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lunedì 12 ottobre 2026

L'impunità dei potenti: in Italia la legge è uguale per tutti, ma non le conseguenze

C'è una differenza fondamentale tra i comuni mortali e chi appartiene stabilmente al sistema del potere: i primi possono rovinarsi la vita per un errore, i secondi possono spesso permettersi di commetterne molti prima di doverne affrontare davvero le conseguenze. Non è necessario immaginare una cospirazione, né sostenere che tutti i potenti siano disonesti. Basta osservare la diversa disponibilità di denaro, relazioni, protezioni e seconde possibilità. Per il cittadino comune un fallimento può significare perdere il lavoro, la casa o la reputazione; per chi dispone di una rete di protezione, anche una sconfitta clamorosa può trasformarsi in una parentesi, un cambio di incarico o una temporanea eclissi in attesa del ritorno.


Il privilegio di non pagare

Il privilegio più importante non consiste necessariamente nell'essere ricchi, ma nel poter affrontare le conseguenze dei propri errori da una posizione di forza. Chi non ha risorse deve rispondere immediatamente delle proprie azioni, mentre chi ne possiede può guadagnare tempo, moltiplicare le difese, contestare le accuse e affidarsi a una rete di solidarietà. Anche quando la giustizia arriva, i costi economici, reputazionali e personali del procedimento non sono distribuiti equamente.

L'impunità, dunque, non significa soltanto assenza di condanna. Può consistere nell'evitare che una responsabilità accertata produca conseguenze politiche, professionali o patrimoniali proporzionate. Un amministratore può perdere un incarico e conservarne altri; un dirigente può lasciare una posizione e trovarne una nuova; un politico può essere travolto da uno scandalo e ricomparire qualche anno dopo. Naturalmente, ogni vicenda va giudicata sulla base dei fatti e delle responsabilità individuali. Ma la ripetizione di queste traiettorie solleva una questione che va oltre i singoli casi: chi controlla davvero chi esercita il potere?



Un sistema che cambia pelle

In Italia, dal 1945 a oggi, sono cambiate le sigle, le coalizioni, le ideologie dominanti e intere generazioni di dirigenti. La fine della Prima Repubblica ha modificato profondamente il panorama politico, ma non ha eliminato automaticamente le relazioni di dipendenza tra politica, interessi economici, amministrazione pubblica e ricerca del consenso.

Non si tratta di sostenere che l'Italia sia rimasta immutata, né di confondere una democrazia costituzionale con una dittatura. Si tratta di chiedersi se alcuni meccanismi di protezione del potere siano sopravvissuti alle trasformazioni istituzionali. La continuità può nascondersi proprio dietro la discontinuità: nuovi protagonisti, nuovi linguaggi, nuove promesse, ma incentivi che continuano a premiare la fedeltà, la disponibilità di relazioni e la capacità di sopravvivere alle crisi.

Il sistema non ha bisogno di garantire l'immunità assoluta ai propri membri. Gli basta rendere la loro esposizione alle conseguenze meno immediata, meno prevedibile e meno devastante di quella dei cittadini comuni.


Tangentopoli: una resa dei conti incompleta?

Tangentopoli rappresentò una frattura reale. Le indagini giudiziarie contribuirono alla disgregazione di partiti che avevano dominato per decenni la vita pubblica italiana. Non fu una finzione, né una semplice operazione cosmetica: vi furono indagini, processi, condanne e carriere politiche distrutte.

Eppure, una rivoluzione giudiziaria non coincide necessariamente con una rivoluzione istituzionale. L'accertamento delle responsabilità individuali non basta, da solo, a modificare i meccanismi che rendono conveniente o possibile la cattiva gestione del potere. Se non cambiano in misura sufficiente i controlli, la trasparenza, le regole di finanziamento, gli incentivi e le modalità di selezione della classe dirigente, il ricambio dei protagonisti non garantisce il superamento delle vecchie patologie.

Tangentopoli, quindi, non va raccontata come una vicenda nella quale nessuno pagò. Molti pagarono, in forme e misure diverse. La domanda più interessante è perché quella crisi non abbia prodotto una trasformazione capace di impedire il ripresentarsi di problemi analoghi. La caduta di una classe dirigente non equivale necessariamente alla fine del sistema di relazioni che l'aveva sostenuta.


