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mercoledì 28 ottobre 2026

Il popolo che odia il sistema, ma non vuole rinunciare ai suoi vantaggi

Il sistema italiano viene spesso descritto come una macchina inefficiente, appesantita dalla burocrazia, dai privilegi e dalle relazioni personali. Molte critiche riguardano problemi reali: procedure farraginose, controlli inefficaci e opportunità distribuite in modo diseguale. Ma per capire perché certi meccanismi sopravvivano anche quando vengono apertamente contestati, bisogna guardare oltre chi detiene il potere. Le istituzioni stabiliscono le regole del gioco, ma le consuetudini sociali e le convenienze individuali possono contribuire a conservarle, soprattutto quando qualcuno riesce a ricavarne un vantaggio. Il risultato è un sistema nel quale le inefficienze pubbliche e l'opportunismo privato finiscono spesso per alimentarsi a vicenda.



Le raccomandazioni sono cattive soltanto quando favoriscono qualcun altro

Se un posto di lavoro viene assegnato grazie a una conoscenza anziché attraverso una selezione trasparente, l'indignazione è comprensibile: si parla di ingiustizia e mancanza di meritocrazia. Ma se un amico ci telefona perché suo figlio cerca lavoro e ci chiede di parlarne con il responsabile del personale, la raccomandazione assume improvvisamente un altro nome: diventa una segnalazione, un aiuto, una mano tesa a una persona meritevole.

Segnalare un candidato competente non equivale necessariamente a manipolare una selezione. Il problema nasce quando il rapporto personale gli garantisce un vantaggio negato agli altri. Nelle assunzioni pubbliche, criteri verificabili e procedure trasparenti sono indispensabili proprio per impedire che le relazioni sostituiscano il merito. Ma anche nella vita privata possiamo scegliere se limitarci a segnalare una capacità oppure chiedere un trattamento di favore. La differenza è sostanziale: nel primo caso mettiamo a disposizione un'informazione, nel secondo cerchiamo di alterare le condizioni della competizione.


Le regole sono indispensabili, purché non diventino un ostacolo

Il rispetto delle norme si misura anche attraverso episodi banali. Chi parcheggia in doppia fila per comprare il pane può considerare la propria sosta un'eccezione innocua, senza pensare al traffico che blocca o alle difficoltà che crea agli altri. Poi, quando riceve una multa, denuncia l'ingiustizia di un sistema troppo rigido.

Naturalmente, non tutte le regole sono ragionevoli e non tutte le sanzioni sono proporzionate. Una viabilità mal progettata, la mancanza di parcheggi e un'applicazione arbitraria delle norme possono rendere la vita quotidiana inutilmente complicata. Le amministrazioni devono correggere queste carenze e garantire trattamenti uniformi. Ma criticare una norma non significa essere autorizzati a ignorarla ogni volta che risulta scomoda. Una convivenza ordinata richiede regole sensate e applicate con coerenza, ma anche la disponibilità a rispettarle finché sono in vigore, contestandole attraverso strumenti legittimi.


Il merito è un valore finché non ci penalizza

La meritocrazia è facile da invocare quando premia chi riteniamo migliore. Pensiamo a una graduatoria scolastica o a un concorso pubblico: se il risultato non favorisce la persona che sosteniamo, possiamo essere tentati di dubitare della valutazione. Ma un sospetto non è una prova di irregolarità, così come il successo di un candidato non dimostra automaticamente che la selezione sia stata corretta.

Le procedure devono essere trasparenti, i criteri pubblici e le decisioni contestabili quando emergono elementi concreti. Una commissione imparziale non è infallibile, ma deve poter rendere conto delle proprie scelte. D'altra parte, anche il giudizio pubblico dovrebbe distinguere tra una graduatoria viziata e la semplice delusione per un risultato sfavorevole. Il merito non consiste nel credere ciecamente a ogni valutazione, bensì nel pretendere criteri verificabili e accettarne gli esiti quando non esistono ragioni fondate per metterli in discussione.


Le tasse degli altri, i servizi di tutti

Il rapporto tra fiscalità e servizi pubblici non può essere ridotto a una questione di moralità individuale. I cittadini hanno buone ragioni per contestare imposte eccessive, denunciare sprechi e chiedere servizi migliori. Lo Stato, dal canto suo, deve assicurare un sistema fiscale equo, semplificare gli adempimenti e dimostrare che le risorse vengono utilizzate responsabilmente.

Tuttavia, quando un professionista propone un prezzo inferiore in cambio della rinuncia alla fattura, il risparmio immediato nasconde conseguenze più ampie: minori entrate pubbliche e concorrenza sleale nei confronti di chi rispetta gli obblighi fiscali. La pressione tributaria può spiegare perché l'evasione trovi consenso, ma non basta a giustificarla. Allo stesso modo, contrastarla efficacemente richiede più dei controlli: servono regole comprensibili, un prelievo sostenibile e la capacità di dimostrare che pagare le imposte contribuisce a finanziare servizi di cui tutti possono beneficiare.


Il clientelismo non vive soltanto nei palazzi

Il clientelismo prospera quando il potere pubblico viene utilizzato per distribuire vantaggi personali anziché garantire diritti secondo criteri imparziali. Il fenomeno assume forme diverse: dalla selezione condizionata da appartenenze politiche alla pratica amministrativa accelerata grazie a una conoscenza, fino all'aspettativa che un favore ricevuto venga prima o poi restituito.

Rivolgersi a una persona conosciuta per capire come seguire una pratica può essere del tutto legittimo; chiedere che la propria domanda passi davanti a quelle di altri aventi diritto è un'altra cosa. Il confine viene superato quando l'intercessione altera le priorità o permette di ottenere ciò che, seguendo le procedure ordinarie, non spetterebbe.

Per contrastare queste dinamiche non bastano gli appelli all'onestà. Servono decisioni tracciabili, controlli indipendenti, criteri pubblici e sanzioni effettive. Ma conta anche il modo in cui una società considera il favore personale: finché la scorciatoia viene percepita come un'abilità da coltivare anziché come un'eccezione da limitare, il clientelismo continuerà a trovare terreno fertile.


