Visualizzazione post con etichetta utopia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta utopia. Mostra tutti i post

venerdì 2 ottobre 2026

Le utopie hanno sempre fame

L'Italia è un Paese curioso. Quando scopre che una cosa è ingiusta, invece di domandarsi pazientemente come sostituirla, spesso preferisce abolirla. È una tentazione nobile, progressista, perfino commovente: si prende una vecchia istituzione, la si mette davanti al tribunale della Storia, si pronuncia la sentenza e si festeggia. Chiuso. Abolito. Superato. Mai più. Il problema è che le istituzioni, anche quelle peggiori, raramente fanno una sola cosa. Fanno schifo in una parte e funzionano in un'altra. Sono spesso mostri brutti che, mentre mordono qualcuno, tengono in piedi qualcos'altro. E quando li ammazzi bisogna sapere che cosa fare con il cadavere. Altrimenti il mostro scompare dall'edificio e ricompare per strada.


Il grande animale chiamato progresso

La seconda metà del Novecento italiano è stata attraversata da una grande fede: il progresso. Non soltanto quello tecnologico, ma soprattutto quello morale: l'idea che liberando l'uomo dalle vecchie gabbie si sarebbe costruita una società più civile. Così arrivarono riforme gigantesche. La Legge Merlin vietò le case di prostituzione e abolì la regolamentazione statale della prostituzione; la riforma psichiatrica del 1978 superò il modello manicomiale e orientò l'assistenza verso la presa in carico territoriale; la scuola italiana, con la Legge 517 del 1977 e le riforme successive, sviluppò l'integrazione degli alunni con disabilità nelle classi comuni.

Dietro tutto questo c'era una domanda sacrosanta: possiamo davvero chiamare civile una società che risolve i propri problemi separando gli esseri umani? No. Ma la storia, quella vecchia bestia che non legge i manifesti politici, aggiunge subito una seconda domanda: e dopo che li hai liberati dalla gabbia, dove li metti? Questa domanda è molto meno elegante, non finisce sui manifesti e non produce applausi. Eppure è quella che decide se una riforma riesce davvero a trasformare la realtà.



Il manicomio aveva i cancelli

Il manicomio era una cosa terribile: aveva cancelli, padiglioni, letti, regolamenti e pratiche di contenzione; persone vi entravano e talvolta non uscivano più. La riforma Basaglia mise in discussione quel modello e portò il sistema verso una rete di servizi territoriali, residenziali e ospedalieri, che ancora oggi costituisce l'impianto ufficiale dell'assistenza psichiatrica italiana. Ma il vecchio manicomio faceva anche una cosa che oggi tendiamo a dimenticare perché è molto meno nobile da raccontare: si prendeva fisicamente la responsabilità della persona. La nutriva, la sorvegliava, la alloggiava e, nei casi previsti, la teneva lontana dal pericolo. Era una macchina spesso disumana, ma era pur sempre una macchina.

Il sistema moderno ha detto: mai più. E ha fatto bene a porre fine alla segregazione manicomiale. Ma poi ha dovuto affrontare una questione molto più difficile: che cosa facciamo dell'uomo che non sa stare da solo? Il modello attuale prevede Centri di salute mentale, servizi diurni, strutture residenziali e servizi ospedalieri; le strutture residenziali, tuttavia, sono parte di programmi terapeutico-riabilitativi e non semplicemente una soluzione abitativa. Ed ecco comparire il grande animale nascosto sotto il tappeto: la famiglia.


La famiglia: l'ammortizzatore universale

Per decenni l'Italia ha avuto una straordinaria istituzione non scritta: la mamma. La mamma dava le medicine, preparava da mangiare, accompagnava dal medico, pagava le bollette, controllava che il figlio non sparisse, telefonava al servizio psichiatrico. Faceva spesso da infermiera senza essere infermiera, da assistente sociale senza essere assistente sociale, da amministratore di sostegno senza esserlo. E naturalmente lo faceva gratis.

Poi la mamma invecchia, il papà muore, il figlio è magari un uomo di cinquant'anni che non lavora, non è autonomo, non ha una rete sociale e non ha fratelli. Un giorno rimane solo e la grande domanda della civiltà contemporanea diventa improvvisamente concreta: chi apre la porta domani mattina?

La legge non risponde da sola. Il principio non risponde. L'utopia non risponde. Serve qualcuno in carne e ossa. Il sistema sanitario dispone di una rete di presa in carico e di strutture differenziate, ma la loro efficacia concreta dipende anche dall'organizzazione territoriale e dall'integrazione con i servizi sociali. Quando famiglia e servizi non riescono a costruire una presa in carico adeguata, la persona vulnerabile può precipitare nella grave marginalità.

Non tutti i senza dimora sono malati psichiatrici e non tutti i malati psichiatrici diventano senza dimora: la condizione di homelessness è multifattoriale e comprende anche problemi economici, abitativi, familiari e di dipendenza. Ma proprio per questo la combinazione fra disturbo mentale, perdita della casa, povertà e assenza di rete può diventare devastante.

Prima c'era il cancello. Adesso può esserci il marciapiede. Non sono la stessa cosa e sarebbe disonesto fingere che lo siano. Ma sarebbe altrettanto disonesto fingere che il problema sia scomparso.


Poi arrivò la scuola degli angeli

La stessa storia, in forma diversa, è entrata nella scuola. L'Italia ha scelto l'integrazione: il bambino con disabilità non deve essere semplicemente parcheggiato in una classe separata, ma deve partecipare alla vita della scuola comune. La Legge 517 del 1977 previde forme di integrazione e l'intervento di insegnanti specializzati, insieme a servizi specialistici e socio-psico-pedagogici. È una visione potente, ma l'inclusione non è una parola magica: ha bisogno di insegnanti, continuità, formazione, assistenza, edifici accessibili, servizi, famiglie, tempo e denaro.