Quando i potenti pagano davvero

Naturalmente, l'impunità non è una legge universale. La storia conosce eccezioni clamorose, e proprio queste aiutano a capire come funziona il potere. Benito Mussolini, per esempio, non morì serenamente nel proprio letto dopo aver perso ogni influenza: fu catturato durante il collasso della Repubblica Sociale Italiana e fucilato nell'aprile 1945. Il suo cadavere fu poi esposto a Piazzale Loreto.

Ma questo episodio non rappresenta il normale funzionamento della giustizia. Fu il risultato estremo della sconfitta militare, della dissoluzione dell'autorità del regime, dell'insurrezione e della resa dei conti che accompagnò la fine della guerra. Mussolini non fu sottoposto a un procedimento giudiziario ordinario, con un tribunale indipendente e garanzie processuali: la sua morte appartiene alla storia della fine violenta del fascismo.

È una distinzione essenziale. Il potere può proteggere i propri titolari finché conserva il controllo degli apparati, la fedeltà dei collaboratori e la capacità di imporre le proprie regole. Quando queste condizioni vengono meno, la protezione può dissolversi rapidamente. Ma la caduta non garantisce giustizia: può produrre una punizione sproporzionata, una vendetta collettiva oppure una selezione arbitraria dei colpevoli.

Le eccezioni storiche, dunque, non smentiscono necessariamente l'esistenza di privilegi strutturali. Mostrano che quei privilegi dipendono da equilibri che possono spezzarsi.


Perché alcuni pagano e altri no

Le conseguenze diventano più probabili quando esistono istituzioni indipendenti, controlli efficaci, libertà d'informazione e possibilità concreta di perseguire le responsabilità senza interferenze. Diventano invece più incerte quando il controllore dipende dal controllato, quando gli interessi si intrecciano e quando chi denuncia rischia più di chi è denunciato.

Esistono poi circostanze eccezionali: sconfitte militari, crolli di regime, rivoluzioni, crisi istituzionali profonde. In questi casi, il rapporto di forza cambia e chi sembrava intoccabile può perdere improvvisamente ogni protezione. Ma una società che aspetta il collasso per chiedere conto ai propri governanti ha già dimostrato il fallimento dei suoi normali strumenti di controllo.

La vera alternativa non è tra potenti eternamente impuniti e potenti brutalmente puniti alla fine della loro parabola. È tra un sistema nel quale le responsabilità vengono accertate attraverso procedure regolari e uno nel quale la resa dei conti arriva soltanto quando cambiano i rapporti di forza.


Il vero scandalo

Il problema, in definitiva, non è che i potenti non paghino mai. È che la possibilità di farlo dipenda troppo spesso dalle risorse di cui dispongono, dalle relazioni che conservano e dalla solidità dell'ambiente che li protegge. E quando finalmente pagano, la punizione può arrivare non perché le istituzioni abbiano funzionato, ma perché quelle istituzioni hanno cessato di funzionare come prima.

Il cittadino comune viene educato alla responsabilità individuale: deve rispettare le regole, pagare i debiti, accettare le conseguenze delle proprie scelte. È giusto che sia così. Ma la stessa disciplina dovrebbe valere, con controlli adeguati alla responsabilità esercitata, per chi amministra denaro pubblico, dirige istituzioni o prende decisioni che ricadono sulla vita di milioni di persone.

Altrimenti la responsabilità diventa un dovere per chi sta in basso e una variabile negoziabile per chi sta in alto.

Ecco il punto che un Bestiario Italiano dovrebbe mettere a nudo: non l'idea semplicistica che tutti i potenti siano delinquenti, ma il sospetto, molto più difficile da liquidare, che il sistema distribuisca in maniera diseguale non soltanto le opportunità, ma anche il rischio di pagare per i propri errori.