La protesta che non mette in discussione le proprie abitudini

L'indignazione pubblica è essenziale in una democrazia: permette di denunciare abusi, contestare decisioni ingiuste e chiedere riforme. Diventa però meno incisiva quando si concentra esclusivamente sulle persone al governo, come se la sostituzione di chi occupa una posizione di potere fosse sufficiente a trasformare il sistema.

Cambiare i nomi senza modificare le procedure può lasciare intatti i meccanismi che hanno prodotto il problema. Allo stesso tempo, le incoerenze dei cittadini non devono diventare un pretesto per minimizzare gli abusi di chi governa: la violazione di una regola nella vita quotidiana non equivale alla corruzione di un amministratore. Poteri, obblighi e conseguenze sono diversi, e vanno giudicati in proporzione.

Una protesta efficace, quindi, non si limita a individuare un colpevole. Chiede regole migliori, controlli credibili e strumenti per verificare le decisioni, senza rinunciare a interrogarsi sulle abitudini sociali che rendono certi comportamenti accettabili. Altrimenti, il rischio è che il cambiamento si esaurisca nell'alternanza tra gruppi diversi, lasciando inalterate le opportunità di abuso.


Cambiare il sistema significa cambiare le condizioni e le convenienze

I comportamenti individuali non nascono nel vuoto. Quando le procedure sono opache, i tempi amministrativi interminabili e i controlli inefficaci, cercare una conoscenza può apparire una strategia razionale per chi teme di non ottenere ciò che gli spetta. Quando le opportunità sono scarse e le selezioni sembrano poco affidabili, la raccomandazione può essere percepita come l'unica strada percorribile.

Queste condizioni aiutano a comprendere la diffusione di certi comportamenti, ma mostrano soprattutto perché le riforme istituzionali siano indispensabili. Semplificare le procedure, garantire tempi ragionevoli, rendere verificabili le decisioni e applicare le norme in modo imparziale riduce lo spazio nel quale il favore personale diventa conveniente o apparentemente necessario. Un sistema ben progettato non può dipendere dalla virtù eccezionale di ogni individuo: deve rendere difficile l'abuso e facilitare il rispetto delle regole.

Resta però un limite che nessuna riforma può eliminare da sola. Se la ricerca del vantaggio personale viene considerata legittima a prescindere dai mezzi utilizzati, anche le procedure migliori incontreranno tentativi di aggiramento. Le istituzioni possono modificare gli incentivi e restringere le occasioni di abuso; la cultura civile determina in parte quanto quei tentativi siano tollerati, giustificati o apertamente contestati.


Il privilegio che vorremmo abolire, purché non sia il nostro

Una società più giusta richiede istituzioni capaci di limitare l'arbitrio e garantire diritti indipendentemente dalle conoscenze personali. Richiede anche che i cittadini riconoscano il valore di queste garanzie quando il rispetto delle regole non produce un vantaggio immediato. Non si tratta di mettere sullo stesso piano chi esercita il potere e chi cerca una scorciatoia, ma di comprendere come le decisioni pubbliche e le aspettative sociali concorrano a definire ciò che diventa normale.

Il problema, dunque, non è scegliere se attribuire la colpa alle istituzioni o agli individui. È capire come le debolezze delle prime possano incoraggiare l'opportunismo dei secondi e come quest'ultimo renda più difficile correggere quelle debolezze. La risposta non può essere soltanto morale: occorrono riforme verificabili, controlli efficaci e procedure imparziali. Ma il cambiamento perde credibilità se si invocano principi generali e poi si pretende un'eccezione ogni volta che quei principi ostacolano i nostri interessi.

Il sistema non cambia soltanto sostituendo chi ne trae vantaggio, ma eliminando le regole distorte che rendono possibili i privilegi e rinunciando a considerarli legittimi quando toccano a noi.

venerdì 16 ottobre 2026

Il Ragno Barone: quando il merito diventa un affare di famiglia

Una specie protetta, ma non dal WWF

In Italia esistono categorie professionali che, quando qualcuno osa mettere in discussione i privilegi di cui godono, reagiscono come animali disturbati nel proprio habitat. Tassisti, concessionari balneari, corporazioni di ogni genere: basta pronunciare parole come concorrenza, liberalizzazione o riforma perché si sollevino barricate, si invochino diritti acquisiti e si chieda di proteggere un'intera categoria dalle insidie del mercato.

Alcune battaglie vengono vinte, altre perse. Il mondo cambia, le tecnologie avanzano, nuovi concorrenti si affacciano sul mercato e persino le corporazioni più resistenti, prima o poi, devono fare i conti con la realtà.

Esiste però una specie che sembra abitare un ecosistema particolarmente protetto: il barone universitario.

Non parliamo naturalmente del professore che studia, insegna, pubblica ricerche serie e contribuisce al progresso della conoscenza. Quella è una figura preziosa, senza la quale una società moderna non potrebbe sopravvivere. Parliamo di un'altra creatura: il professionista del potere accademico, colui che ha imparato a trasformare l'autorevolezza scientifica in influenza personale, l'influenza personale in controllo delle opportunità e il controllo delle opportunità in uno strumento di perpetuazione del proprio ambiente.

Il suo habitat naturale è il dipartimento. Il suo territorio è l'ateneo. Il suo linguaggio è quello del merito, della qualità scientifica e dell'eccellenza. La sua abilità più sofisticata consiste nel riuscire, talvolta, a far coincidere tutte queste nobili parole con gli interessi della propria rete di relazioni.

Il Ragno Barone non ha bisogno di divorare pubblicamente i concorrenti. Gli basta tessere la tela.


La trasmissione ereditaria del genio

In natura, alcune caratteristiche si trasmettono attraverso la riproduzione. Nel mondo accademico, invece, il talento dovrebbe essere riconosciuto attraverso lo studio, la ricerca, la capacità di insegnare e i risultati conseguiti.

Dovrebbe.

Perché quando in un'università compaiono cognomi ricorrenti, coniugi, figli, fratelli e altri familiari distribuiti tra cattedre, dipartimenti e incarichi, la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a una straordinaria concentrazione ereditaria dell'intelligenza oppure esistono meccanismi che rendono più facile la carriera a chi appartiene alla cerchia giusta?

Naturalmente, due persone della stessa famiglia possono essere entrambe preparate. Un figlio può essere più brillante del padre, una moglie può superare professionalmente il marito, due fratelli possono eccellere indipendentemente l'uno dall'altro. Sarebbe assurdo sostenere il contrario.

