memoria. Gli italiani, molto più semplicemente, rischiano di non accorgersi di averla già persa. Viviamo dentro una delle più grandi concentrazioni di storia che l'umanità abbia prodotto e ci comportiamo spesso come se fossimo comparsi ieri mattina. Camminiamo sopra Roma antica, abitiamo città costruite nei secoli, custodiamo biblioteche, chiese, palazzi, archivi e opere che il resto del mondo viene a visitare per capire da dove viene una parte della propria civiltà, e tuttavia tutto questo passato sembra avere un potere sorprendentemente limitato sul nostro presente. Lo contempliamo, lo fotografiamo, lo celebriamo, qualche volta lo trasformiamo in turismo, ma raramente permettiamo che ci giudichi. La storia italiana è dappertutto, tranne che nella testa degli italiani.

È questo, forse, il senso più spietato di quella definizione di Indro Montanelli, che riprendeva un'intuizione di Ugo Ojetti: gli italiani sono un popolo di contemporanei. Non perché ignorino completamente il passato, ma perché hanno sviluppato una straordinaria capacità di tenerlo a distanza. Roma può essere eterna, ma noi siamo sempre provvisori; il Rinascimento può aver cambiato il mondo, ma non sembra obbligarci a nulla; i nostri antenati possono aver costruito istituzioni, città, opere e idee destinate a durare secoli, mentre noi affrontiamo ogni problema come se fosse nato questa mattina. È come se ogni generazione ricevesse in eredità una casa costruita nei millenni e, invece di domandarsi come conservarla, come migliorarla e che cosa lasciare a chi verrà dopo, si limitasse a chiedere dove mettere i mobili.

Forse è questa la nostra più singolare contraddizione: abbiamo una memoria monumentale e una memoria politica molto più fragile. Sappiamo riconoscere un affresco del Quattrocento, ma possiamo dimenticare una lezione di vent'anni fa; sappiamo celebrare un anniversario, ma fatichiamo a costruire una continuità; sappiamo essere orgogliosi di ciò che hanno fatto gli italiani di mille anni fa, molto meno di ciò che dovremmo fare noi perché gli italiani di cento anni dopo possano esserlo di noi. La nostra storia rischia così di diventare un gigantesco deposito di gloria altrui dal quale attingere quando abbiamo bisogno di sentirci migliori, invece di essere quella memoria scomoda che ci ricorda quanto siamo responsabili del futuro.


Prima dell'Italia c'erano gli italiani

La radice di questa contraddizione va cercata molto indietro nel tempo, perché per secoli la penisola non è stata uno Stato ma un mosaico di Stati, città, ducati, repubbliche e regni, attraversato da dominazioni straniere, guerre, alleanze e rivalità locali. Un veneziano possedeva una storia politica diversa da quella di un napoletano, un piemontese apparteneva a una tradizione diversa da quella di un siciliano, mentre Firenze, Genova, Milano, Roma e Napoli potevano guardare al resto della penisola più come a un mondo vicino che come a una patria comune. Questa frammentazione non significa che prima dell'Unità non esistessero elementi di cultura comune, lingua letteraria, religione e circolazione di idee, ma significa che la coscienza nazionale italiana dovette essere costruita politicamente sopra identità locali già fortissime. Quando arrivò l'Unità, quindi, non bastò tracciare una nuova frontiera: occorreva costruire una lingua realmente condivisa, un'amministrazione, una scuola, un esercito, una burocrazia e soprattutto una memoria nazionale capace di collegare popolazioni che avevano vissuto per secoli dentro esperienze politiche differenti. L'Italia politica arrivò prima che l'Italia psicologica fosse completamente costruita, e le identità precedenti non scomparvero affatto: continuarono a vivere sotto quella nazionale, creando una stratificazione nella quale il paese, la città, la regione e la famiglia possono ancora avere una forza emotiva immediata che lo Stato nazionale non sempre riesce a raggiungere.


