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martedì 20 ottobre 2026

Insegnare in mezzo ai cannibali: quando i genitori allevano piccoli principi e poi accusano la scuola

La cattedra non è più un'autorità da rispettare, ma un ostacolo da abbattere. E quando i figli sbagliano, c'è sempre un adulto pronto a spiegare loro che la colpa è degli altri.

Io potrei fare l'insegnante. Ho una laurea e, almeno sulla carta, le capacità per stare dietro a una cattedra. Eppure, se dovessi lavorare in una scuola, preferirei occuparmi di segreteria. E, se necessario, farei anche il collaboratore scolastico, senza considerarlo affatto un declassamento.

Perché? Perché oggi insegnare rischia di diventare una missione. Ma una missione in mezzo ai cannibali.

Non parlo di tutti gli studenti, naturalmente. Né di tutti i genitori. Parlo di un clima culturale nel quale l'insegnante ha progressivamente perduto una parte della propria autorevolezza, mentre è cresciuta la pretesa di contestarne ogni decisione, ogni rimprovero, ogni voto che non corrisponda alle aspettative familiari.

Un tempo, almeno in linea di principio, se un professore rimproverava un figlio, il genitore poteva chiedergli spiegazioni, ma non partiva necessariamente dal presupposto che fosse il professore ad avere torto. Oggi, in certi casi, sembra essersi rovesciato il rapporto: il figlio è innocente per definizione, l'insegnante è sospetto per professione.

E quando la realtà contraddice le aspettative dei genitori, non si cerca più di capire che cosa sia successo. Si cerca qualcuno da incolpare.




La cattedra senza più gradino

L'autorevolezza dell'insegnante non è un privilegio personale, né il diritto di essere obbedito senza discussioni. È una condizione necessaria affinché la scuola possa svolgere la propria funzione educativa.

L'autorità non è autoritarismo. Un insegnante può sbagliare, un voto può essere contestato, un provvedimento disciplinare può essere ingiusto. Esistono procedure per chiedere chiarimenti, presentare reclami e tutelare i diritti degli studenti.

Ma una cosa è contestare una decisione nel rispetto delle regole; un'altra è pretendere che qualsiasi decisione sgradita diventi un'offesa personale da vendicare.

La differenza è enorme. Nel primo caso si educa alla democrazia. Nel secondo si insegna che le regole valgono soltanto quando fanno comodo.

Ecco perché la crisi della scuola non si misura soltanto attraverso i programmi da svolgere, le risorse disponibili o i risultati degli apprendimenti. Si misura anche nella difficoltà di esercitare quella funzione educativa senza essere trasformati, ogni volta che si impone un limite, nel nemico da combattere.


Quando il brutto voto diventa una colpa dell'insegnante

Non è una fantasia pessimistica. La cronaca offre episodi che dovrebbero farci riflettere.

Nel maggio 2024, a Corigliano-Rossano, in Calabria, un sedicenne schiaffeggiò un professore fuori dall'istituto frequentato, dopo averlo insultato. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, all'origine dell'aggressione ci sarebbe stato il malcontento per un voto ritenuto troppo basso.

Nel febbraio 2025, a Segni, in provincia di Roma, due genitori furono sottoposti agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico nell'ambito di un'indagine per atti persecutori ai danni della maestra del figlio. Secondo la ricostruzione riportata dall'ANSA, la donna sarebbe stata minacciata e aggredita verbalmente per anni perché i genitori non tolleravano i rimproveri e attribuivano all'insegnante il cattivo rendimento scolastico del bambino. In un episodio sarebbe stato brandito anche un bastone.

Non si tratta di stabilire che ogni genitore che difende un figlio abbia torto. Si tratta di riconoscere una degenerazione: quando il rimprovero viene vissuto come un affronto, la valutazione come una persecuzione e la disciplina come un abuso, il problema non riguarda più soltanto la scuola. Riguarda il modo in cui una famiglia concepisce l'educazione.

Il messaggio che arriva ai ragazzi, in questi casi, è devastante: se qualcuno ti corregge, non devi necessariamente interrogarti sul tuo comportamento. Puoi accusarlo, delegittimarlo e, nei casi più estremi, perfino aggredirlo.

E se a insegnarti questa lezione è proprio un genitore, quale autorità potrà mai avere l'insegnante?


Piccoli principi e piccole principesse

Qui arriviamo al cuore del problema.