Il problema non è la parentela in sé. Il problema è il potere di condizionare le selezioni, l'indipendenza delle commissioni, la trasparenza delle procedure e la possibilità concreta che un candidato esterno venga valutato senza essere svantaggiato dalle relazioni che non possiede.

Quando la famiglia diventa una rete di protezione professionale, il cognome rischia di funzionare come una credenziale supplementare. Quando le relazioni personali si trasformano in corsie preferenziali, il merito può diventare la giustificazione formale di decisioni maturate altrove.

Ed ecco il miracolo zoologico: in certi ambienti sembra che il genio si manifesti con una frequenza sorprendente all'interno delle stesse genealogie.

Una fortuna genetica davvero straordinaria. Peccato che, per verificarla, sarebbe opportuno esaminare proprio quelle procedure di selezione che dovrebbero distinguere il talento autentico dal privilegio ereditato.


Il Ragno e la sua tela


Il barone universitario più abile non è necessariamente quello che favorisce apertamente un parente. Quello sarebbe un comportamento troppo evidente, quasi ingenuo.

Il vero potere consiste nella capacità di controllare una rete.

Un ambiente nel quale si distribuiscono incarichi, si costruiscono carriere, si selezionano candidati e si riconosce il prestigio scientifico può sviluppare relazioni di dipendenza molto più complesse di un semplice favore familiare. Un professore può sostenere un candidato, un collega può ricambiare in un'altra procedura, un gruppo può consolidare la propria influenza e una cerchia professionale può diventare progressivamente più impermeabile agli estranei.

Non occorre immaginare una regia centralizzata o un complotto nazionale. Bastano incentivi distorti, conflitti d'interesse non adeguatamente gestiti e una cultura nella quale il favore personale viene considerato più utile della competizione aperta.

Naturalmente, non ogni collaborazione tra colleghi è uno scambio di favori, né ogni rete scientifica è una consorteria. La ricerca richiede collaborazione, fiducia e continuità. Ma proprio perché queste relazioni sono indispensabili, occorrono regole capaci di impedire che si trasformino in strumenti di esclusione.

La tela del Ragno Barone è pericolosa quando chi vi si trova dentro la considera normale e chi ne rimane fuori non riesce nemmeno a capire quali regole debba seguire per entrarvi.

A quel punto il concorso pubblico rischia di diventare, nell'immaginario di chi vi partecipa, una rappresentazione teatrale: il bando è il copione, la commissione è la giuria e il candidato esterno è quello che scopre troppo tardi di non conoscere nessuno degli attori.

La questione fondamentale non è stabilire se ogni selezione sia manipolata. È garantire che nessuno possa ragionevolmente sospettare che la competenza sia soltanto una componente del risultato, mentre le relazioni personali ne costituiscono la variabile decisiva.


Il merito secondo chi distribuisce il merito

Qui il problema smette di essere una questione interna all'università e diventa una questione nazionale.

Un giovane può trascorrere anni a studiare, conseguire un dottorato, pubblicare ricerche, partecipare a progetti e costruire competenze specialistiche. Può fare tutto ciò che la società gli ha insegnato a fare per meritarsi un'opportunità.

Ma che cosa succede se percepisce che, per accedere a una carriera, non è sufficiente essere preparato? Che cosa succede se il suo percorso si arresta davanti a un sistema nel quale le relazioni contano più delle capacità, oppure se non dispone degli strumenti per distinguere una selezione rigorosa da una procedura condizionata?

Può insistere, tentare ancora, denunciare eventuali irregolarità. Oppure può abbandonare.

Può cercare un futuro altrove, trasferirsi all'estero, accettare un lavoro estraneo alla propria formazione. Può semplicemente concludere che il prezzo da pagare per entrare in quel mondo sia troppo alto.

Ogni volta che un sistema selettivo perde credibilità, il danno non riguarda soltanto chi non ottiene un posto. Riguarda anche chi rimane, gli studenti che saranno formati, i gruppi di ricerca che perdono competenze e la società che finanzia le istituzioni senza poter essere certa che le opportunità vengano distribuite nel modo più imparziale possibile.

Il paradosso è crudele: un'istituzione che dovrebbe individuare e valorizzare il talento rischia, quando i suoi meccanismi si deteriorano, di contribuire a disperderlo.

E chi paga il conto non è necessariamente chi siede al centro della tela.


Dalla cattedra alla stamperia

Il mondo universitario tradizionale non esaurisce il problema del valore dei titoli di studio. Accanto agli atenei storici si è sviluppato un settore telematico che offre opportunità reali a persone che lavorano, hanno responsabilità familiari o non possono frequentare un'università in presenza.

Sarebbe sbagliato liquidare queste istituzioni in blocco. La modalità di erogazione delle lezioni, da sola, non stabilisce la qualità di un percorso formativo. Un'università online può offrire un insegnamento serio; un'università tradizionale può avere le proprie carenze.

Il problema nasce quando la formazione rischia di essere subordinata alla vendita del prodotto finale: il titolo.

Le inchieste giudiziarie che hanno interessato alcuni ambienti universitari, comprese quelle relative a presunte irregolarità nelle iscrizioni, negli esami o nel riconoscimento dei crediti, impongono di interrogarsi sull'efficacia dei controlli. Le contestazioni investigative devono essere verificate nei procedimenti competenti e non possono diventare condanne generalizzate. Ma neppure sarebbe ragionevole ignorare le domande che sollevano.

Che cosa certifica una laurea? La capacità di affrontare un percorso di studio, acquisire conoscenze, sviluppare un metodo e dimostrare competenze verificabili. Se questi requisiti vengono indeboliti, il titolo rischia di conservare il proprio valore formale mentre perde parte del suo valore sostanziale.

E allora la metafora della stamperia diventa inevitabile.

Immaginiamo una società nella quale il cittadino comune debba dimostrare continuamente di essere competente, mentre le istituzioni incaricate di certificare la competenza non siano sempre in grado di garantire la medesima rigorosità. Da una parte c'è chi deve superare prove, sostenere spese, accettare sacrifici e competere. Dall'altra c'è il rischio che qualcuno possa beneficiare di procedure insufficientemente controllate o di sistemi che premiano il risultato commerciale più della qualità formativa.