Una democrazia si misura da quanto è facile per i cittadini comuni finire nei guai, oppure da quanto è difficile per chi esercita il potere sottrarsi alle proprie responsabilità?

venerdì 25 settembre 2026

La superiorità morale non passa dalle urne

Dalla questione morale alla presunta inferiorità dell'elettore

C'è una curiosa contraddizione nella politica italiana contemporanea. Una parte della sinistra continua a considerarsi la principale depositaria della legalità, del senso civico, della cultura e della solidarietà. Eppure, proprio nei territori nei quali governa da decenni, non sempre riesce a trasformare questa presunta superiorità morale in una maggioranza politica autosufficiente. Per vincere deve spesso costruire coalizioni molto larghe, nelle quali convivono progressisti, riformisti, ambientalisti, civici, centristi, moderati e pezzi di tradizioni politiche che hanno ben poco a che vedere con la vecchia cultura comunista. Non è una contraddizione necessariamente patologica: le coalizioni fanno parte della democrazia. Ma diventa interessante quando si confronta questa realtà con una narrazione politica che per decenni ha rappresentato il proprio campo come quello della maggiore moralità pubblica.

La questione morale italiana ha del resto una storia seria, che non dovrebbe essere banalizzata. Nel 1981 Enrico Berlinguer denunciava la degenerazione dei partiti e soprattutto la loro occupazione delle istituzioni. La sua critica non riguardava semplicemente il politico che prende una tangente: riguardava il rapporto patologico fra partiti, Stato, enti pubblici, banche, aziende, amministrazioni e potere. Berlinguer denunciava un sistema nel quale i partiti rischiavano di diventare federazioni di correnti e camarille, utilizzando le istituzioni come strumenti della propria riproduzione. Era una critica alla struttura del potere, non una teoria sull'inferiorità morale degli elettori degli altri partiti. Ed è importante ricordarlo, perché la successiva evoluzione della questione morale ha prodotto qualcosa di molto diverso.


Tangentopoli e la costruzione della diversità

Con Tangentopoli il sistema della Prima Repubblica viene travolto. Le inchieste giudiziarie colpiscono soprattutto i partiti che avevano costituito per decenni l'ossatura del governo nazionale e contribuiscono alla dissoluzione della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista e degli altri partiti del pentapartito. Il mondo comunista, trasformato nel frattempo in PDS, entra nella Seconda Repubblica in una posizione particolare: non è identificato nella stessa misura con il sistema di governo che Mani Pulite sta demolendo e può quindi conservare una parte importante di quella diversità politica e morale che Berlinguer aveva rivendicato anni prima. Non significa che il mondo comunista fosse immune da ogni illecito o da ogni rapporto ambiguo con il potere; significa che il terremoto giudiziario produce anche un enorme effetto di redistribuzione della legittimità politica.

Poi arriva Berlusconi e la questione morale assume una nuova forma. La contrapposizione non è più soltanto quella fra comunisti e democristiani o socialisti. Diventa progressivamente quella fra il centrosinistra, rappresentato come difesa delle istituzioni e della legalità, e il berlusconismo, rappresentato dai suoi avversari come intreccio fra politica, interessi economici, conflitto d'interessi, condoni, rapporti opachi e, in alcuni casi, vicinanze con ambienti criminali. Le singole vicende hanno naturalmente avuto natura e sviluppi giudiziari differenti e non possono essere messe tutte nello stesso calderone. Ma sul piano culturale il risultato è stato molto forte: la legalità è diventata una componente centrale dell'identità politica della sinistra italiana e, parallelamente, una parte del centrodestra è stata rappresentata come il campo della deroga, dell'eccezione, del privilegio e dell'interesse particolare.

Fin qui, nulla di necessariamente illegittimo. Una forza politica ha tutto il diritto di rivendicare la propria idea di legalità e di denunciare le condotte che ritiene incompatibili con lo Stato di diritto. Il problema nasce quando da questa rivendicazione si compie un salto ulteriore: quando non ci si limita più a giudicare comportamenti, amministrazioni o politici, ma si comincia a giudicare moralmente l'elettorato che vota dall'altra parte.



L'elettore che non arriva oltre lo zerbino

Nasce così una figura quasi letteraria: l'elettore di destra ignorante, poco istruito, funzionalmente analfabeta, individualista, egoista, incapace di comprendere la complessità del mondo, interessato soltanto alla propria casa, al proprio portafoglio e ai propri interessi immediati. L'elettore di sinistra, al contrario, viene rappresentato come più colto, informato, empatico, altruista, sensibile ai problemi degli ultimi e dotato di maggiore senso civico. Non è sempre detto esplicitamente, naturalmente. Spesso è una rappresentazione implicita, disseminata nel modo in cui vengono interpretati i risultati elettorali.