Una parte della nostra società sembra aver confuso l'amore per i figli con la rimozione sistematica di ogni ostacolo dalla loro strada. Non devono soffrire, non devono sentirsi inadeguati, non devono essere rimproverati, non devono subire frustrazioni. E, soprattutto, non devono mai convincersi di aver sbagliato.

Crescono così piccoli principi e piccole principesse, convinti che il mondo debba adattarsi alle loro esigenze e che ogni limite rappresenti un'ingiustizia.

Ma la vita adulta è fatta proprio di limiti, responsabilità, rinunce e conseguenze. Non sempre si ottiene il voto desiderato. Non sempre si viene scelti. Non sempre si ha ragione. E non sempre gli altri sono disposti a tollerare i nostri capricci.

Se un bambino non impara queste cose in famiglia, dove dovrebbe impararle? Se ogni suo comportamento viene giustificato, se ogni suo errore viene attribuito a un compagno, a un professore o a una società che non lo comprende, come potrà sviluppare la capacità di riconoscere le proprie responsabilità?

Le riflessioni di Umberto Galimberti e Paolo Crepet sulla fragilità emotiva, sui limiti e sulla funzione educativa degli adulti possono aiutarci a inquadrare questa questione. Non perché esista una formula unica per spiegare tutti i comportamenti giovanili, ma perché ci obbligano a porre una domanda scomoda: stiamo davvero preparando i nostri figli ad affrontare il mondo oppure stiamo cercando di costruire loro un mondo artificiale nel quale nessuno possa mai contraddirli?

E c'è un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie: il ruolo dei nonni.

In molte famiglie sono una risorsa preziosa. Si occupano dei nipoti, li accompagnano a scuola, li aiutano a crescere e suppliscono alle difficoltà organizzative di genitori che lavorano. Sarebbe ingiusto trasformarli in capri espiatori.

Tuttavia, quando la cura si trasforma in indulgenza sistematica, quando il desiderio di viziare prevale sulla necessità di educare e quando i genitori delegano non soltanto la custodia, ma anche la responsabilità educativa, il rischio esiste.

Non è il fatto che entrambi i genitori lavorino a generare automaticamente un problema. È l'eventuale assenza di un progetto educativo condiviso, di tempo dedicato ai figli e di adulti disposti a dire dei no.

Perché crescere un figlio non significa soltanto nutrirlo, vestirlo, accompagnarlo alle attività e comprargli ciò che desidera. Significa anche insegnargli che non è il centro dell'universo.


Il Vomero e la violenza che non abita soltanto nelle periferie

Il 10 ottobre 2026, al Vomero, quartiere borghese di Napoli, si è verificato un episodio che offre uno spaccato inquietante di questa emergenza.

Un uomo di cinquant'anni era intervenuto dopo che la figlia, coinvolta in una lite tra ragazze, era stata aggredita. La vicenda degenerò ulteriormente: il padre venne circondato e colpito da un gruppo di giovanissimi, che continuarono a infierire su di lui anche quando era a terra. Durante il parapiglia, un mezzo per la raccolta dei rifiuti lo investì, provocandogli gravi lesioni alla gamba. Otto giovani erano stati identificati secondo le notizie diffuse nei giorni successivi, mentre proseguivano gli accertamenti. 

Non siamo di fronte a una semplice lite finita male. Siamo di fronte a una violenza di gruppo che interroga il nostro modo di educare, il rapporto con le regole e la percezione delle conseguenze delle proprie azioni.

E c'è un particolare che merita attenzione: l'episodio non è avvenuto in una periferia degradata, come vorrebbe un certo stereotipo rassicurante. È avvenuto al Vomero.

Questo non significa che il quartiere di provenienza, la condizione economica o il contesto familiare siano irrilevanti in ogni analisi sociale. Significa, però, che la violenza giovanile non può essere liquidata come un problema esclusivo delle periferie, della povertà o del disagio economico.

Le periferie sono abitate anche da persone perbene, famiglie lavoratrici e genitori che si sacrificano per dare ai figli un futuro migliore. Allo stesso modo, il benessere economico non garantisce automaticamente educazione, rispetto e maturità.

La cronaca del Vomero ci ricorda che il problema può attraversare ambienti sociali differenti. E che il vestito firmato, il quartiere residenziale e le possibilità economiche non sono certificati di civiltà.


I maranza, i genitori e la tentazione dei capri espiatori

Anche al Nord, il fenomeno dei cosiddetti maranza è diventato un elemento ricorrente del dibattito pubblico. Gruppi di giovanissimi, aggressioni, intimidazioni, video diffusi sui social e ostentazione della violenza alimentano la percezione di un'emergenza che non può essere ignorata.