Non sono fenomeni identici. Ma la domanda che li attraversa è la stessa: quanto vale un titolo quando la fiducia nel processo che lo produce viene meno?

La laurea non dovrebbe essere un pezzo di carta acquistato insieme a un servizio. Dovrebbe essere il riconoscimento verificabile di un percorso di formazione.

E il prestigio di un'università non dovrebbe costituire un lasciapassare che la esonera dal dimostrare la qualità del proprio lavoro.


Il privilegio più grande è non dover giustificare il privilegio

Torniamo al nostro Ragno Barone.

Il tassista deve confrontarsi con il mercato. Il concessionario balneare deve fare i conti con le regole sulle concessioni. Il professionista ordinario deve trovare clienti, dimostrare di essere competente e difendere la propria posizione attraverso i risultati.

Il professore universitario, invece, può godere di un'autorevolezza che deriva non soltanto dalla sua persona, ma anche dall'istituzione che rappresenta.

È un'autorevolezza legittima quando è sostenuta dal lavoro, dalla ricerca e dall'integrità. Diventa un problema quando viene utilizzata come scudo contro ogni critica, come se contestare un comportamento equivalesse a disprezzare la conoscenza.

La libertà accademica è indispensabile. La ricerca non può essere subordinata al potere politico, alle convenienze economiche o alle pressioni dell'opinione pubblica. Ma la libertà accademica non coincide con l'immunità dalle verifiche, e l'autonomia universitaria non può diventare un argomento per sottrarre le procedure alla trasparenza.

Anzi, quanto maggiore è il potere di un'istituzione nel determinare il futuro delle persone, tanto maggiore dovrebbe essere la sua responsabilità nel giustificare le proprie decisioni.

Il problema, dunque, non è che i professori universitari godano di prestigio. È che il prestigio possa essere scambiato per una prova sufficiente della correttezza di chi lo possiede.

Il problema non è che esistano famiglie di studiosi. È che le regole debbano impedire alle relazioni familiari di trasformarsi in vantaggi indebiti.

Il problema non è che le università abbiano autonomia. È che l'autonomia debba convivere con controlli credibili, valutazioni indipendenti e responsabilità pubbliche.

E il problema non è che esistano titoli di studio diversi o modalità di insegnamento differenti. È che il valore di un titolo non possa essere separato dalla serietà del percorso che lo ha prodotto.


La palla da bowling

Siamo arrivati al punto in cui possiamo smettere di contare i ragni, misurare le tele e catalogare i cognomi.

La questione decisiva non è quanti figli di professori siano diventati professori, quanti coniugi lavorino nello stesso ambiente o quanti casi giudiziari siano finiti sulle prime pagine. Questi elementi possono essere indizi, fatti da verificare o manifestazioni di problemi specifici. Non sono, da soli, una spiegazione universale.

La questione decisiva è un'altra.

Chi ha il compito di certificare il merito deve essere disposto a sottoporre al giudizio del merito anche se stesso.

Questa è la regola che dovrebbe valere per un'università, per un concorso pubblico, per una professione regolamentata e per qualsiasi istituzione che distribuisca opportunità in nome della competenza.

Se una categoria pretende di essere giudicata secondo criteri rigorosi quando valuta gli altri, non può invocare il prestigio della propria funzione quando arriva il momento di applicare quei criteri a se stessa.

Se un professore pretende che uno studente dimostri di conoscere la materia, deve accettare che la propria competenza e il proprio insegnamento siano sottoposti a valutazioni serie.

Se un'università pretende di selezionare i migliori, deve poter dimostrare che le procedure siano trasparenti e che i conflitti d'interesse siano gestiti in modo credibile.

Se un ateneo rilascia una laurea, deve garantire che quel titolo rappresenti una formazione reale, indipendentemente dal fatto che le lezioni si svolgano in un'aula tradizionale o attraverso uno schermo.

E se un professore denuncia la mediocrità del Paese, deve essere disposto a interrogarsi anche sulle istituzioni che contribuiscono a produrla.

Perché il privilegio più sofisticato non consiste necessariamente nell'ottenere un posto, un incarico o una promozione. Consiste nel trovarsi in una posizione dalla quale si può giudicare il merito degli altri senza essere sottoposti a un controllo altrettanto credibile.

Il Ragno Barone può continuare a tessere la propria tela finché il prestigio dell'istituzione viene confuso con l'infallibilità delle persone che la abitano.

Ma quando la società smette di confondere l'autorevolezza con l'immunità, la tela cambia significato. Non è più un simbolo di potere: diventa qualcosa che deve essere esaminato, verificato e, quando necessario, smantellato.

Ecco perché non dobbiamo chiedere meno università, meno cultura o meno libertà accademica.

Dobbiamo pretendere università migliori, maggiore trasparenza, selezioni credibili e istituzioni capaci di difendere il merito anche da chi pretende di rappresentarlo.

Il sapere non è una proprietà privata. Il prestigio non è un'eredità dinastica. E il merito non può essere una sentenza emessa da chi non accetta di essere giudicato.

Questa dovrebbe essere la regola per tutti.

Soprattutto per quelli che, dalla cattedra, insegnano agli altri come si rispettano le regole.

Perché nel Bestiario Italiano il Ragno Barone non è condannato per essere un professore, né per avere un figlio intelligente o una moglie competente.

È messo sotto osservazione quando usa, o quando il sistema gli permette di usare, il prestigio del sapere per proteggere un potere che dovrebbe essere sempre disposto a rendere conto di sé.

E allora diciamolo senza ipocrisie: un sistema accademico che consente a gruppi di potere di condizionare le carriere, che non riesce a impedire con sufficiente efficacia i favoritismi e che tollera zone d'ombra nella selezione dei propri membri tradisce la missione per cui esiste. Quando le relazioni personali prevalgono sulla competenza, quando il cognome pesa più dei risultati e quando il prestigio istituzionale diventa uno scudo contro le critiche, non siamo più davanti alla difesa della cultura. Siamo davanti alla degenerazione del potere.

A pagarne il prezzo sono i giovani ai quali si racconta che studiare, impegnarsi e dimostrare il proprio valore sia la strada per costruirsi un futuro. Sono quelli che partono, che rinunciano, che accettano di essere giudicati da regole alle quali non tutti sembrano sottoposti nello stesso modo. Sono le famiglie che investono nell'istruzione dei figli e i cittadini che finanziano istituzioni dalle quali hanno il diritto di pretendere risultati, integrità e responsabilità.