È una rappresentazione rassicurante, perché consente di spiegare facilmente una sconfitta: se gli altri hanno votato diversamente, non è necessariamente perché abbiano interessi differenti, valori differenti o una diversa interpretazione della realtà. Potrebbero semplicemente non aver capito. Se hanno capito e votano comunque diversamente, allora forse sono egoisti. Se sono egoisti, è comprensibile che votino a destra. Il ragionamento si chiude perfettamente su se stesso.

Ma c'è un problema: istruzione, intelligenza, cultura, senso civico, altruismo ed empatia non sono la stessa cosa. Un titolo di studio può descrivere un percorso educativo, non certificare la moralità di una persona. Una persona istruita può essere opportunista; una persona con pochi studi può possedere un fortissimo senso della comunità. Un cittadino può essere individualista nelle proprie convinzioni economiche e contemporaneamente essere un padre, una madre, un vicino, un volontario o una persona che dedica una parte della propria vita agli altri. Non esiste una tessera elettorale che trasformi automaticamente una preferenza politica in una virtù.

E qui c'è persino un paradosso storico per una sinistra che affonda le proprie radici nel movimento operaio. Il vecchio PCI non era il partito dei laureati e delle élite culturali. Era anche il partito degli operai, dei contadini, dei braccianti, degli emigranti interni, delle persone che avevano avuto meno accesso all'istruzione e alla cultura. Una delle sue ambizioni storiche era proprio quella di trasformare persone escluse dai circuiti culturali ed economici dominanti in cittadini consapevoli e politicamente partecipi. Sarebbe quindi curioso che l'erede di quella tradizione arrivasse a utilizzare il basso livello di istruzione come spiegazione della presunta inferiorità politica di una parte dell'elettorato.


La questione morale e l'immagine di una cleptocrazia

La narrazione della questione morale produce poi un altro effetto. Se per decenni si racconta che una parte politica è quella della legalità mentre l'altra è quella degli interessi privati, dei corrotti, degli evasori, dei condoni, delle clientele e delle connivenze, nell'immaginario collettivo si può finire per costruire la rappresentazione di un Paese governato quasi da una cleptocrazia: una classe politica che utilizza sistematicamente le istituzioni per appropriarsi delle risorse pubbliche, favorire gli amici, proteggere gli interessi privati e mantenere rapporti più o meno opachi con il potere economico e criminale.

La parola è forte, e proprio per questo bisogna usarla con cautela. L'Italia ha conosciuto Tangentopoli, corruzione, finanziamento illecito, clientelismo, voto di scambio, infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni e rapporti documentati fra politica, economia e criminalità organizzata. Ma da questo non deriva che l'intero sistema politico italiano sia una cleptocrazia, né che milioni di cittadini che votano un determinato schieramento siano complici di questi fenomeni. Una cosa è documentare la corruzione e perseguire chi la commette. Un'altra è trasformare l'esistenza della corruzione nella spiegazione morale del voto di milioni di persone.

È proprio qui che la questione morale rischia di diventare una questione morale dell'altro. Il mio campo rappresenterebbe le istituzioni, il tuo gli interessi privati; io voterei per la legalità, tu per chi vuole aggirarla; io sarei interessato al bene comune, tu soltanto al tuo zerbino di casa. A quel punto non stiamo più discutendo di programmi, amministrazioni e comportamenti concreti. Stiamo costruendo una gerarchia morale fra cittadini.


La corruzione non ha colore

La realtà, però, è molto meno ordinata. La corruzione è trasversale. Il clientelismo è trasversale. Il trasformismo è trasversale. Il familismo è trasversale. E la criminalità organizzata non possiede una particolare predilezione ideologica per una parte politica: cerca soprattutto accesso, convenienza, protezione, informazioni, relazioni e possibilità di trasformare il proprio potere economico in potere sociale e politico.