Ma attenzione a non trasformare l'analisi in una caricatura. Il termine maranza descrive uno stereotipo culturale e comportamentale, non una categoria etnica precisa. Non tutti i ragazzi di origine straniera sono violenti, così come non tutti i giovani italiani sono educati. Attribuire automaticamente la devianza all'origine familiare o nazionale significa sostituire un pregiudizio a un ragionamento.

La domanda da porre è un'altra: quali adulti stanno accompagnando questi ragazzi verso la vita adulta? Quali regole vengono insegnate in casa? Che rapporto hanno con l'autorità, con la responsabilità personale e con il rispetto degli altri?

Naturalmente, nessuna famiglia può controllare ogni comportamento dei figli e nessun genitore è onnipotente. Gli adolescenti possono compiere scelte sbagliate anche in famiglie attente e presenti. Ma riconoscere questo limite non significa negare l'importanza dell'educazione familiare.

Significa, al contrario, distinguere tra ciò che non è possibile impedire sempre e ciò che gli adulti hanno il dovere di fare.


La scuola non può riparare da sola ciò che la famiglia non costruisce

Ecco perché mi interessa parlare del ruolo genitoriale molto più che del mio personale rifiuto di insegnare.

La scuola ha responsabilità precise. Deve garantire un ambiente sicuro, istruire, educare alla convivenza civile, contrastare il bullismo e intervenire sui comportamenti scorretti. Gli insegnanti devono essere preparati, equilibrati e capaci di riconoscere i propri errori.

Ma non possono essere lasciati soli.

Se la famiglia delegittima il docente, il ragazzo impara che la regola è negoziabile. Se la famiglia giustifica sistematicamente ogni comportamento scorretto, il ragazzo impara che la responsabilità è sempre di qualcun altro. Se la famiglia pretende che la scuola risolva ogni problema educativo, ma poi ostacola ogni tentativo di correggere il figlio, il risultato è una contraddizione che nessuna circolare ministeriale può risolvere.

Non basta chiedere agli insegnanti di essere più empatici, più preparati, più pazienti e più inclusivi. Non basta invocare nuove sanzioni quando la situazione precipita. Servono strumenti, certo, ma serve soprattutto una rinnovata alleanza educativa tra scuola e famiglia.

E questa alleanza non può essere a senso unico.

Un genitore deve poter difendere il figlio da un'ingiustizia. Ma deve anche saper riconoscere quando il figlio ha torto. Deve poter chiedere spiegazioni a un insegnante, ma anche ascoltarne le ragioni. Deve proteggere i propri figli dalla violenza e dalle prevaricazioni, ma non proteggerli dalle conseguenze legittime delle loro azioni.

Altrimenti non li sta aiutando a crescere. Li sta preparando a scontrarsi con una realtà che, prima o poi, non sarà più disposta a trattarli come bambini.


Il bestiario dei genitori irresponsabili

E arriviamo alla questione che molti preferirebbero evitare.

Ci sono genitori che si lamentano perché i figli sono diventati ingestibili, aggressivi, incapaci di accettare un rifiuto o di rispettare una regola. Si indignano perché la scuola non riesce a controllarli, perché gli insegnanti non li capiscono, perché la società è diventata difficile, perché i ragazzi non hanno più valori.

Ma quanti di questi adulti sono disposti a domandarsi quale parte abbiano avuto nella formazione di quei comportamenti?

È molto più semplice accusare la scuola, gli insegnanti, i compagni, i social network, la società o le istituzioni. È molto più difficile guardarsi allo specchio e riconoscere di aver confuso l'amore con il permissivismo, la protezione con l'impunità e la felicità dei figli con la soddisfazione immediata di ogni loro desiderio.

Il problema diventa ancora più grave quando gli adulti si accorgono che qualcosa non funziona, ma continuano a negarlo. Quando pretendono rispetto per sé stessi, ma non insegnano ai figli a rispettare gli altri. Quando chiedono regole per la società, ma non le accettano per la propria famiglia. Quando invocano la responsabilità altrui e si sottraggono alla propria.

La responsabilità genitoriale non consiste soltanto nel rivendicare diritti per i propri figli. Consiste anche nell'assumersi il dovere di educarli.