La mia accusa è questa: ogni volta che il potere accademico viene usato per proteggere interessi personali anziché il valore della conoscenza, l'università tradisce i suoi studenti, danneggia la società e compromette la propria credibilità. E chi occupa posizioni di responsabilità non può nascondersi dietro il prestigio della cattedra, la complessità delle procedure o la sacralità della libertà accademica. La libertà di insegnare e di fare ricerca è un diritto da difendere; il diritto di sottrarsi alla trasparenza non esiste.

Non mi interessa processare un'intera categoria, né dichiarare colpevole chi non è stato giudicato. Mi interessa denunciare un sistema ogni volta che i fatti dimostrano che il merito è stato subordinato al potere. Perché una cattedra non è un feudo, un'università non è un patrimonio familiare e una laurea non è un certificato di appartenenza a una corporazione.

Se qualcuno considera questa denuncia un attacco all'università, si chieda perché difendere l'università debba significare proteggere chi ne abusa. Il sapere non appartiene ai baroni. E il futuro dei giovani italiani non è una proprietà privata da trasmettere di generazione in generazione.

domenica 4 ottobre 2026

Le 10 piaghe della Repubblica delle Banane

Come un Paese pieno di talento ha imparato a divorare il proprio futuro

Ci sono Paesi che falliscono perché non hanno nulla. Noi abbiamo avuto quasi tutto: talento, risparmio, industria, cultura, bellezza, creatività, una posizione geografica straordinaria e generazioni di persone capaci di costruire miracoli partendo dal niente. Eppure siamo riusciti nell'impresa più tipicamente italiana: trasformare un patrimonio in un alibi e un potenziale in una promessa continuamente rimandata.

La Repubblica delle Banane non è quella in cui tutto crolla. È quella in cui le cose funzionano abbastanza da impedire alla gente di accorgersi di quanto profondamente non funzionino. Gli ospedali continuano ad aprire, le imprese continuano a esportare, i ragazzi continuano a laurearsi, i professionisti continuano a lavorare, le famiglie continuano a risparmiare. Nel frattempo, sotto questa superficie apparentemente normale, il Paese invecchia, perde giovani, accumula debito, tollera inefficienze, protegge rendite e trasforma ogni riforma in una guerra di posizione.

Abbiamo costruito una società nella quale il cittadino deve dimostrare continuamente di meritare ciò che dovrebbe semplicemente funzionare. Deve conoscere qualcuno per accelerare una pratica, aspettare mesi per ottenere un servizio, compilare moduli per dimostrare di aver già compilato altri moduli e, quando qualcosa finalmente va bene, ringraziare quasi fosse stato concesso un privilegio. Lo Stato non ti nega necessariamente ciò che ti spetta: prima vuole vedere quanto sei disposto a soffrire per ottenerlo.

E quando il sistema produce un fallimento, raramente compare un responsabile. Compare una spiegazione. È colpa della politica, dell'Europa, della burocrazia, del mercato, del Nord, del Sud, dei giovani, dei vecchi, della crisi internazionale, di chi c'era prima e di chi arriverà dopo. L'Italia ha sviluppato una forma di immunità straordinaria: ogni problema riesce a diventare responsabilità di qualcun altro prima ancora di diventare responsabilità di qualcuno.

Questo è il vero capolavoro della Repubblica delle Banane: non aver creato un Paese incapace, ma aver creato un Paese abbastanza capace da continuare a sopravvivere alle proprie incapacità.

E così il talento compensa la disorganizzazione, la famiglia compensa lo Stato, il volontariato compensa i servizi, il risparmio compensa gli stipendi, l'inventiva compensa la burocrazia e l'emigrazione compensa la mancanza di opportunità.

Finché tutto regge. Finché qualcuno parte. Finché qualcuno paga. Finché qualcuno rinuncia. Finché qualcuno, semplicemente, si arrangia.

È questo il nostro straordinario modello di resilienza: non risolvere il problema, ma trovare qualcuno abbastanza bravo da sopportarlo.

Ecco le dieci piaghe.



1. La piaga del padrino — Il Paese delle conoscenze

In una società normale dovrebbe contare soprattutto ciò che sai fare. Nella Repubblica delle Banane conta spesso anche chi conosci, chi può presentarti, chi può raccomandarti e chi può garantirti. La raccomandazione non è necessariamente una telefonata al potente di turno: è un'intera cultura delle relazioni nella quale il merito deve spesso presentarsi accompagnato da qualcuno che ne garantisca l'affidabilità.

Il danno più profondo non è nemmeno il vantaggio ottenuto da chi viene raccomandato. È quello subito da chi non ha nessuno da chiamare. Quando le opportunità dipendono anche dalla rete sociale, la disuguaglianza non nasce più soltanto dal reddito: nasce dal cognome, dalla famiglia, dal territorio e dalla rubrica telefonica.

Il padrino, in questa storia, non è necessariamente un mafioso. È molto più banalmente quello che conosce quello che conta.


2. La piaga del salvadanaio bucato — Il debito che mangia il futuro

Per decenni abbiamo chiesto allo Stato di spendere, proteggere, distribuire e garantire senza sempre accettare con altrettanta serenità il prezzo necessario per farlo. Il debito pubblico è diventato così il grande trucco della Repubblica: prendere oggi e lasciare a domani il conto.

Il problema non è il debito in sé, che può avere una funzione economica. Il problema è quando diventa strutturale e limita la libertà delle generazioni successive. Gli interessi da pagare non costruiscono una scuola, non finanziano una ricerca, non assumono un medico e non rendono più produttiva un'impresa. Servono prima di tutto a onorare decisioni prese ieri.

Abbiamo avuto il privilegio di vivere oltre i nostri mezzi e il talento di chiamarlo politica economica.

Il salvadanaio sembrava pieno.

Era il fondo a essere bucato.


3. La piaga della tangente — Quando il favore diventa sistema

La corruzione non è soltanto la busta con i soldi sotto il tavolo. Quella è la sua forma più elementare. Il problema più sofisticato nasce quando il sistema dei favori diventa talmente normale che nessuno ha più bisogno di chiamarlo corruzione.

