Quando si pronunciano le parole “business dell’accoglienza”, la discussione politica italiana tende immediatamente a trasformarsi in una guerra di tifoserie. Da una parte c'è chi vede nell'accoglienza un dovere umano e giuridico; dall'altra chi denuncia un gigantesco affare costruito sulla presenza degli immigrati. In mezzo, quasi sempre, scompare la domanda più semplice: quanti soldi muove realmente questo sistema, dove finiscono e quali interessi economici produce?
Perché una cosa è certa: l'accoglienza non è soltanto solidarietà. È anche un sistema amministrativo ed economico nel quale lo Stato finanzia strutture e servizi e nel quale cooperative, associazioni, fondazioni e imprese ricevono denaro pubblico per gestirli. Questo, da solo, non significa che ci sia qualcosa di illecito. Un ospedale è un servizio pubblico ma genera fatturato per imprese e professionisti; una casa di riposo svolge una funzione sociale ma costituisce anche un'attività economica. Lo stesso principio vale per l'accoglienza.
La questione interessante comincia proprio qui.
Non esiste un unico “business dell'accoglienza”
Parlare dell'accoglienza come se fosse un'unica industria è fuorviante. Il sistema italiano è composto da diversi circuiti: i CAS, cioè i Centri di accoglienza straordinaria gestiti sotto la responsabilità delle Prefetture; il SAI, promosso dagli enti locali; i centri governativi di prima accoglienza e altre strutture destinate a particolari categorie.
A fine 2024 le persone accolte erano 134.549. Quasi 97.000, pari al 71,9%, si trovavano nei CAS, mentre il SAI rappresentava circa il 24,7% e la prima accoglienza il 3,4%.
Sono numeri importanti, ma vanno letti senza trasformarli automaticamente in una narrazione emergenziale. Le 134.549 persone accolte rappresentavano lo 0,23% della popolazione residente italiana. Il problema, dunque, non è soltanto quanti siano gli immigrati accolti, ma come lo Stato abbia costruito il sistema attraverso il quale vengono accolti. È proprio su questo punto che le indagini di ActionAid e Openpolis evidenziano grandi strutture, sovraffollamento, crescita dei gestori for profit e problemi di trasparenza.
Il denaro segue le persone
Ogni persona inserita nel sistema di accoglienza genera un costo per il bilancio pubblico. Ma quel costo non viene semplicemente consegnato al migrante.
Viene utilizzato per acquistare una serie di servizi: vitto, alloggio, personale, pulizia, manutenzione, trasporto, mediazione linguistica, assistenza amministrativa e altri servizi previsti dai contratti.
È qui che nasce il mercato.
Se una struttura ospita cento persone, non significa che il gestore guadagni cento volte una determinata cifra. Significa che lo Stato finanzia un insieme di prestazioni e che il soggetto incaricato deve sostenere i relativi costi, ricavando eventualmente un margine.
Il punto fondamentale è quindi distinguere spesa pubblica, fatturato e profitto. Sono tre cose diverse.
E proprio questa distinzione spesso scompare nel dibattito politico.
La geografia dell'affare
Se si vuole capire davvero il fenomeno, bisogna guardare alla carta geografica dell'Italia.
Il sistema non è distribuito uniformemente. In alcune aree prevalgono strutture piccole e diffuse; in altre si è sviluppata una maggiore concentrazione.
Nel 2024 erano attive 6.024 strutture prefettizie. Il 36% della capacità complessiva era concentrato in centri con più di cinquanta posti e i primi dieci gestori controllavano il 19,1% dei posti totali. Ancora più significativo è il dato sui soggetti for profit: i posti gestiti da operatori con finalità di lucro sono passati da 7.089 nel 2022 a 14.813 nel 2024, con un incremento del 109%.
Questo è probabilmente uno degli aspetti meno conosciuti della discussione italiana.
Mentre la politica continua a discutere di immigrazione in termini quasi esclusivamente ideologici, il mercato tende a concentrarsi.