E se un figlio cresce senza limiti, se tratta gli altri come strumenti per soddisfare i propri desideri, se reagisce alla frustrazione con l'aggressività e se considera ogni rimprovero un'offesa, non è detto che la colpa sia sempre e soltanto della famiglia. Ma la famiglia non può essere automaticamente assolta, soprattutto quando ha contribuito a demolire l'autorità di chi tentava di correggerlo.

Non si tratta di pretendere genitori perfetti. Si tratta di pretendere adulti capaci di riconoscere i propri errori e di non trasformare i figli in piccoli sovrani ai quali tutto è dovuto e nulla può essere negato.

Perché la scuola non è un servizio di riparazione delle carenze familiari. Un insegnante non è un punching ball sul quale scaricare le frustrazioni dei genitori. E un voto insufficiente non è una dichiarazione di guerra alla famiglia.

Una cattedra non è un feudo, ma neppure un bersaglio. L'insegnante non è infallibile, ma non può essere privato dell'autorità necessaria per svolgere il proprio lavoro.

E soprattutto, i figli non sono proprietà privata dei genitori da difendere contro il mondo intero. Sono persone che devono imparare a vivere insieme agli altri, rispettando diritti, doveri e limiti.

La domanda finale, allora, non è perché qualcuno come me possa preferire la segreteria scolastica a una cattedra. La domanda è perché una professione essenziale per il futuro della società venga percepita, da alcuni, come un terreno nel quale l'autorità educativa è costantemente esposta al rischio di essere contestata, umiliata o aggredita.

La risposta non è soltanto nella scuola. È anche nelle famiglie che hanno smarrito la propria funzione educativa.

E allora, cari genitori, se un giorno vi accorgerete che i vostri figli non rispettano più nessuno, che non accettano un no, che reagiscono con la prepotenza a ogni frustrazione e che nessuna autorità riesce più a raggiungerli, non cercate immediatamente un colpevole fuori dalla porta di casa.

Prima di accusare la scuola, gli insegnanti e la società, provate a domandarvi che cosa avete insegnato loro, quali limiti avete posto, quali comportamenti avete giustificato e quali responsabilità avete preferito ignorare.

Perché non potete pretendere che la scuola faccia il genitore al posto vostro e, nello stesso tempo, impedirle di esercitare la propria funzione educativa.

E quando il vostro ruolo genitoriale sarà naufragato, non potrete cavarvela accusando il mare, il vento o il capitano della nave.

Perché, qualche volta, il naufragio non comincia fuori casa.

Comincia proprio lì, davanti allo specchio, quando un adulto smette di educare e comincia semplicemente a dare sempre ragione a suo figlio.

domenica 13 settembre 2026

La scuola come backdoor del pubblico impiego. E il sostegno come backdoor della backdoor

C'è una domanda che forse dovremmo avere il coraggio di porci: quanto può essere davvero selettivo un sistema che permette di entrare nella scuola senza aver superato il concorso che dovrebbe selezionare chi nella scuola lavorerà?

Non è una domanda contro gli insegnanti. E non è nemmeno una domanda contro chi, dopo anni di precarietà, decide di cercare nella scuola una possibilità di lavoro. È una domanda sul sistema.

Perché l'Italia ha costruito nella scuola qualcosa di piuttosto singolare: accanto alla porta principale del concorso esiste una porta laterale costituita dalle graduatorie, dalle supplenze, dal servizio accumulato, dai titoli e dalle successive procedure di reclutamento e stabilizzazione. Una porta che nasce per risolvere un problema reale — coprire rapidamente le cattedre — ma che nel tempo può trasformarsi in qualcosa di molto più grande: un canale alternativo di accesso stabile alla pubblica amministrazione.

E se questa è la prima backdoor, il sostegno rischia di diventare la seconda.


Il concorso è la porta principale. Ma non è l'unica

Nel pubblico impiego la regola fondamentale è abbastanza semplice: per diventare stabilmente dipendente pubblico, normalmente, si parte da una procedura concorsuale.

Se vuoi diventare funzionario dell'Agenzia delle Entrate, partecipi a un concorso. Se vuoi entrare stabilmente in un'amministrazione comunale come funzionario, partecipi a un concorso. La logica è quella della selezione preventiva: prima dimostri di possedere determinate competenze, poi ottieni il posto.

La scuola, invece, ha sviluppato un sistema molto più articolato.

Il concorso esiste, naturalmente. Ma accanto al concorso esiste un enorme mercato delle supplenze, alimentato da graduatorie e titoli, nel quale si può entrare senza avere superato un concorso ordinario per quel posto. Il meccanismo ha una sua ragione pratica: una scuola non può rimanere senza insegnanti perché il sistema concorsuale non è riuscito a coprire tempestivamente tutti i posti disponibili.