Il campanile e il Palazzo

Da questa lunga esperienza può essere letta anche la tradizionale diffidenza italiana verso il potere pubblico. Non si tratta di una caratteristica eterna né uniforme, ma di un atteggiamento che trova una parte delle sue radici in una storia nella quale l'autorità politica è stata spesso percepita come lontana, mutevole o appartenente a qualcun altro. Per generazioni è stato più naturale fidarsi della famiglia, del paese, della parrocchia, della corporazione, del professionista conosciuto, del vicino che poteva dare una mano, piuttosto che di un'istituzione impersonale. Quando le istituzioni non appaiono sufficientemente affidabili, l'individuo sviluppa una capacità formidabile di sopravvivere senza di esse: impara a trovare una soluzione, a conoscere la persona giusta, a trattare, a mediare, a interpretare le regole e talvolta ad aggirare gli ostacoli che il sistema gli mette davanti. Da qui nasce quella che chiamiamo arte di arrangiarsi, espressione che può indicare tanto una straordinaria intelligenza pratica quanto il sintomo di una debolezza istituzionale. L'italiano sa fare miracoli con poco e trasformare l'incertezza in creatività, ma il rovescio è evidente: quando ciascuno impara a risolvere individualmente ciò che dovrebbe essere risolto collettivamente, la società può diventare una gigantesca somma di espedienti personali. Ognuno impara a salvare se stesso e il sistema, proprio per questo, può continuare a non cambiare.


La famiglia come Stato nello Stato

In questa storia la famiglia ha avuto un ruolo enorme, molto più ampio di quello puramente affettivo. Per una lunga parte della storia italiana la famiglia è stata contemporaneamente rete di protezione, banca, welfare, trasmissione del patrimonio, assistenza agli anziani, sostegno ai giovani e spesso persino strumento informale di ingresso nel mondo professionale. Dove lo Stato non arrivava, arrivavano i genitori; dove il lavoro non garantiva sicurezza, intervenivano i familiari; dove una persona cadeva, qualcuno cercava di rialzarla. Questa solidarietà rappresenta una delle grandi risorse della società italiana, ma contiene anche un'ambivalenza: una comunità nella quale la protezione è fortemente concentrata dentro la cerchia familiare può sviluppare legami potentissimi al proprio interno e contemporaneamente una fiducia più debole verso il resto della società. È il passaggio dal “noi” ristretto al “noi” nazionale che può diventare difficile. Prima i miei, poi gli altri; prima la famiglia, il paese, la categoria, il gruppo di appartenenza e soltanto dopo la comunità più ampia. Non necessariamente per egoismo, ma perché per molto tempo la rete concreta delle relazioni personali ha rappresentato una garanzia più tangibile delle promesse astratte delle istituzioni. Il problema arriva quando quella logica privata diventa l'unico modello possibile e la solidarietà familiare non riesce a trasformarsi in fiducia pubblica.


Il passato come decorazione

È qui che Montanelli colpisce nel punto più delicato, perché sarebbe troppo facile sostenere che gli italiani non ricordano. Gli italiani ricordano moltissimo: ricordano i santi, i morti, le guerre, le tradizioni familiari, le glorie sportive, i grandi personaggi, le rivalità tra città e perfino le offese ricevute dal vicino di casa vent'anni prima. Il problema non è la quantità della memoria, ma la sua trasformazione in esperienza collettiva. Possiamo ricordare senza imparare, celebrare senza continuare, conservare senza trasmettere. L'Italia possiede un patrimonio storico talmente enorme da potersi permettere di trasformare il passato in scenografia: celebriamo il Rinascimento, invochiamo Roma antica, fotografiamo i monumenti, organizziamo commemorazioni e ricorrenze, rivendichiamo la grandezza dei nostri antenati, ma tutto questo non necessariamente si traduce nella capacità di costruire istituzioni, comportamenti e progetti all'altezza di quella eredità. Il passato rischia così di diventare una fonte di orgoglio intermittente anziché una responsabilità permanente, un deposito di simboli dal quale pescare quando abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa di grande senza necessariamente accettare gli obblighi che quella stessa appartenenza dovrebbe comportare.


