Visualizzazione post con etichetta elezioni comunali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elezioni comunali. Mostra tutti i post

lunedì 14 settembre 2026

Il candidato che vuole sistemare se stesso

C'è qualcosa di curioso nella politica italiana contemporanea, soprattutto quando la si osserva dalla provincia e dai piccoli Comuni. Non è soltanto il livello della discussione pubblica a essere cambiato, né si tratta semplicemente della scomparsa dei vecchi partiti e delle loro scuole di formazione. È cambiata, forse, la ragione stessa per cui alcune persone decidono di entrare in politica. Un tempo si poteva entrare in un partito per ideologia, per appartenenza, per ambizione, per desiderio di cambiare le cose o anche, molto più prosaicamente, per ottenere qualcosa per sé. Ma quell'interesse personale sembrava spesso essere inserito dentro un meccanismo più grande: si costruiva una carriera politica, si costruiva una rete, si rappresentava un pezzo di società e, nel bene e nel male, si cercava di conquistare consenso diventando utili a qualcuno. Oggi, soprattutto a livello locale, sembra invece affacciarsi una figura diversa: quella di chi entra in politica prima ancora di avere qualcosa da rappresentare, perché la politica stessa potrebbe essere il modo per trovare finalmente un posto nel mondo.


Quando la politica era una scuola

La nostalgia per le scuole di partito è comprensibile, ma va maneggiata con cautela. La Prima Repubblica non era certamente un'epoca di santi e statisti: era attraversata dal clientelismo, dal correntismo, dal trasformismo, dalla corruzione e da una quantità di pratiche che oggi non abbiamo alcuna ragione di rimpiangere. Eppure quei grandi partiti possedevano qualcosa che oggi è molto più difficile trovare: un processo attraverso il quale una persona poteva essere lentamente trasformata in dirigente. C'erano sezioni, federazioni, organizzazioni giovanili, sindacati, amministrazioni locali, riunioni interminabili e anni di gavetta. Un ragazzo poteva cominciare attaccando manifesti e finire, molti anni dopo, ad amministrare una città o a sedere in Parlamento. Nel frattempo aveva imparato a parlare, a discutere, a perdere, a mediare, a conoscere il territorio e soprattutto a confrontarsi con persone che non erano semplicemente un pubblico da conquistare. Le scuole di partito non garantivano la qualità morale della classe dirigente, ma garantivano almeno un percorso di formazione e selezione. Prima di diventare qualcuno, bisognava trascorrere un certo tempo in mezzo agli altri.


Il vecchio politico almeno sapeva fare il politico

È qui che la nostalgia diventa paradossale. Il vecchio politico clientelare poteva essere molto più interessato al proprio potere di quanto lo sia un candidato contemporaneo, eppure spesso possedeva una competenza che oggi sembra meno scontata: sapeva costruire consenso. Conosceva centinaia di persone, frequentava il territorio, coltivava rapporti per anni, sapeva a chi rivolgersi e soprattutto sapeva che il proprio potere dipendeva dalla capacità di essere utile alla propria rete. Il sistema dei favori e delle clientele era moralmente discutibile e talvolta apertamente patologico, ma aveva una sua logica. Il politico dispensava favori, prometteva posti, aiutava qualcuno a ottenere qualcosa e in cambio costruiva fedeltà elettorali. Non era certamente una bella pagina della democrazia, ma almeno il politico aveva capito che per ottenere qualcosa da una comunità doveva prima costruire una relazione con quella comunità. Doveva diventare qualcuno per gli altri prima di poter diventare qualcuno per se stesso.


Il candidato come trampolino

Oggi il meccanismo può funzionare diversamente. Pensiamo alla politica comunale, dove in alcune realtà il numero dei candidati può diventare impressionante rispetto alla popolazione. Centinaia di persone che si presentano alle elezioni non sono necessariamente centinaia di cittadini mossi da una profonda vocazione amministrativa. Naturalmente non sarebbe corretto giudicare le intenzioni individuali sulla base della sola candidatura, ma il fenomeno suggerisce una domanda che forse abbiamo smesso di porci: che cosa spinge davvero una persona a candidarsi? Per alcuni sarà certamente il desiderio sincero di occuparsi del proprio paese. Per altri, però, la candidatura può rappresentare un'occasione di visibilità, di ingresso in una rete, di riconoscimento sociale, di avvicinamento a chi conta. Può essere il primo gradino di una carriera che altrimenti non avrebbe trovato una direzione. E allora il Comune rischia di trasformarsi, nell'immaginario di alcuni candidati, da luogo nel quale mettere a disposizione le proprie capacità a luogo nel quale costruire le condizioni per la propria affermazione personale.