Il problema nasce quando la soluzione temporanea diventa una modalità strutturale di reclutamento.

A quel punto il confine tra “coprire una cattedra vacante” e “costruire progressivamente il proprio accesso alla professione” diventa molto sottile.

Si entra come supplenti. Si accumula servizio. Si acquisiscono titoli. Si aumenta il punteggio. Si partecipa alle successive procedure previste dal sistema. E, in determinate condizioni e attraverso le diverse forme di reclutamento e stabilizzazione introdotte negli anni, il precariato può diventare un percorso verso la stabilità.

Non significa che chi percorre questa strada sia incompetente.

Significa qualcosa di più semplice e più importante: non è stato necessariamente selezionato nello stesso modo in cui viene selezionato chi entra attraverso un concorso ordinario.

E questa differenza dovrebbe interessarci.


Quando il precariato diventa una porta d'ingresso

Il punto non è demonizzare le graduatorie. Sono uno strumento necessario per far funzionare una macchina enorme, nella quale ogni anno devono essere coperti migliaia di posti.

Il punto è un altro: che cosa succede quando un meccanismo nato per rispondere all'emergenza diventa un percorso professionale ordinario?

Succede che la scuola può diventare, per alcune persone, una delle modalità più accessibili per entrare nel settore pubblico.

Non necessariamente perché sia la loro prima scelta.

Non necessariamente perché abbiano sempre desiderato insegnare.

Talvolta perché hanno perso il lavoro precedente. Talvolta perché la professione esercitata per anni non garantisce più un reddito sufficiente. Talvolta perché hanno scoperto che il mercato privato non offre più prospettive. Talvolta semplicemente perché la scuola offre una possibilità concreta di lavoro.

E non c'è nulla di scandaloso in tutto questo.

Una persona che a quarantacinque o cinquant'anni decide di cambiare vita professionale merita rispetto, non disprezzo. L'esperienza maturata fuori dalla scuola può persino rappresentare una ricchezza per gli studenti.

Ma una cosa è riconoscere il valore del ricollocamento professionale.

Un'altra è confondere la necessità occupazionale dell'adulto con la sua vocazione educativa.

Perché insegnare non dovrebbe essere soltanto un modo per guadagnarsi da vivere.



E qui arriva il sostegno

Il problema diventa ancora più delicato quando parliamo di sostegno.

Il docente di sostegno non dovrebbe essere semplicemente un insegnante con una cattedra diversa. Il suo lavoro richiede competenze specifiche e una particolare capacità di costruire relazioni educative con studenti che possono avere bisogni molto complessi.

Eppure proprio il sostegno può diventare una delle porte più interessanti per chi desidera entrare nella scuola.

Ed è qui che nasce quella che chiamerei la backdoor della backdoor.

Se la scuola rappresenta già, almeno in parte, una via alternativa rispetto al tradizionale ingresso nel pubblico impiego attraverso il concorso, il sostegno può diventare una via alternativa per entrare nella scuola stessa.

Il candidato non parte necessariamente dicendo: “Voglio dedicare la mia vita professionale al sostegno”.

Può partire da una considerazione molto più pragmatica: “Voglio entrare nella scuola”.

E se il sostegno rappresenta la strada più accessibile, il ragionamento diventa quasi inevitabile.

Entro dal sostegno.

Accumulo esperienza.

Accumulo punteggio.

Costruisco la mia posizione nelle graduatorie.

E poi, eventualmente, provo a spostarmi verso la cattedra curricolare.

Non è detto che questo percorso avvenga sempre così. Sarebbe ingiusto sostenerlo. Ma il fatto stesso che il sistema possa produrre questo incentivo dovrebbe farci riflettere.


La domanda che nessuno vuole fare

A questo punto c'è una domanda scomoda.

Quante persone scelgono davvero il sostegno perché vogliono fare il docente di sostegno e quante lo scelgono perché rappresenta una porta d'ingresso alla scuola?

Non è la stessa cosa.

Un insegnante può scoprire la propria vocazione al sostegno dopo essere entrato casualmente nel settore. Può iniziare per necessità e finire per amare profondamente quel lavoro. Può arrivare da un'altra professione e diventare un ottimo docente.

La motivazione iniziale, da sola, non determina la qualità professionale.

Ma un sistema serio dovrebbe almeno interrogarsi sugli incentivi che crea.

