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giovedì 17 settembre 2026

L’Italia, il Paese che cambia alleato?

C’è una domanda che agli italiani può dare fastidio: quanto ci considerano affidabili all’estero? Non parliamo dell’italiano come persona, ma dell’Italia come Stato e della memoria che gli altri Paesi hanno costruito sulle nostre scelte. Nella storia del Novecento c’è infatti un dettaglio difficile da ignorare: nel 1914 l’Italia faceva parte della Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria, ma nel 1915 entrò in guerra contro l’Austria-Ungheria al fianco dell’Intesa. Trent’anni dopo accadde qualcosa di ancora più traumatico: l’Italia fascista aveva combattuto al fianco della Germania nella Seconda guerra mondiale, ma nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, firmò l’armistizio con gli Alleati e passò a combattere contro i tedeschi. Due guerre mondiali, due cambiamenti di fronte e due memorie che, soprattutto nei Paesi direttamente coinvolti, non sono completamente scomparse.


Il «tradimento» del 1915

Dal punto di vista austro-tedesco, la scelta italiana del 1915 fu naturalmente vissuta come un tradimento. La propaganda tedesca arrivò a rappresentare l’italiano come l’alleato infedele. Ma la storia è meno semplice: la Triplice Alleanza aveva carattere difensivo e Roma sostenne che l’attacco austro-ungarico alla Serbia non obbligasse l’Italia a entrare in guerra. L’Italia rimase quindi neutrale nel 1914 e successivamente negoziò con l’Intesa il proprio ingresso nel conflitto. Non fu una conversione sentimentale: fu politica, diplomazia e soprattutto interesse nazionale. Il Patto di Londra del 1915 prometteva infatti all’Italia importanti compensazioni territoriali. Quello che a Vienna poteva apparire come tradimento, a Roma poteva essere raccontato come realismo politico. E qui compare già una caratteristica destinata a ripresentarsi nella storia italiana: l’alleanza non è necessariamente eterna quando entra in conflitto con quello che lo Stato considera il proprio interesse.


Il 1943 è un’altra storia

Il secondo cambio di fronte è molto più difficile da metabolizzare. L’Italia fascista aveva scelto consapevolmente la Germania nazista e dal 1940 combatté contro gli Alleati. Poi arrivò il 1943: Mussolini cadde, il governo Badoglio trattò segretamente con gli Alleati e l’armistizio venne annunciato l’8 settembre. Per la Germania fu un tradimento e la reazione fu immediata: l’esercito tedesco occupò gran parte dell’Italia e combatté contro quelli che fino a poche settimane prima erano stati alleati. Ma anche qui la parola «tradimento» racconta soltanto una parte della storia. Dopo l’8 settembre l’Italia si spezzò: ci furono italiani che combatterono con i tedeschi nella Repubblica Sociale Italiana, italiani che combatterono con gli Alleati e italiani che parteciparono alla Resistenza. Ci furono militari internati dai tedeschi, civili coinvolti nella guerra e un Paese trasformato contemporaneamente in territorio occupato, fronte militare e teatro di guerra civile. L’Italia non passò semplicemente da una parte all’altra: l’Italia implose.


Eppure l’etichetta rimane

Quanto pesa ancora oggi questa memoria? Probabilmente molto meno di quanto immaginiamo. Nessun diplomatico serio valuta l’Italia contemporanea semplicemente sulla base di ciò che accadde nel 1915 o nel 1943. Eppure la memoria storica costruisce stereotipi duraturi. L’immagine dell’Italia come Paese pragmatico, opportunista, imprevedibile o incline a cambiare posizione quando cambiano le circostanze non nasce soltanto dalle guerre mondiali. È alimentata anche dalla nostra storia politica: governi frequenti, trasformismo, coalizioni mutevoli, oscillazioni ideologiche e una tradizione diplomatica spesso attenta a mantenere contemporaneamente aperte più porte.

Ed è proprio questa la contraddizione italiana: quello che uno straniero può chiamare opportunismo, un italiano può chiamare pragmatismo; quello che per qualcuno è inaffidabilità, per qualcun altro è capacità diplomatica.


L’arte italiana di non chiudere tutte le porte

Forse l’Italia non è il Paese che cambia continuamente alleato. Forse è il Paese che cerca continuamente di non avere un solo interlocutore. È una differenza fondamentale. L’Italia è nella NATO, nell’Unione Europea e nel G7, ma ha storicamente cercato relazioni economiche e diplomatiche con il Mediterraneo, il mondo arabo e altri grandi attori internazionali. Non possiede la forza degli Stati Uniti, la potenza economica della Germania o la capacità militare di alcune grandi potenze. Possiede però qualcosa che le è stato spesso necessario: la capacità di muoversi tra potenze più grandi di lei.