È questo il punto che mi sembra più interessante. Non abbiamo più soltanto il politico che cerca il potere per distribuire risorse e costruire una clientela. Possiamo avere il candidato che cerca il potere perché non ha ancora trovato un altro modo per costruire se stesso. Il precario, il disoccupato, il piccolo commerciante, il lavoratore intermittente, la persona che nella vita professionale non ha ancora trovato una posizione stabile possono guardare alla politica come a una possibile porta d'ingresso verso una dimensione sociale più prestigiosa. Non c'è nulla di vergognoso nel voler migliorare la propria condizione. Il problema nasce quando l'interesse pubblico diventa soltanto il veicolo attraverso il quale perseguire un interesse privato.



La domanda si è rovesciata

Forse la differenza può essere riassunta attraverso due domande molto semplici. Il militante politico tradizionale poteva chiedersi: «Che cosa posso fare per questa comunità e, attraverso questo impegno, che cosa posso diventare?». Il nuovo aspirante politico rischia invece di partire dalla domanda opposta: «Che cosa può fare questa comunità per permettermi di diventare qualcuno?». La prima domanda contiene un movimento verso l'esterno: prima gli altri, poi eventualmente io. La seconda contiene un movimento verso l'interno: prima io, poi eventualmente gli altri. Non significa che tutti i candidati contemporanei siano mossi da questo atteggiamento, né che tutti i militanti del passato fossero altruisti. Significa piuttosto che sembra essersi indebolita quella cultura nella quale l'affermazione personale doveva passare attraverso una lunga dimostrazione di utilità collettiva.

È forse questa la vera trasformazione. Non siamo passati semplicemente dalla politica ideale alla politica interessata, perché l'interesse personale è sempre esistito. Siamo passati, almeno in alcuni contesti, dalla politica come costruzione di una posizione nella società alla politica come possibile sostituto di quella posizione. Una volta potevi diventare un professionista, un imprenditore, un dirigente, un sindacalista, un insegnante, un amministratore e poi portare nella politica qualcosa che avevi costruito nella tua vita. Oggi può accadere che la politica venga cercata proprio perché quella costruzione non è avvenuta.


Una società di persone in cerca di collocazione

Forse, allora, la politica non è neppure la causa del fenomeno. È il suo specchio. Viviamo in una società nella quale il riconoscimento sociale è diventato una merce molto ambita e nella quale il successo individuale viene continuamente mostrato, misurato e confrontato. Il denaro, la visibilità, il ruolo, il numero di persone che ci conoscono, la possibilità di frequentare determinati ambienti sono diventati indicatori della nostra posizione nel mondo. Nel frattempo si sono indebolite molte delle vecchie appartenenze collettive: i partiti, i sindacati, le associazioni, le comunità territoriali, le organizzazioni professionali e persino, in molti casi, le grandi narrazioni ideologiche che fornivano alle persone una risposta alla domanda fondamentale: «Perché siamo insieme?».

L'individuo contemporaneo è certamente più libero, ma può essere anche più solo. E quando una persona non dispone di una professione che la definisca, di un'organizzazione che la rappresenti, di una comunità nella quale riconoscersi o di un progetto nel quale investire le proprie energie, la politica può diventare una straordinaria macchina di identità. Una candidatura può darti un nome, una fotografia, una campagna elettorale, una rete di contatti, una quantità di persone che improvvisamente ti chiamano, ti salutano e sembrano avere bisogno di te. Per qualche settimana puoi sentirti importante. E per qualcuno questo può essere già un motivo sufficiente per entrare in campo.


Tutti giocano per se stessi

Il problema nasce quando una squadra viene composta da persone che vogliono tutte utilizzare la squadra per raggiungere il proprio obiettivo. La politica dovrebbe essere una partita nella quale ciascuno può avere legittimamente una propria ambizione, ma nella quale esiste qualcosa che viene prima dell'ambizione individuale: un progetto, una comunità, un'idea di città, una visione del futuro. Se invece ogni giocatore pensa soprattutto al proprio posto, al proprio incarico, alla propria visibilità, al proprio contatto, alla propria occasione, la squadra rimane soltanto un contenitore provvisorio per una serie di percorsi individuali.