Perché se il sostegno diventa prevalentemente un passaggio verso qualcos'altro, si produce una contraddizione evidente: il posto che richiederebbe maggiore continuità rischia di essere occupato da persone che hanno un interesse professionale a non rimanervi.

E qui il problema non riguarda più soltanto il docente.

Riguarda l'alunno.


Il paradosso dell'inclusione

Abbiamo costruito negli ultimi decenni un linguaggio sempre più sofisticato sull'inclusione scolastica.

Parliamo di personalizzazione dell'apprendimento, progetto di vita, autonomia, partecipazione, inclusione sociale, diritti dello studente con disabilità.

Tutto giusto.

Ma l'inclusione non è soltanto una norma, un PEI o una dichiarazione di principio.

L'inclusione è anche continuità delle relazioni.

È conoscere uno studente. Comprenderne i tempi, le difficoltà, le capacità, le paure. Sapere cosa funziona e cosa non funziona. Costruire nel tempo un rapporto con lui, con la famiglia, con gli altri docenti e con il contesto scolastico.

Se ogni anno il docente cambia perché quello precedente considera il sostegno una tappa provvisoria del proprio percorso professionale, l'alunno paga il prezzo della mobilità dell'adulto.

E questo è il paradosso.

Abbiamo creato un sistema nel quale diciamo che l'alunno fragile deve essere messo al centro, mentre il percorso professionale dell'adulto può spingerlo continuamente fuori dal centro.


Non è una questione di colpa

Sarebbe troppo facile prendersela con i singoli insegnanti.

Il quarantenne che perde il lavoro e decide di entrare nella scuola non è il nemico.

Il cinquantenne che dopo una vita professionale difficile cerca una nuova possibilità non è il nemico.

Nemmeno chi utilizza legittimamente le regole del sistema per costruire il proprio percorso professionale è il nemico.

Se esiste una scorciatoia, non è colpa di chi la percorre. La domanda è perché quella scorciatoia esista.

Ed è proprio qui che dovrebbe concentrarsi la discussione.

Se vogliamo una scuola di qualità, dobbiamo smettere di considerare il reclutamento come una questione esclusivamente amministrativa.

Il modo in cui selezioniamo gli insegnanti determina anche il tipo di scuola che avremo.


Selezionare meglio, non semplicemente selezionare di più

Forse la soluzione non consiste neppure nel rendere tutto più rigido.

Una persona con vent'anni di esperienza professionale non dovrebbe essere automaticamente considerata meno adatta a insegnare di un venticinquenne che ha appena terminato il proprio percorso universitario.

Ma esperienza e competenza devono essere verificate, non semplicemente presunte.

Se il concorso è la modalità ordinaria di accesso al pubblico impiego, dovrebbe esserlo anche nella scuola, con procedure capaci di tenere conto della specificità dell'insegnamento.

E se si decide di utilizzare il servizio come elemento di valorizzazione professionale, bisognerebbe evitare che l'anzianità diventi una sorta di sostituto permanente della selezione.

Soprattutto, il sostegno dovrebbe essere considerato per quello che realmente è: una specializzazione educativa, non un parcheggio professionale e neppure una corsia preferenziale per arrivare altrove.


La vera domanda è: chi stiamo selezionando?

Alla fine, il problema non è stabilire se un insegnante debba avere una vocazione romantica alla scuola.

Le persone lavorano anche per vivere. È normale.

Il problema è stabilire se possiamo permetterci di affidare un ruolo educativo così importante a un sistema nel quale la motivazione professionale e la selezione delle competenze rischiano di essere subordinate alla disponibilità immediata di personale.

Perché una cosa è coprire una cattedra.

Un'altra è selezionare un educatore.

E una cosa ancora diversa è scegliere la persona alla quale affidare quotidianamente un ragazzo che ha bisogno di continuità, competenza e relazione.

Forse dovremmo avere il coraggio di dirlo senza ipocrisie: la scuola non può essere contemporaneamente il luogo nel quale si formano le nuove generazioni e una delle principali scorciatoie attraverso cui gli adulti entrano nel pubblico impiego.

E il sostegno, più di ogni altro segmento della scuola, dovrebbe essere sottratto a questa logica.

Perché se la scuola è la backdoor del pubblico impiego, il sostegno non può diventare la backdoor della backdoor.

Non perché chi entra da quella porta sia necessariamente un cattivo insegnante. Ma perché, quando si parla dei più fragili, non dovrebbe essere la porta d'ingresso dell'adulto a determinare il percorso educativo dell'alunno.

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