La grande amnesia delle generazioni

C'è poi un'altra caratteristica che rende particolarmente interessante la definizione di “popolo di contemporanei”: la facilità con cui ogni generazione può percepirsi come un nuovo inizio. Il problema non è soltanto che gli italiani dimentichino gli eventi lontani; spesso sembrano dimenticare anche quelli recentissimi. Una crisi economica diventa improvvisamente inspiegabile, un problema amministrativo appare come una novità assoluta, una difficoltà sociale viene trattata come se fosse comparsa dal nulla, mentre le cause e i precedenti vengono progressivamente rimossi dalla memoria pubblica. La discussione nazionale si concentra così sul fatto del giorno, sul personaggio del momento, sulla polemica della settimana, e il passato recente viene rapidamente inghiottito dalla successiva emergenza. In questo senso il contemporaneo non è soltanto colui che vive nel presente: è colui che non costruisce un rapporto sufficientemente stabile tra ciò che è accaduto ieri e ciò che deve essere fatto domani. Ogni problema diventa un episodio isolato e ogni soluzione riparte quasi da zero.


Il grande talento del presente

Eppure sarebbe ingiusto trasformare tutto questo in una condanna, perché la stessa disposizione che rende difficile la programmazione produce una delle qualità più straordinarie dell'italiano: l'adattabilità. L'italiano spesso non ha bisogno che il mondo sia perfetto per riuscire a viverci dentro e possiede una notevole capacità di trasformare l'improvvisazione in creatività, l'incertezza in opportunità e la difficoltà in una soluzione concreta. Questa capacità ha contribuito alla vitalità di imprese, professioni, mestieri e produzioni culturali molto diverse tra loro e rappresenta il lato luminoso del popolo dei contemporanei. Il problema non è vivere nel presente, perché nessuna società può farne a meno; il problema nasce quando il presente diventa l'unico orizzonte temporale possibile, quando l'emergenza sostituisce la programmazione, l'espediente sostituisce la riforma e la capacità di cavarsela individualmente finisce per rendere sopportabile una situazione collettiva che avrebbe invece bisogno di essere trasformata. La stessa qualità che permette all'italiano di sopravvivere può quindi diventare quella che gli impedisce di pretendere un sistema migliore.


Il Paese che ricomincia sempre

Forse è questo il nostro difetto storico più profondo: la difficoltà a costruire continuità. Ogni generazione sembra costretta a ricominciare, ogni riforma viene presentata come quella decisiva, ogni crisi appare come un evento improvviso e ogni nuovo progetto viene raccontato come se prima di esso non fosse esistito nulla. Il passato non diventa abbastanza esperienza, il presente non diventa abbastanza costruzione e il futuro non diventa abbastanza responsabilità. L'Italia oscilla così tra nostalgia e improvvisazione: rimpiange ciò che è stato e contemporaneamente improvvisa ciò che sarà, mentre il presente rimane il luogo nel quale tutto deve essere risolto immediatamente. Se ogni problema viene affrontato come un'emergenza separata dagli altri problemi, diventa difficile riconoscere la continuità che li collega e ancora più difficile costruire una strategia capace di attraversare più generazioni. Il risultato è un Paese nel quale molte persone possiedono una straordinaria capacità di affrontare la singola difficoltà, ma nel quale diventa più difficile costruire una traiettoria lunga, riconoscibile e condivisa.


Non siamo senza memoria. Siamo senza continuità.