E allora la politica si trasforma in una somma di aspirazioni personali. Non più una comunità di persone che cercano insieme qualcosa che le trascende, ma una folla di persone che cerca, attraverso la comunità, qualcosa per sé. È una trasformazione che non riguarda soltanto i politici. Riguarda una società nella quale l'idea di realizzazione personale ha progressivamente preso il posto dell'idea di appartenenza. Prima dovevamo trovare il nostro posto dentro un mondo già esistente; oggi ci viene continuamente detto che dobbiamo costruire da soli il nostro posto nel mondo. E quando non sappiamo come farlo, qualunque porta verso il riconoscimento può diventare interessante.


La politica come ascensore sociale

La politica è sempre stata anche un ascensore sociale, e non c'è nulla di necessariamente sbagliato in questo. La democrazia dovrebbe permettere a una persona proveniente da una famiglia modesta di diventare sindaco, assessore, parlamentare o ministro. Non dovrebbe essere necessario nascere nella famiglia giusta per poter esercitare una responsabilità pubblica. Ma un ascensore sociale funziona in modo sano quando porta verso l'alto persone che hanno qualcosa da offrire, non quando diventa l'unico luogo nel quale cercare di costruire una propria identità.

Il rischio è che la candidatura diventi il primo vero progetto professionale di una persona. Prima ancora di sapere che cosa sa fare, sa già che cosa vorrebbe diventare. Prima di aver costruito una competenza, cerca una posizione. Prima di aver rappresentato qualcuno, cerca qualcuno che possa rappresentare lui. È una differenza sottile, ma devastante se diventa un modello diffuso.


La fine delle scuole di partito non basta a spiegare tutto

Per questo non darei tutta la colpa alla scomparsa delle scuole di partito. La loro fine ha certamente lasciato un vuoto nella formazione della classe dirigente, ma il fenomeno è molto più grande. Sono cambiati i partiti, sono cambiati i mezzi di comunicazione, è cambiato il rapporto tra cittadini e istituzioni, è cambiato il modo in cui si costruisce la reputazione e, soprattutto, è cambiata la società dalla quale la politica trae i propri protagonisti.

La televisione prima e i social network poi hanno accelerato enormemente la possibilità di diventare visibili. La gavetta può essere saltata. La competenza può arrivare dopo la notorietà. Un individuo può essere conosciuto prima ancora di essere realmente competente in qualcosa. E questo produce un meccanismo perverso: la capacità di ottenere attenzione viene facilmente scambiata per capacità di governare.

La politica, però, non è soltanto comunicazione. Amministrare un Comune significa conoscere bilanci, norme, servizi, personale, territorio, appalti, urbanistica, scuola, rifiuti, trasporti, assistenza. Significa prendere decisioni che producono conseguenze concrete per anni. Nessuna quantità di like può sostituire questa competenza.


Il nuovo animale del Bestiario

Forse, allora, il vero animale da aggiungere al Bestiario Italiano non è il politico corrotto, né il vecchio notabile, né il professionista della promessa elettorale. Quelli li conosciamo già.

È il candidato che vuole sistemare se stesso.

Quello che non entra necessariamente in politica perché possiede una visione del mondo, una competenza o una comunità da rappresentare, ma perché spera che la politica possa finalmente offrirgli ciò che la vita precedente non gli ha dato: un'identità, una rete, una posizione, un riconoscimento.

Non è necessariamente un malfattore. È qualcosa di più banale e, proprio per questo, forse più interessante.

È un uomo che cerca il proprio posto.

Il problema è che la politica non dovrebbe essere il luogo nel quale una persona cerca per prima cosa di trovare se stessa. Dovrebbe essere il luogo nel quale una persona che ha già qualcosa da dare decide di metterlo a disposizione degli altri.

Forse la domanda da fare a un candidato, prima ancora di chiedergli per chi voterà o quale incarico desideri, sarebbe allora molto più semplice:

«Che cosa hai costruito nella tua vita prima di chiedere alla politica di costruire te?»

Perché una democrazia può sopportare politici ambiziosi, politici interessati e persino politici clientelari. Quello che rischia di non poter sopportare a lungo è una politica composta da persone che non cercano più un posto per la comunità nel mondo, ma soltanto un posto per se stesse dentro la comunità.

La sanità pubblica sta morendo. E il privato presenta il conto

La sanità pubblica italiana sta perdendo la sua funzione fondamentale: garantire a tutti il diritto di curarsi. Le liste d'attesa si all...