È proprio questo che rende importante parlare di area grigia. La criminalità organizzata non ha bisogno che ogni interlocutore sia un criminale. Ha bisogno di trovare persone inserite nel mondo legale attraverso le quali ottenere ciò che da sola non potrebbe ottenere. Imprenditori, professionisti, funzionari, amministratori e politici possono diventare, in circostanze diverse e con responsabilità diverse, punti di contatto fra il mondo criminale e quello legale. Le relazioni fra mafia, economia e politica sono state oggetto di numerose indagini e relazioni istituzionali proprio perché il fenomeno non può essere ridotto alla caricatura del mafioso con la coppola che stringe la mano al politico apertamente corrotto.

È una realtà molto più inquietante: il potere criminale può cercare persone rispettabili perché la rispettabilità è utile. E proprio per questo l'idea che il problema appartenga naturalmente a un solo campo politico è una semplificazione pericolosa.

Non ha senso chiedersi quale elettorato sia “mafioso”. Ha senso chiedersi quali meccanismi consentano alla criminalità organizzata di costruire relazioni con la politica, con l'economia e con la pubblica amministrazione. Non ha senso trasformare il voto per un partito nella prova della complicità con i suoi eventuali esponenti corrotti. Ha senso pretendere che ogni politico risponda delle proprie azioni, indipendentemente dal simbolo sotto il quale è stato eletto.


Il politico “al di sopra di ogni sospetto”

La storia della corruzione e delle infiltrazioni criminali contiene anche una lezione elementare: chi commette un illecito non porta necessariamente scritto sulla fronte di essere un criminale. Altrimenti sarebbe molto più facile individuarlo.

L'idea del politico “al di sopra di ogni sospetto” dovrebbe ricordarci proprio questo. La rispettabilità pubblica non costituisce una certificazione preventiva di innocenza, così come una reputazione controversa non costituisce una prova di colpevolezza. Le responsabilità si accertano attraverso fatti, indagini, sentenze, controlli e procedure previste dalla legge.

Questo dovrebbe valere anche per la politica. Se un esponente della sinistra viene coinvolto in una vicenda di corruzione, non significa che la sinistra sia corrotta. Se un esponente della destra viene coinvolto in una vicenda di mafia, non significa che tutti gli elettori di destra siano mafiosi. Se un amministratore di un partito qualsiasi utilizza il proprio ruolo per favorire interessi privati, la responsabilità è sua e di chi eventualmente abbia concorso nel fatto, non di milioni di cittadini che hanno votato quel simbolo.

Sembra banale. Ma la banalità, in politica, spesso è ciò che si dimentica più facilmente.


La superiorità morale non viene certificata dalle urne

E allora torniamo al punto di partenza. La sinistra italiana ha costruito una parte importante della propria identità sulla questione morale e sulla difesa della legalità. È una tradizione politica legittima e ha alle proprie spalle una storia importante. Ma la legalità non è una proprietà privata della sinistra, così come la trasgressione delle regole non è una caratteristica genetica della destra.

Le urne, del resto, non certificano la superiorità morale di nessuno.

Quando un elettore vota, non sta necessariamente premiando un'intera antropologia. Può votare per una questione fiscale, per la sicurezza, per un interesse territoriale, per una convinzione culturale, per un candidato, per un giudizio sull'amministrazione uscente o semplicemente perché considera un'altra proposta politica più vicina alle proprie idee. Ridurre tutte queste motivazioni alla stupidità, all'egoismo o alla complicità con un sistema criminale significa rinunciare a comprendere una parte del Paese.

E forse è proprio questo il punto più interessante.

Una forza politica che considera moralmente inferiori coloro che non la votano può conservare una forte identità, ma rischia di perdere la capacità di capire l'avversario.

La vecchia questione morale poneva una domanda sul potere: come impedire che i partiti occupino lo Stato e trasformino le istituzioni in strumenti della propria riproduzione?

La sua caricatura contemporanea pone invece una domanda sui cittadini: perché quelle persone votano in quel modo?

La prima domanda riguarda la democrazia.

La seconda rischia di trasformarsi in antropologia spicciola.