Quando queste condizioni non bastano, una parte del costo può finire proprio sulle persone che l'inclusione voleva proteggere: sull'alunno, sulla famiglia, sull'insegnante e sulla classe. E allora la responsabilità comincia a rimbalzare: dalla scuola alla famiglia, dalla famiglia alla ASL, dalla ASL al Comune, dal Comune alla Regione, dalla Regione allo Stato. Ognuno ha una parte del problema e nessuno possiede da solo la soluzione completa.

E alla fine rimane il bambino, che guarda caso era proprio quello che volevamo proteggere.


E la prostituzione?

La stessa bestia cambia pelle. La Legge Merlin del 1958 vietò l'esercizio delle case di prostituzione e intervenne contro lo sfruttamento della prostituzione altrui. La società disse: non vogliamo più uno Stato che organizzi e controlli questo mercato attraverso le case chiuse.

Ma la prostituzione non ricevette il telegramma della sua abolizione. Continuò a esistere e cambiò luoghi, modalità e forme di intermediazione. Da allora il dibattito sulle conseguenze della legge non si è esaurito: esistono interpretazioni differenti sul rapporto fra abolizione delle case, sfruttamento, sicurezza e possibilità di controllo del fenomeno.

Ma anche qui resta una lezione elementare: il legislatore può abolire un'organizzazione, non può abolire il desiderio umano. Può vietare, regolamentare, punire e modificare il mercato; l'animale umano, però, continua a cercare una via d'uscita.


L'utopia non conosce la vecchiaia

Questo è forse il difetto più curioso delle utopie: sono giovani. Non hanno mal di schiena, non hanno figli da mantenere, non hanno genitori anziani, non hanno un fratello gravemente malato da accompagnare alle visite, non hanno una classe di venticinque alunni, non hanno un conto corrente da pagare. Non si ammalano, non si stancano e non muoiono.

L'utopia non invecchia mai. L'essere umano sì.

Per questo una legge può proclamare che nessuno sarà più segregato, ma qualcuno dovrà occuparsi di chi non è capace di vivere autonomamente. Può proclamare che tutti saranno inclusi, ma qualcuno dovrà sostenere l'inclusione quando diventerà difficile. Può chiudere le case di tolleranza, ma qualcuno dovrà confrontarsi con ciò che continua ad accadere quando quelle porte si chiudono.

Questo è il punto che ogni filosofia del progresso rischia di dimenticare: abolire una struttura non significa abolire la funzione sociale che quella struttura, anche perversamente, svolgeva.


Il vecchio sistema aveva un vantaggio terribile

Il vecchio mondo era spesso più brutale, ma era anche più semplice. Prendeva il diverso e lo separava, il bambino difficile e lo separava, la prostituta e la registrava, il malato e lo internava. Era una società che risolveva molti problemi spostandoli fuori dalla vista. Il problema era che fuori dalla vista non significa fuori dal mondo e quelle persone pagavano un prezzo enorme.

Il mondo moderno ha detto: non vogliamo più pagare quel prezzo sulla pelle degli esclusi. Benissimo. Ma allora dobbiamo essere disposti a pagare noi il prezzo dell'inclusione: con denaro, tempo, personale, servizi, fatica, responsabilità e solidarietà.

È qui che comincia la parte meno romantica della storia, perché quando una società scopre che l'inclusione costa può essere tentata di fare una cosa molto umana: scaricare il costo su qualcun altro. E spesso quel qualcun altro è proprio colui che doveva essere protetto.


Il progresso presenta il conto

Forse il problema delle grandi riforme non è nelle intenzioni, ma nella distanza tra ciò che promettono e ciò che la società riesce concretamente a garantire. Abbiamo scritto diritti, ma i diritti hanno bisogno di gambe; abbiamo proclamato l'inclusione, ma l'inclusione ha bisogno di persone, servizi e risorse. Abbiamo abbattuto cancelli pensando che bastasse aprire la porta per rendere libero chi stava dietro.

E allora eccola, la bestia. Non è Basaglia, non è Merlin, non è l'insegnante di sostegno e non è nemmeno il progresso. È la distanza tra quello che siamo capaci di promettere e quello che siamo realmente capaci di mantenere.

Una società adulta non dovrebbe giudicare una riforma soltanto dalle intenzioni con cui nasce, ma dalla capacità di sostenerne le conseguenze. Perché quando mancano risorse, servizi, famiglie e responsabilità condivise, il costo non scompare. Scivola semplicemente verso chi ha meno voce per protestare.

E allora forse la domanda non è se un'utopia sia bella.

La domanda è molto più cattiva:

chi finisce sotto le macerie quando la realtà presenta il conto all'utopia?

Perché le gabbie possono essere abbattute. I manicomi possono essere chiusi. Le classi differenziali possono essere abolite. Le case di tolleranza possono sparire.

Ma l'uomo che c'era dentro resta.

E se nessuno è lì ad aspettarlo quando esce, la libertà può diventare soltanto un altro nome dell'abbandono.

È questa la fame dell'utopia: divora le vecchie gabbie, ma se non siamo capaci di costruire qualcosa al loro posto, comincia a divorare gli uomini.

La sanità pubblica sta morendo. E il privato presenta il conto

La sanità pubblica italiana sta perdendo la sua funzione fondamentale: garantire a tutti il diritto di curarsi. Le liste d'attesa si all...