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sabato 10 ottobre 2026

Da Ludovico il Moro a Bruxelles: perché gli italiani chiamano sempre qualcuno da fuori

Quando il condominio Italia litiga, si chiama sempre qualcuno dal piano di sopra

Agli italiani piace raccontare la storia come una lunga serie di tradimenti compiuti da qualcun altro. Se c'è un personaggio che incarna perfettamente questa inclinazione è Ludovico il Moro, al quale viene spesso attribuita la colpa di aver spalancato le porte d'Italia agli stranieri. Nel 1494 chiamò Carlo VIII di Francia nella penisola per utilizzarlo nella partita contro Napoli e contro i propri avversari italiani. Il calcolo gli sembrò probabilmente geniale. Il risultato fu molto meno brillante: le guerre d'Italia trasformarono la penisola in uno dei principali teatri della competizione europea e, nel giro di pochi decenni, Francia e Spagna si sarebbero combattute per il controllo dell'Italia. La morale scolastica è semplice: mai chiamare lo straniero a risolvere le nostre beghe, perché poi lo straniero rimane. Il problema è che questa morale arriva con almeno qualche secolo di ritardo.


Prima ancora della Francia vennero gli imperatori

Ludovico il Moro non inventò affatto l'abitudine italiana di rivolgersi a una potenza esterna quando il litigio interno diventava ingestibile. La penisola aveva già una lunghissima esperienza nel cercare fuori dai propri confini protezione, legittimità e ordine. Per secoli il papato dovette misurarsi con potenze esterne, prima con l'Oriente bizantino e poi con il mondo franco e carolingio, fino all'affermazione del Sacro Romano Impero. Quando una protezione diventava insufficiente, se ne cercava un'altra; quando un vicino diventava troppo potente, si cercava un contrappeso ancora più lontano. Non era necessariamente codardia: era politica. Ma era una politica che conteneva una contraddizione destinata a ripetersi: chiamare un potere esterno per difendersi da un altro potere esterno significa spesso consegnargli una parte della propria libertà di movimento.


L'Italia ha sempre avuto nostalgia dell'impero

C'è un altro elemento ancora più curioso. L'Italia è probabilmente uno dei pochi Paesi ad avere avuto contemporaneamente la memoria di essere stata il centro di un impero universale e la difficoltà di costruire per secoli un proprio Stato unitario. Prima Roma, poi la frammentazione; prima l'idea di un ordine universale, poi una penisola divisa in comuni, signorie, repubbliche, ducati, regni e principati. Non sorprende quindi che l'immaginario italiano abbia continuato a produrre, in forme diverse, una nostalgia dell'ordine sovranazionale. Il paradosso è quasi irresistibile: siamo diventati italiani dopo essere stati romani, e abbiamo continuato a pensare politicamente in categorie che spesso andavano oltre l'Italia.


Dante e i due soli

Perfino Dante, che sarebbe diventato uno dei padri ideali dell'Italia, non immaginava il problema politico esclusivamente nei termini di uno Stato nazionale. Nella Monarchia, l'imperatore del Sacro Romano Impero conserva una funzione universale e Dante sostiene l'autonomia dei due poteri, spirituale e temporale: il papa deve guidare l'uomo verso la salvezza eterna, l'imperatore verso la felicità terrena e l'ordine politico. È la logica dei due soli, due autorità con funzioni differenti. E c'è qualcosa di profondamente italiano in questa costruzione: Dante è guelfo, viene sconfitto dai suoi stessi avversari politici, viene espulso dalla sua città e finisce per elaborare una visione nella quale proprio un'autorità sovranazionale può rappresentare la soluzione alla frammentazione italiana. L'uomo che sogna una patria italiana finisce così per affidare una parte dell'ordine della penisola a un'autorità che italiana non è.


Poi arrivò Ludovico il Moro

Ludovico Sforza non era un ingenuo. L'Italia della fine del Quattrocento era un sistema di Stati nel quale l'equilibrio poteva cambiare rapidamente. Milano, Venezia, Firenze, Napoli e il papato si osservavano reciprocamente, mentre Francia e Spagna avevano interessi sempre più forti nella penisola. Ludovico cercò quindi di utilizzare Carlo VIII come strumento della propria politica. Il problema è che gli strumenti geopolitici hanno la pessima abitudine di avere una propria volontà. Carlo VIII attraversò le Alpi nel 1494 e la spedizione francese aprì una stagione di guerre che avrebbe coinvolto per decenni le principali potenze europee. Francia e Spagna si sarebbero contese il predominio italiano e, dopo il predominio francese iniziale, sarebbe stata soprattutto la monarchia spagnola a consolidare il proprio controllo su una parte decisiva della penisola. Milano finì sotto il dominio degli Asburgo di Spagna; Napoli, Sicilia e Sardegna erano già inserite nella monarchia spagnola. Per lungo tempo la presenza spagnola condizionò profondamente gli equilibri italiani. Ludovico aveva chiamato il francese per risolvere un problema; il francese aveva contribuito a trasformare il problema in una questione europea.