La vera questione morale dovrebbe quindi tornare a essere molto più semplice e molto più esigente: non chi è moralmente superiore, ma chi esercita il potere, come lo esercita, quali interessi tutela, quali regole rispetta e quali responsabilità è disposto ad assumersi.

Perché la corruzione non ha una tessera.

Il clientelismo non ha una tessera.

La mafia non ha una tessera.

E neppure l'altruismo, la cultura e il senso civico ce l'hanno.

La legalità non appartiene a un elettorato.

Appartiene alle regole che devono valere per tutti.

lunedì 14 settembre 2026

L'Italia che cambia per non cambiare

Il successo del berlusconismo non può essere spiegato soltanto dal carisma, dalla capacità comunicativa o dalla potenza mediatica di Silvio Berlusconi. Nel 1994 Berlusconi entrò in politica su un terreno che era stato reso fertile da decenni di partitocrazia e da un particolare modo di funzionare della Repubblica italiana. Un sistema nel quale i partiti avevano occupato una parte enorme della società, costruendo nel tempo abitudini, aspettative, clientele, protezioni e una determinata idea del rapporto fra cittadino e potere.

Tangentopoli aveva scoperchiato quel sistema, ma scoperchiare qualcosa non significa necessariamente superarlo. La fine della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista e degli altri grandi protagonisti della Prima Repubblica non cancellava automaticamente la cultura politica che si era formata nei decenni precedenti. Una parte consistente dell'Italia non poteva, e forse non voleva, voltare davvero pagina. Voleva certamente cambiare qualcosa, ma non necessariamente cambiare se stessa.

Anche la svolta della Bolognina aveva trasformato il Partito Comunista Italiano, aprendo la strada alla sua evoluzione e alla nascita di nuove formazioni della sinistra. Ma trasformare un partito non significava trasformare automaticamente il Paese. L'Italia usciva dalla Prima Repubblica con una domanda fortissima di novità e, nello stesso tempo, con una difficoltà altrettanto forte ad abbandonare le proprie vecchie categorie politiche e sociali.

Fu dentro questa contraddizione che Berlusconi trovò il suo spazio storico.


L'uomo nuovo sul terreno antico

Berlusconi appariva come l'uomo nuovo per eccellenza. Non proveniva dalla tradizionale carriera dei partiti, era un imprenditore, un uomo della televisione, un protagonista del successo economico e della società dei consumi. Prometteva di portare nella politica il linguaggio dell'impresa, dell'efficienza, della modernità e del successo personale.

Ma la sua forza non consisteva soltanto nell'essere diverso dalla vecchia classe dirigente. Consisteva nel fatto che riusciva a essere nuovo senza risultare completamente estraneo all'Italia che lo ascoltava.

Qui la vecchia intuizione gattopardiana assume un significato particolare: bisogna che tutto cambi affinché tutto resti come è.

Il volto della politica poteva cambiare. I vecchi partiti potevano essere sostituiti da un movimento personale. La televisione poteva prendere il posto delle sezioni. Il leader poteva parlare direttamente al cittadino senza la mediazione delle organizzazioni tradizionali. Ma tutto questo non richiedeva necessariamente una trasformazione profonda del rapporto degli italiani con il potere.

Berlusconi riuscì così a rappresentare contemporaneamente la rottura e la continuità. Fu abbastanza nuovo per apparire come l'antidoto alla Prima Repubblica e abbastanza compatibile con una parte dello stereotipo nazionale per non rappresentare una vera rivoluzione antropologica.

L'Italia poteva cambiare il proprio leader senza dover cambiare completamente se stessa.


Non fu soltanto Berlusconi

Ma c'è un'altra questione che spesso viene rimossa quando si raccontano gli ultimi trent'anni della politica italiana.

Berlusconi non è stato al governo per trent'anni.

Nel frattempo hanno governato anche il centrosinistra e governi guidati da figure come Romano Prodi, Massimo D'Alema e Matteo Renzi, oltre ad altri esecutivi sostenuti da maggioranze differenti. Se dunque una parte dell'Italia è diventata più precaria, più insicura e più diseguale, non è possibile attribuire tutto questo alla sola destra berlusconiana.