E quando aumenta la dimensione delle strutture aumenta anche la dimensione economica delle singole commesse.
Non è necessariamente uno scandalo. Può essere semplicemente il risultato della ricerca di economie di scala. Ma significa che l'accoglienza è diventata anche un settore nel quale esistono operatori economici con interessi concreti.
La Campania è un caso particolarmente interessante
Per chi vive nel Mezzogiorno, il fenomeno è ancora più evidente.
In Campania quasi il 66% dei posti risultava concentrato in grandi strutture. Nella città metropolitana di Napoli, secondo i dati analizzati da ActionAid e Openpolis, quasi il 61% dei posti CAS era gestito da soggetti for profit. Si tratta di 1.329 posti gestiti da società a responsabilità limitata, singolarmente o attraverso associazioni temporanee di imprese.
È un dato che dovrebbe interessare anche chi non ha alcuna posizione ideologica sull'immigrazione.
Perché significa che nel territorio napoletano l'accoglienza non è soltanto un'attività del volontariato o del Terzo settore tradizionale. Esiste anche una componente imprenditoriale vera e propria.
Ed è difficile sostenere che non si tratti di un mercato quando una società privata gestisce strutture, riceve corrispettivi pubblici e organizza personale e servizi per centinaia di persone.
La domanda successiva, però, deve essere molto più prudente: quanto margine produce realmente questo mercato?
Su questo non possiamo dedurre il profitto semplicemente moltiplicando il numero degli ospiti per una tariffa giornaliera. Occorrerebbe analizzare i singoli contratti, i costi sostenuti dai gestori e i bilanci delle società.
Quando il mercato incontra la politica
Ed eccoci al punto più delicato.
Ogni grande sistema di spesa pubblica genera inevitabilmente un rapporto con la politica. Chi decide le regole? Chi assegna le risorse? Chi prepara i bandi? Chi controlla i contratti? Chi gestisce le emergenze? Chi possiede gli immobili? Chi viene scelto quando una gara va deserta?
Non serve immaginare complotti per capire che denaro pubblico e potere amministrativo producono interessi.
La storia italiana ha già mostrato cosa può succedere quando questi interessi degenerano.
Il caso più famoso è Mafia Capitale. La rete riconducibile a Salvatore Buzzi ottenne nel corso di un decennio centinaia di appalti dalle amministrazioni pubbliche romane e laziali, per un valore complessivo riportato allora in circa 98 milioni di euro. Gli interessi riguardavano diversi settori, compresa l'accoglienza e l'assistenza sociale.
Ma la parte politicamente più interessante della vicenda fu proprio la sua trasversalità.
Le ricostruzioni investigative e giornalistiche mostrarono rapporti e finanziamenti che attraversavano diversi schieramenti politici. Le cooperative riconducibili a Buzzi avevano rapporti sia con l'amministrazione di centrodestra di Gianni Alemanno sia con esponenti della successiva amministrazione di centrosinistra guidata da Ignazio Marino.
Questo dato dovrebbe mettere in crisi una delle semplificazioni più diffuse:
l'idea che il business dell'accoglienza sia semplicemente un affare della sinistra.
La storia dimostra qualcosa di più complesso.
Quando esistono grandi flussi di denaro pubblico, gli interessi economici possono cercare interlocutori a prescindere dal colore politico.
Non è una storia soltanto di destra o di sinistra
Mafia Capitale non dimostra che “tutta l'accoglienza è corrotta”. Dimostra qualcosa di molto più circoscritto e, proprio per questo, più importante: un sistema di appalti pubblici può diventare terreno di scambio fra interessi economici, amministrazione e politica.
La documentazione dell'epoca descriveva una rete di rapporti che coinvolgeva esponenti politici di diverso orientamento. Le ricostruzioni parlavano esplicitamente di una capacità di Buzzi di costruire relazioni sia a destra sia a sinistra.
Questa è forse la lezione più interessante dell'intera vicenda.
Il denaro pubblico non ha un colore politico.