Un appalto può diventare una relazione, una relazione un favore, un favore una carriera e una carriera un'altra rete di relazioni. A quel punto il denaro è quasi secondario. Quello che viene corrotto è il principio stesso della concorrenza: non vince necessariamente chi offre la soluzione migliore, ma chi possiede il collegamento migliore.

E il cittadino comincia a fare qualcosa di ancora più pericoloso: si abitua.

Quando la gente smette di scandalizzarsi perché “tanto funziona così”, la corruzione ha già vinto.


4. La piaga della casta — Il potere che cambia vestito

Partiti che scompaiono, partiti che rinascono, governi che cadono, leader che vengono rottamati e nuovi movimenti che promettono di cambiare tutto. Eppure, sotto la superficie, alcune logiche di autoconservazione riescono sorprendentemente a sopravvivere.

La vera forza di una classe dirigente non consiste soltanto nel restare al potere. Consiste nel riuscire a sopravvivere alla propria sconfitta.

Cambiano le sigle, cambiano i simboli, cambiano le parole d'ordine. Le reti possono invece continuare a esistere, trasferendosi da un ambiente all'altro. È il talento dell'élite adattiva: perdere il potere senza perdere le proprie posizioni.

La casta, dunque, non è soltanto quella che guadagna troppo. È quella che riesce a rendere la propria sostituzione quasi impossibile.


5. La piaga del Palazzo — Quando lo Stato dimentica chi lo paga

Il Palazzo non è soltanto il Parlamento. È la distanza fra chi decide e chi deve aspettare.

Il cittadino incontra lo Stato quando deve pagare una tassa, presentare una domanda, chiedere un'autorizzazione, dimostrare di avere un diritto o aspettare una risposta. Nel frattempo, il linguaggio istituzionale diventa sempre più incomprensibile e la procedura acquista un'importanza quasi superiore al risultato.

Così nasce il paradosso: lo Stato esiste per semplificare la vita collettiva, ma può finire per chiedere al cittadino una quantità crescente di tempo, energia e pazienza per ottenere ciò che gli spetta.

Non ti nega il diritto. Ti mette alla prova prima di concedertelo.

E se hai abbastanza tempo, competenze e pazienza, forse ce la fai.

Se non li hai, pazienza.


6. La piaga della burocrazia — Il mostro che si nutre di moduli

La burocrazia nasce per mettere ordine. Quando cresce senza controllo, finisce per amministrare soprattutto se stessa.

La carta diventa PDF. Lo sportello diventa piattaforma. Il modulo diventa procedura digitale. La firma diventa firma elettronica. Eppure il cittadino continua a dover dimostrare la stessa cosa, spesso più volte, davanti a uffici diversi che possiedono già gran parte delle informazioni necessarie.

Abbiamo informatizzato molti processi senza sempre semplificarli.

Il risultato è una creatura perfettamente italiana: la burocrazia digitale. Più veloce nel chiederti documenti, ma non necessariamente più veloce nel risolvere il problema.

Il vero successo della burocrazia non è quando impedisce qualcosa.

È quando riesce a convincerti che non vale più la pena provarci.


7. La piaga delle due Italie — Il luogo in cui nasci non dovrebbe essere un destino

Il divario territoriale italiano non è soltanto una questione di PIL. È una questione di possibilità.

Significa che nascere in un territorio piuttosto che in un altro può cambiare l'accesso ai servizi, alla formazione, al lavoro qualificato, alle infrastrutture e alle opportunità. Significa che per alcuni giovani partire è una scelta; per altri diventa quasi una condizione necessaria per costruirsi una vita.

Il problema non è raccontare il Nord come virtuoso e il Sud come fallito. La realtà è infinitamente più complessa. Esistono eccellenze meridionali e inefficienze settentrionali, territori che crescono e territori che si spopolano in entrambe le aree.

Ma resta una domanda brutale: quanto del nostro destino continuiamo a decidere prima ancora che una persona abbia avuto la possibilità di scegliere?

Una Repubblica dovrebbe ridurre il peso del luogo di nascita.

Quando invece quel peso rimane enorme, il territorio rischia di trasformarsi in destino.


8. La piaga dell'ascensore rotto — Il merito senza ascensore

Una società sana dovrebbe permettere a chi parte da una condizione modesta di salire attraverso studio, lavoro, capacità e perseveranza.

Quando l'ascensore sociale si rompe, il merito diventa una promessa senza manutenzione.

Non significa che in Italia nessuno riesca più a migliorare la propria condizione. Significa che il percorso può essere molto più difficile e dipendere molto più di quanto dovrebbe dalle condizioni di partenza: famiglia, patrimonio, territorio, istruzione e rete sociale.

Il problema non è soltanto l'ingiustizia.

È lo spreco.

Perché quando una società non permette a una parte dei suoi cittadini capaci di esprimere il proprio potenziale, non sta soltanto danneggiando loro.

Sta impoverendo se stessa.


9. La piaga dei figli che partono — L'emorragia silenziosa

Una crisi economica si vede. Una crisi demografica si sente molto più tardi.

Un giovane che parte porta con sé una laurea, un mestiere, una capacità, una famiglia potenziale, consumi futuri, tasse future e competenze che il Paese ha contribuito a formare. Quando la partenza diventa sistematica, non è più soltanto una scelta individuale: diventa un fenomeno strutturale.

Il problema non è che i giovani italiani vadano all'estero. Muoversi è normale in un'economia aperta e può essere un'opportunità straordinaria.

Il problema nasce quando partire diventa più razionale che restare.

A quel punto il Paese non sta esportando soltanto persone.

Sta esportando futuro.

E mentre discutiamo di natalità con campagne, bonus e slogan, la domanda più semplice rimane spesso senza risposta: perché una persona dovrebbe costruire qui la propria vita?


10. La piaga dell'alibi — La nostra specialità nazionale

Ed eccoci alla piaga più resistente.

L'alibi.

È sempre colpa di qualcun altro. Di Roma, di Bruxelles, del Nord, del Sud, della politica, dei giudici, degli imprenditori, dei sindacati, dei giovani, dei vecchi, degli immigrati, degli emigrati, della crisi internazionale, della storia, del capitalismo o dello Stato.