Una parte della sinistra, una volta entrata stabilmente nella logica di governo, ha progressivamente accettato molte delle coordinate economiche della stagione neoliberale: maggiore flessibilità del mercato del lavoro, competitività, contenimento della spesa, privatizzazioni, adattamento alla globalizzazione e riduzione delle rigidità del sistema produttivo.

Non significa che ogni singola riforma sia stata necessariamente sbagliata, né che esista una relazione automatica fra liberalizzazione e impoverimento. Ma il risultato politico complessivo è stato evidente: una parte del mondo del lavoro ha cominciato a percepire la flessibilità non come maggiore libertà, ma come minore sicurezza.

E qui si è consumata una delle più grandi fratture della politica italiana contemporanea.

La sinistra continuava a parlare in nome dei lavoratori, mentre una parte crescente dei lavoratori non riconosceva più nella sinistra il proprio linguaggio, le proprie paure e perfino i propri interessi.

Il problema non era soltanto economico. Era anche simbolico. Chi aveva perso stabilità, potere d'acquisto e prospettive poteva vedere la politica progressista sempre più concentrata su questioni culturali e identitarie, mentre la propria condizione materiale sembrava diventare una questione secondaria.



Le nuove rivoluzioni

Su questo terreno arrivò il Movimento 5 Stelle.

Il M5S fu una vera novità politica: mise insieme protesta anti-partitica, democrazia digitale, critica delle élite e promessa di una radicale trasformazione del sistema. Ma una volta entrato nelle istituzioni e poi al governo, dovette confrontarsi con gli stessi vincoli che avevano condizionato i partiti tradizionali.

La rivoluzione promessa si trasformò progressivamente in responsabilità di governo.

Poi è arrivata Giorgia Meloni.

Anche la sua ascesa ha rappresentato una novità reale. Una destra proveniente da una tradizione politica rimasta a lungo ai margini è arrivata alla guida del governo e ha costruito il proprio consenso sulla promessa di una maggiore discontinuità rispetto all'establishment politico e culturale.

Ma anche qui bisogna distinguere la novità elettorale dalla capacità di modificare realmente i rapporti di forza.

Il punto non è sostenere che M5S e Meloni abbiano semplicemente fatto «marketing» e nulla più. Sarebbe una semplificazione ingenerosa. Il punto è che la capacità di costruire una straordinaria offerta elettorale di cambiamento non coincide necessariamente con la capacità di trasformare strutturalmente il sistema economico nel quale un governo deve operare.

Ed è qui che entrano in scena i mercati.


I mercati non governano, ma delimitano

Dire che «i mercati dominano» è una formula efficace, ma troppo generica. I mercati finanziari non sono un governo occulto e non costituiscono un soggetto unico che impartisce ordini alla politica.

Il meccanismo è più concreto e, proprio per questo, più difficile da aggirare.

L'Italia è uno Stato fortemente indebitato che deve continuamente rifinanziare il proprio debito. Un governo può decidere di aumentare la spesa, ridurre le entrate o adottare politiche economiche molto espansive, ma deve considerare la loro sostenibilità finanziaria. Se le sue decisioni vengono percepite come poco credibili, il costo del finanziamento può aumentare. E quando aumenta il costo del debito, diminuisce lo spazio disponibile per altre politiche pubbliche.

A questo si aggiungono l'integrazione nell'Unione Europea, le regole fiscali, la politica monetaria della Banca Centrale Europea e l'interdipendenza dell'economia italiana con i mercati finanziari e commerciali internazionali.

Perciò sarebbe più preciso dire che i mercati non sostituiscono la democrazia, ma contribuiscono a delimitare lo spazio entro il quale la politica economica può esercitare la propria discrezionalità.

Questo spiega perché una forza politica possa essere radicale quando chiede il voto e molto più prudente quando deve governare.

La politica può cambiare il governo molto più facilmente di quanto possa cambiare le condizioni finanziarie, economiche e internazionali dentro cui quel governo deve operare.


La vera prova della novità

E allora la domanda da porre a ogni nuova forza politica dovrebbe essere molto più severa di quella che poniamo durante una campagna elettorale.

Non basta chiedere: «Quanto è nuova?»

Bisognerebbe chiedere: «Quali rapporti di forza è realmente in grado di modificare?»