Può finire nelle casse di una cooperativa vicina culturalmente alla sinistra oppure in quelle di una società privata che lavora in un sistema costruito da un governo di destra. Può finanziare un progetto sostenuto da un'amministrazione progressista oppure un grande centro voluto da un'amministrazione conservatrice.
La vera variabile non è necessariamente l'ideologia.
È chi controlla la macchina amministrativa e chi riesce a ottenere le commesse.
E qui arriva la contraddizione del governo Meloni
C'è poi un paradosso che merita di essere osservato senza pregiudizi.
Il governo Meloni ha costruito gran parte della propria identità politica sulla promessa di ridurre l'immigrazione irregolare e di contrastare il modello dell'accoglienza diffusa. Ma una politica di contenimento dell'immigrazione non elimina necessariamente la spesa pubblica.
Può addirittura crearne di nuova.
Identificare una persona costa. Trasferirla costa. Sorvegliarla costa. Alloggiarla costa. Assisterla costa. Trasportarla costa. Organizzare il rimpatrio, quando possibile, costa. Costruire o mantenere strutture costa.
La frontiera può diventare quindi un'altra forma di mercato.
Il progetto dei centri in Albania rappresenta bene questa trasformazione: il modello politico non è più soltanto “accogliere e integrare”, ma anche selezionare, trattenere, identificare, trasferire e rimpatriare.
Cambiano le finalità politiche, ma non scompare la necessità di spendere risorse pubbliche.
Anzi, il costo delle infrastrutture e della gestione può diventare molto elevato.
L'accoglienza come mercato: il problema non è che esista
A questo punto possiamo tornare alla domanda iniziale.
Esiste un business dell'accoglienza?
Sì, se con questa espressione intendiamo l'insieme delle attività economiche che vengono remunerate con risorse pubbliche per fornire servizi di accoglienza.
Ma da questa constatazione non deriva che l'accoglienza sia una truffa.
Non deriva che le cooperative siano tutte interessate al profitto.
Non deriva che la sinistra abbia creato il sistema per arricchirsi.
E non deriva nemmeno che la destra, trasformando il modello dell'accoglienza, abbia eliminato gli interessi economici che gli stanno intorno.
Il problema vero è un altro: quanto è trasparente questo mercato?
Ed è qui che i dati diventano molto più inquietanti.
Secondo ActionAid e Openpolis, nel 2023 il 71,1% dei contratti CAS risultava affidato direttamente; nei primi otto mesi del 2024 quasi il 40% delle assegnazioni risultava ancora senza gara.
Quando una quantità così rilevante di denaro pubblico viene distribuita attraverso procedure emergenziali, affidamenti diretti e strutture che cambiano rapidamente, il problema non è più l'immigrazione.
È la qualità della pubblica amministrazione.
La domanda che nessuno vuole fare
Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto se siamo favorevoli o contrari all'accoglienza.
Una società seria dovrebbe poter discutere contemporaneamente di solidarietà, sicurezza, integrazione, rimpatri e sostenibilità economica.
Ma dovrebbe soprattutto pretendere di sapere:
quanto paghiamo per ogni persona accolta?
Chi riceve quei soldi?
Con quale procedura viene scelto?
Quanto costa realmente il servizio?
Quanto rimane al gestore?
Quanti sono gli operatori for profit?
Quanto sono concentrati gli appalti?
Quali rapporti esistono fra operatori economici e amministratori?
E perché, dopo decenni di discussione sull'immigrazione, è ancora così difficile avere una fotografia completa e facilmente accessibile del sistema?
Queste domande sono molto più scomode dello slogan “business dell'accoglienza”.
Perché lo slogan consente alla destra di accusare la sinistra e alla sinistra di accusare la destra.
I dati, invece, obbligano tutti a guardare dentro la stessa macchina.
E forse la vera questione non è nemmeno se l'accoglienza sia diventata un business.
La vera questione è questa:
quando un problema umano diventa una voce di spesa pubblica da miliardi di euro, chi controlla il confine tra servizio pubblico, interesse economico e potere politico?