Naturalmente molti di questi fattori esistono davvero e possono spiegare una parte dei nostri problemi. Ma una spiegazione diventa un alibi quando serve soprattutto a evitare la domanda successiva: e noi cosa abbiamo intenzione di cambiare?

La Repubblica delle Banane sopravvive grazie a questa formidabile divisione delle responsabilità: tutti denunciano qualcosa, tutti hanno una ragione, tutti hanno un colpevole.

E alla fine nessuno ha più la colpa di niente.


Il problema non sono le banane

Queste dieci piaghe non sono dieci emergenze separate. Si alimentano reciprocamente.

Il clientelismo alimenta la sfiducia. La sfiducia alimenta il disimpegno. La burocrazia alimenta l'immobilismo. L'immobilismo riduce la crescita. La bassa crescita rende più difficile sostenere il debito. Il debito restringe lo spazio per investire. La mancanza di opportunità spinge i giovani a partire. La partenza accelera l'invecchiamento. L'invecchiamento rende più difficile crescere. E quando il sistema non cresce, torna l'alibi.

È un circuito quasi perfetto.

Non abbastanza disastrato da collassare. Non abbastanza efficiente da decollare.

Ed è forse questa la vera condanna italiana.

Perché la Repubblica delle Banane non è un Paese povero e disperato. È un Paese che possiede abbastanza risorse, talento e ricchezza da poter stare molto meglio di come sta.

È un Paese nel quale l'eccellenza individuale riesce continuamente a compensare il mediocre funzionamento collettivo.

Il medico compensa l'ospedale.

L'imprenditore compensa la burocrazia.

La famiglia compensa il welfare.

Il lavoratore compensa l'organizzazione.

Il cittadino paziente compensa lo Stato.

E il giovane che non trova spazio?

Parte.

Forse è questa la definizione più precisa della nostra Repubblica delle Banane:

un Paese che non ha ancora smesso di funzionare perché milioni di persone continuano a farlo funzionare nonostante il Paese.

Il problema, allora, non sono le banane.

È che continuiamo a coltivare la pianta e a mangiarci le radici. 


mercoledì 23 settembre 2026

Il prezzo della raccomandazione: quando anche i soldi non bastano

Il problema non è soltanto chi entra. È come entra

Non mi viene da ridere quando leggo di un carabiniere o di un poliziotto che, in un caso realmente accertato, abbia ottenuto il proprio posto attraverso un concorso truccato. E non mi viene da ridere neppure se una vicenda analoga dovesse riguardare un magistrato, un agente della polizia locale o un dipendente dell’Agenzia delle Entrate. Non perché il comportamento di una singola persona possa essere automaticamente esteso a un’intera categoria, ma perché in questi casi viene toccato qualcosa di più grande dell’individuo: la credibilità dell’istituzione alla quale quella persona appartiene.


Quando chi deve applicare le regole le ha aggirate

Il problema diventa particolarmente delicato quando chi deve far rispettare le regole è sospettato di essere entrato nel sistema proprio attraverso la violazione delle regole. Se l’accesso a una funzione pubblica è stato realmente comprato o manipolato, il paradosso è evidente: una persona chiamata a rappresentare lo Stato avrebbe iniziato la propria carriera attraverso un meccanismo contrario ai principi che dovrebbe contribuire a tutelare. Questo non significa che quella persona resterà necessariamente corrotta per tutta la vita. Significa però che l’ombra sull’origine della carriera può diventare un problema istituzionale.


Il sospetto diventa una lente

Ed è qui che nasce un fenomeno ancora più insidioso: il sospetto. Se un cittadino chiama le forze dell’ordine dopo un furto e la pattuglia arriva dopo molto tempo (qui al Sud potrebbe non venire proprio), esistono naturalmente spiegazioni diverse. Potrebbero esserci altre emergenze, una carenza di personale, interventi più urgenti o semplicemente difficoltà operative. Il ritardo, da solo, non dimostra alcuna connivenza né alcuna negligenza. Ma se nella società circola la convinzione che alcuni posti siano stati ottenuti attraverso raccomandazioni o scorciatoie, quel medesimo ritardo può essere interpretato in modo completamente diverso.


“Corrono solo quando c’è un morto?”

È proprio allora che può affacciarsi il pensiero più corrosivo: e se chi ha ottenuto quel posto attraverso una scorciatoia considerasse il proprio lavoro soltanto come uno stipendio da portare a casa alla fine del mese? E se intervenisse con la massima urgenza soltanto quando c’è un morto per terra, mentre tutto il resto diventasse secondario? Non sto dicendo che sia questa la condotta generale delle forze dell’ordine. Sto dicendo che, quando la fiducia è stata consumata, anche una normale inefficienza operativa può essere letta dal cittadino come la conseguenza di un sistema nel quale qualcuno si sente protetto e garantito comunque.


Dentro le caserme, dentro i commissariati

Il problema, allora, non è soltanto ciò che accade per strada. È ciò che il cittadino immagina accada dentro le caserme, dentro i commissariati, negli uffici pubblici, nei concorsi, nelle commissioni e nelle relazioni personali che precedono una nomina. Se si diffonde l’idea che “tanto dentro sono tutti sistemati”, il cittadino comincia a vedere l’istituzione non più come qualcosa che appartiene anche a lui, ma come un mondo separato, nel quale le regole valgono soprattutto per chi sta fuori.


Il prezzo della raccomandazione

La raccomandazione, quindi, non produce soltanto un possibile vantaggio per chi la riceve. Può produrre un costo collettivo. Chi entra attraverso un canale privilegiato può essere percepito come debitore verso qualcuno. E proprio qui emerge una domanda scomoda: quanto è libero, nel tempo, chi deve qualcosa a colui che gli ha aperto la porta? Non significa che ogni raccomandato sia automaticamente ricattabile o infedele. Significa che un sistema fondato sulle dipendenze personali crea, per sua natura, relazioni diverse da quelle che dovrebbe creare una selezione trasparente.


Non basta avere i soldi

C’è poi un aspetto ancora più interessante. Anche in un sistema nel quale fosse possibile comprare una scorciatoia, il denaro potrebbe non essere sufficiente. Puoi avere i soldi per pagare qualcuno, ma devi sapere a chi rivolgerti. Devi conoscere la persona che conosce la persona giusta. Devi avere un contatto, un intermediario, un professionista, un politico, un dirigente, un parente, un amico di famiglia o semplicemente qualcuno che abbia accesso a quel circuito. Il denaro apre molte porte, ma senza la chiave giusta può rimanere fuori dalla serratura.