Berlusconi cambiò il linguaggio della politica. Il Movimento 5 Stelle cambiò il rapporto fra protesta e rappresentanza. Meloni ha cambiato gli equilibri della destra italiana e il suo rapporto con il governo.

Ma nessuno di questi passaggi ha cancellato il debito pubblico, i vincoli finanziari, l'integrazione europea o la dipendenza dell'economia italiana dalle dinamiche internazionali.

La novità politica può quindi essere autentica sul piano elettorale, culturale e comunicativo senza trasformarsi automaticamente in una rivoluzione dei rapporti economici.

E forse è proprio questo il grande equivoco degli ultimi trent'anni: abbiamo continuamente cambiato gli uomini che promettevano di cambiare il sistema, mentre molto più lentamente cambiavano le condizioni strutturali dentro cui quei nuovi uomini erano costretti a governare.


E allora arriva Vannacci

È dentro questa lunga storia che potrebbe collocarsi Roberto Vannacci.

Non è Berlusconi. Non è il Movimento 5 Stelle. Non è Giorgia Meloni. Il contesto storico è completamente diverso.

Ma potrebbe incarnare un meccanismo già profondamente italiano: l'arrivo dell'uomo nuovo che riesce a dare forma politica a un sentimento sociale che i partiti tradizionali non riescono più a rappresentare.

La sua eventuale forza futura potrebbe derivare proprio dalla possibilità di saldare due forme di malessere che finora sono rimaste in parte separate.

Da una parte c'è la protesta culturale: il rifiuto di una parte della popolazione verso ciò che percepisce come politicamente corretto, imposizione linguistica, trasformazione dei valori tradizionali e perdita di un'identità collettiva.

Dall'altra c'è il malessere materiale: precarietà del lavoro, perdita di potere d'acquisto, difficoltà del ceto medio, insicurezza economica e crescente sensazione che la politica abbia perso la capacità di controllare il proprio destino.

Se Vannacci riuscisse a unire queste due dimensioni, potrebbe diventare qualcosa di più di un fenomeno identitario.

Potrebbe rappresentare la prossima incarnazione dell'antica domanda italiana di un uomo capace di «cambiare tutto».

Ma proprio qui arriverebbe la prova decisiva.

Perché una cosa è costruire consenso attraverso la protesta. Un'altra è governare un Paese nel quale il debito deve essere rifinanziato, le decisioni devono confrontarsi con i vincoli europei e l'economia è inserita in un sistema finanziario internazionale.

Vannacci potrebbe quindi trovarsi davanti allo stesso paradosso che ha accompagnato le precedenti rivoluzioni italiane: più una forza politica promette di essere radicale, più deve dimostrare di saper governare i vincoli che rendono difficile esserlo.

E allora la profezia è questa.

Forse Vannacci non sarà il nuovo Berlusconi.

Potrebbe essere, invece, il prossimo tentativo dell'Italia di trovare un uomo nuovo per esprimere una società che vuole cambiare senza sapere ancora quanto sia disposta a cambiare davvero.

Se riuscirà a trasformare la protesta identitaria in una proposta capace di parlare anche alla precarietà economica e alla perdita di sicurezza sociale, potrebbe aprire una fase nuova.

Se invece rimarrà prevalentemente un fenomeno comunicativo e identitario, seguirà semplicemente la lunga sequenza italiana degli uomini nuovi che hanno promesso una rottura e, una volta arrivati davanti alla complessità del potere, hanno scoperto che cambiare il narratore è molto più facile che cambiare la storia.

Forse questa è la vera lezione del berlusconismo.

L'Italia non ha mai smesso di cercare qualcuno che cambiasse tutto. Ma ogni volta che lo ha trovato, gli ha chiesto di cambiare il sistema senza cambiare troppo le condizioni che quel sistema rendevano possibile.

E resta una domanda, forse la più scomoda di tutte:

l'Italia vuole davvero una rivoluzione, oppure vuole soltanto un nuovo protagonista che le permetta di sentirsi rivoluzionaria?

La sanità pubblica sta morendo. E il privato presenta il conto

La sanità pubblica italiana sta perdendo la sua funzione fondamentale: garantire a tutti il diritto di curarsi. Le liste d'attesa si all...