Forse allora la definizione di Montanelli può essere aggiornata senza perdere la sua forza. Gli italiani non sono necessariamente un popolo senza memoria; sono piuttosto un popolo che ha avuto enormi difficoltà a trasformare la memoria in continuità collettiva. Abbiamo avuto una storia gigantesca e una costruzione nazionale relativamente recente, abbiamo conservato monumenti, opere d'arte, archivi e tradizioni, ma molto più difficilmente abbiamo conservato nel tempo comportamenti istituzionali, progetti di lungo periodo, fiducia reciproca e senso di appartenenza a un destino comune. Sappiamo ereditare pietre. Fatichiamo a ereditare progetti. Una civiltà può conservare perfettamente il proprio patrimonio e contemporaneamente fallire nel trasmettere ciò che quel patrimonio dovrebbe insegnare. Può custodire la casa degli antenati senza sapere quale casa lasciare ai propri discendenti. Ed è forse questa la differenza decisiva tra una società che possiede una grande storia e una società che sa utilizzare la propria storia: la prima conserva il passato, la seconda lo trasforma in futuro.


Il paradosso dell'italiano

Il paradosso è che proprio questa fragilità temporale convive con una straordinaria capacità di produrre bellezza e intelligenza. L'Italia ha generato individui capaci di pensare secoli avanti, mentre il Paese nel suo complesso ha spesso faticato a pensare anche una generazione avanti. Abbiamo avuto uomini e donne capaci di immaginare ciò che ancora non esisteva, ma abbiamo avuto anche istituzioni e comunità costrette continuamente a occuparsi dell'emergenza. È come se il genio italiano riuscisse spesso a vedere lontanissimo mentre la società italiana procedesse a vista. Da qui nasce una delle contraddizioni più affascinanti del Paese: l'individuo può essere visionario mentre il sistema rimane contemporaneo. Il talento non manca; ciò che spesso manca è la capacità di trasformare il talento in continuità, l'invenzione in istituzione, l'intuizione in metodo e l'esperienza di una generazione in patrimonio operativo per quella successiva.


Il bestiario del presente

Forse l'italiano contemporaneo è proprio questo animale curioso: una creatura con una quantità smisurata di memoria alle spalle e un orizzonte quotidiano che raramente supera l'urgenza del presente. Si commuove davanti alla Roma antica, discute furiosamente del problema di oggi e troppo spesso rimanda a domani la domanda sul Paese che consegnerà ai propri figli. Ama gli antenati, ma non sempre eredita le loro lezioni; ama il futuro, purché non gli venga chiesto di pagare oggi il prezzo della sua costruzione; ama lo Stato quando deve proteggerlo e lo guarda con sospetto quando deve rispettarne le regole; ama profondamente la propria famiglia, il proprio paese, la propria città e la propria regione, mentre l'idea di una comunità nazionale rimane spesso più astratta e intermittente. E tuttavia sarebbe sbagliato concludere che questo animale sia semplicemente incapace di evolversi, perché dentro questa contraddizione esiste una vitalità enorme: l'italiano corre, inventa, si adatta, protesta, cade e ricomincia. Forse il problema non è diventare qualcun altro, ma riuscire finalmente a mettere in fila i propri presenti, facendo in modo che ciò che viene costruito oggi non venga cancellato domani, che ciò che abbiamo imparato ieri non venga dimenticato dopodomani e che il futuro non sia soltanto qualcosa che ci accade, ma qualcosa alla cui costruzione abbiamo deciso di partecipare.

Perché un popolo diventa davvero adulto quando smette di vivere soltanto nel proprio tempo e comincia ad abitare il tempo intero. E forse la domanda più scomoda che possiamo rivolgerci, dopo più di un secolo e mezzo di Italia unita, non è se siamo ancora capaci di ricordare il nostro passato, ma se saremo capaci di lasciare ai nostri figli qualcosa che meriti di essere ricordato.

Montanelli aveva visto il problema. Il tempo trascorso da allora non lo ha necessariamente risolto. Potrebbe persino averlo reso più evidente.

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