Avere un santo in paradiso

È quello che per generazioni abbiamo chiamato, con un’espressione apparentemente innocua, “avere un santo in paradiso”. Il santo non deve necessariamente essere un politico. Può essere chiunque disponga delle conoscenze necessarie per trasformare una richiesta privata in un’opportunità concreta. Ed è proprio questo il punto: il privilegio non consiste soltanto nell’avere qualcuno disposto ad aiutarti. Consiste nel sapere chi chiamare.


Il debito che resta

Se quella porta viene aperta attraverso un meccanismo illecito, rimane una domanda difficile da ignorare: esiste un “peccato originale” della carriera? Non nel senso morale di una condanna permanente, ma nel senso di una dipendenza iniziale che può condizionare i rapporti successivi. Chi deve la propria posizione a qualcuno potrebbe sentirsi obbligato a ricambiare. E quando il favore diventa un debito, il merito lascia spazio alla fedeltà personale.


L’ingiustizia percepita

C’è però un’altra vittima di questo meccanismo: chi non ha ricevuto nulla. Il giovane che studia, supera un concorso regolare e viene assunto non ha soltanto conquistato un posto. Ha conquistato anche la certezza di non dovere la propria posizione a nessuno. Ma se comincia a pensare che altri siano entrati attraverso canali privilegiati, quella certezza si incrina. E l’ingiustizia percepita può diventare quasi altrettanto devastante dell’ingiustizia concretamente dimostrata, perché modifica il comportamento delle persone.


Quando nessuno crede più alle regole

Se una parte della società arriva a pensare che per ottenere qualcosa serva necessariamente una scorciatoia, la conseguenza è devastante. Il cittadino smette di chiedersi quali siano le regole e comincia a chiedersi chi conosce. Non cerca più il bando: cerca il contatto. Non domanda più “come posso partecipare?”, ma “chi posso chiamare?”. A quel punto il sistema formale continua a esistere, ma perde progressivamente credibilità.


Quelli che non hanno una porta a cui bussare

E qui emerge una delle forme più profonde di disuguaglianza: non essere poveri di denaro, ma essere poveri di relazioni. Ci sono persone che potrebbero avere le capacità, i titoli e perfino le risorse economiche per costruirsi un futuro, ma non possiedono nessuno da chiamare. Non hanno il santo in paradiso. Non conoscono l’intermediario. Non appartengono a quella rete informale nella quale un favore genera un altro favore.


Il merito che emigra

Quando una persona percepisce che il proprio futuro dipende più dalle relazioni che dalle competenze, può decidere di andarsene. Non necessariamente perché disprezzi il luogo in cui è nata, ma perché cerca un contesto nel quale la propria possibilità di competere sia meno dipendente dalla rete personale. È così che il merito può emigrare: non perché chi parte sia necessariamente più bravo di chi resta, ma perché qualcuno può ritenere che altrove le proprie capacità abbiano maggiori possibilità di essere valutate.


Anche chi potrebbe avere una raccomandazione può rifiutarla

Esiste poi una categoria ancora più particolare: chi una raccomandazione potrebbe ottenerla, ma sceglie di non chiederla. Non vuole iniziare la propria carriera con un debito di riconoscenza. Non vuole sapere che qualcuno può un giorno presentargli il conto. Preferisce competere senza padrini, anche a costo di partire svantaggiato. Andarsene può diventare allora non una fuga, ma una scelta di autonomia.


La restanza non può essere un obbligo

Per questo anche il concetto di restanza deve essere affrontato con onestà. Restare in un territorio ha senso quando significa poter costruire lì la propria vita, non quando significa accettare che per restare sia necessario appartenere alla rete giusta. Una società sana dovrebbe consentire a una persona di rimanere senza dover scegliere tra il proprio territorio e la propria dignità professionale.


L’ingiustizia danneggia tutti

Il paradosso è che alla fine un sistema fondato sulle scorciatoie può danneggiare anche chi riesce a entrarci. Chi ottiene un posto grazie a una relazione può diventare dipendente dalla relazione stessa. Chi viene escluso può perdere fiducia nelle istituzioni. Chi ha talento può partire. Chi resta può smettere di credere nel merito. E l’istituzione, lentamente, perde quella cosa che non può essere comprata attraverso nessun concorso e nessuna raccomandazione: la legittimazione sociale.


Le porte sono formalmente aperte

La vera domanda, allora, non è soltanto chi abbia ottenuto una raccomandazione. È se le porte siano davvero accessibili a tutti. Perché una società può avere concorsi, bandi, regolamenti e procedure formalmente perfetti e, contemporaneamente, sviluppare circuiti informali capaci di rendere quelle stesse procedure meno credibili agli occhi dei cittadini. La porta è aperta sulla carta. Ma qualcuno, nel frattempo, potrebbe essere diventato proprietario delle chiavi.


Il prezzo vero è la fiducia

Ed è questo il prezzo più alto della raccomandazione. Non soltanto il posto eventualmente ottenuto da chi non lo meritava, ma la perdita di fiducia di tutti gli altri. Quando il cittadino non crede più che una pattuglia arriverà perché il suo problema è importante, quando un giovane non crede più che un concorso sarà realmente aperto a tutti, quando un professionista pensa che senza conoscenze non si possa andare avanti, lo Stato comincia a perdere qualcosa che nessuna legge può imporre dall’alto.


Chi possiede la chiave?

Alla fine, dunque, la domanda più importante non è soltanto: “Chi è stato raccomandato?”. La domanda è più profonda: chi possiede la chiave? Perché se le porte della società sono formalmente aperte ma le chiavi circolano soltanto all’interno di determinate reti, la disuguaglianza non scompare. Diventa semplicemente più difficile da vedere. E quando anche i soldi non bastano, ciò che conta davvero non è quanto possiedi, ma chi conosci. Il problema è che una società nella quale per entrare serve conoscere qualcuno finisce inevitabilmente per chiedersi, prima o poi, se le sue istituzioni appartengano ancora a tutti.

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