È una strategia che può produrre diffidenza, ma anche influenza. Per un Paese che raramente ha avuto la forza di imporre il proprio ordine agli altri, mantenere aperte più porte può essere stata una necessità più che una scelta.


Il problema della reputazione

La vera questione, quindi, non è stabilire se l’Italia sia «traditrice». È una definizione troppo facile. La questione è capire se gli altri possano prevedere il comportamento dell’Italia quando gli interessi fondamentali entrano in conflitto con le alleanze. L’Italia contemporanea è profondamente integrata nelle istituzioni occidentali e un cambiamento radicale avrebbe costi enormi: NATO e Unione Europea rendono il contesto molto diverso da quello del 1915 o del 1943.

Ma la memoria dei precedenti rimane. Per questo l’Italia può essere considerata contemporaneamente un partner affidabile e un partner pragmatico. Le due cose non sono necessariamente incompatibili. Un alleato può essere pragmatico senza essere sleale; il problema nasce quando il pragmatismo diventa impossibilità di assumere una posizione e mantenerla quando diventa scomoda.


Il vero animale del Bestiario

Forse, allora, il vero animale del Bestiario Italiano non è il traditore. È il gatto. Il gatto non combatte necessariamente contro il cane più grande del quartiere: cerca il modo di eluderlo senza farsi mordere, entra da una porta, esce da un’altra, osserva chi comanda e soprattutto cerca di sopravvivere. Può sembrare opportunismo, può essere intelligenza, può diventare codardia o diplomazia. Dipende dal risultato.


Il problema nasce quando una nazione confonde la capacità di adattarsi con la capacità di scegliere. Perché adattarsi alle circostanze è una virtù soltanto finché si possiede un interesse nazionale riconoscibile; altrimenti diventa semplicemente andare dove tira il vento.


La domanda che non vogliamo sentirci fare

Forse, allora, il problema non è che l’Italia abbia cambiato alleato nel 1915 o nel 1943. Il problema è che continuiamo a raccontare questi episodi come se fossero soltanto il prodotto delle circostanze, delle cattive decisioni dei governanti o della particolare crudeltà della storia. Come se gli italiani fossero sempre stati vittime degli eventi e mai responsabili delle proprie scelte. È una comoda assoluzione nazionale.

Perché dietro il trasformismo della politica, dietro le alleanze che cambiano, dietro il continuo tentativo di stare dalla parte del vincitore, potrebbe esserci qualcosa di più profondo: una mentalità che spesso considera la coerenza una stupidità e la convenienza una forma superiore di intelligenza. Ci vantiamo della nostra capacità di arrangiarci, diciamo che sappiamo «stare al mondo» e ammiriamo chi riesce sempre a trovare una via d’uscita, chi conosce la persona giusta, chi cambia posizione prima degli altri, chi riesce a sopravvivere a qualsiasi governo. Poi chiamiamo tutto questo pragmatismo.

Ma qualche volta il pragmatismo è soltanto paura di scegliere. E forse è questa la parte più scomoda della nostra storia: non siamo necessariamente il popolo che tradisce gli alleati; siamo il popolo che ha imparato molto bene a non compromettersi mai completamente con una scelta, così da poter sostenere domani di aver avuto ragione comunque. Se vince uno, eravamo con lui. Se vince l’altro, avevamo previsto il cambiamento. Se perdiamo, è colpa delle circostanze. Se cambiamo posizione, era necessario. Se contraddiciamo ciò che avevamo detto ieri, è perché la realtà è cambiata.

E così l’opportunismo può diventare cultura, il trasformismo può diventare saggezza popolare e l’assenza di una direzione può perfino essere scambiata per straordinaria capacità diplomatica.

Forse il vero problema dell’Italia non è aver cambiato fronte due volte.

È aver imparato a raccontare ogni cambio di fronte come una prova della nostra intelligenza.

E allora la domanda più imbarazzante non è se gli stranieri si fidino degli italiani.

È questa: se domani arrivasse un’altra grande crisi internazionale, noi sapremmo davvero da che parte stare oppure aspetteremmo ancora una volta di scoprire da che parte conviene stare?

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