La colpa di Ludovico e la nostra assoluzione

Eppure continuiamo a raccontare questa storia come se tutto fosse cominciato dalla stupidità di un singolo uomo. È rassicurante, perché se la tragedia nasce da un solo errore basta trovare il colpevole. Ludovico il Moro diventa così il simbolo dell'italiano che chiama lo straniero e poi ne paga le conseguenze. Ma la storia italiana racconta qualcosa di meno consolatorio: gli Stati italiani chiamarono, allearono, contrastarono e utilizzarono continuamente potenze straniere; il papato cercò protezioni esterne; i principati cercarono alleati oltre le Alpi; le grandi potenze europee trovarono nella penisola un terreno ideale per le proprie ambizioni. Lo straniero non entrò semplicemente perché gli italiani gli aprirono una porta. Entrò anche perché trovò una casa nella quale gli abitanti litigavano continuamente su chi dovesse possedere le chiavi.


Il nostro vero vizio non è amare lo straniero

Qui bisogna però evitare un equivoco. Gli italiani non sono necessariamente un popolo innamorato dello straniero. La storia italiana è piena di resistenze, rivolte, guerre d'indipendenza e tentativi di sottrarsi alle dominazioni esterne. Il problema è più sottile: amiamo lo straniero quando può diventare il nostro arbitro. Lo chiamiamo quando può darci ragione contro il vicino, quando può imporre una soluzione che noi non siamo riusciti a costruire. Lo consideriamo provvidenziale finché protegge i nostri interessi e invasore quando comincia a perseguire i propri. È il meccanismo del condominio: due proprietari litigano per il cortile, uno chiama l'amministratore, l'altro un avvocato e alla fine arriva qualcuno da fuori, prende in mano la situazione e scopriamo che non siamo più noi a decidere come utilizzare il cortile. La geopolitica funziona esattamente così, soltanto che il condominio è una penisola.


Dallo straniero con l'esercito allo straniero con il regolamento

Naturalmente oggi nessun Carlo VIII sta attraversando le Alpi con la cavalleria. Lo straniero contemporaneo arriva molto più elegantemente: con trattati, regolamenti, istituzioni comuni, banche centrali, procedure, tribunali, vincoli e organismi sovranazionali. E qui il salto verso Bruxelles diventa inevitabile. L'Unione Europea non è il Sacro Romano Impero e Bruxelles non è la Madrid degli Asburgo. Sarebbe storicamente assurdo sostenere il contrario. L'Unione Europea nasce da un progetto completamente diverso: la cooperazione volontaria tra Stati sovrani, costruita dopo due guerre mondiali per rendere sempre più difficile la guerra tra europei. E tuttavia una continuità psicologica può essere osservata: quando una questione italiana diventa troppo difficile da risolvere in Italia, prima o poi compare qualcuno che dice: “Ci penserà l'Europa”. A volte è un'idea ragionevole, a volte è una necessità, a volte è semplicemente una forma elegante di deresponsabilizzazione.


Bruxelles come alibi

Il problema non è Bruxelles. Il problema è l'uso che facciamo di Bruxelles. Quando una decisione europea ci piace, diventa una grande conquista dell'integrazione continentale; quando non ci piace, improvvisamente Bruxelles diventa una potenza straniera che ci impone tutto. La stessa politica nazionale può contemporaneamente rivendicare il proprio ruolo in Europa e scaricare sull'Europa la responsabilità delle proprie decisioni. È una vecchia abitudine italiana con un vestito nuovo. Ieri: “È colpa del re di Spagna”. Oggi: “È colpa dell'Europa”. Nel frattempo, la domanda più scomoda rimane sempre la stessa: quanto di ciò che attribuiamo allo straniero è stato deciso, negoziato o accettato anche da noi?


Abbiamo bisogno dell'Europa o abbiamo bisogno di un alibi?

Questa è la vera questione. L'Europa può essere una scelta di civiltà, una dimensione politica necessaria e persino il modo attraverso il quale un Paese di medie dimensioni può contare di più nel mondo. Ma una cosa è costruire insieme un potere europeo; un'altra è usare quel potere come una badante politica alla quale affidare tutto ciò che non abbiamo il coraggio o la capacità di decidere da soli. La prima è integrazione. La seconda è deresponsabilizzazione. E la differenza non la stabilisce Bruxelles: la stabilisce la maturità politica degli Stati membri.


O Dio, vieni a salvarmi

Alla fine, forse, la storia italiana può essere riassunta con una preghiera: “O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto.” La frase appartiene alla liturgia e non alla geopolitica, naturalmente, ma come metafora politica è irresistibile. Quando non sappiamo risolvere una questione, invochiamo qualcuno: Dio, il papa, l'imperatore, il re francese, quello spagnolo, gli inglesi, gli americani, i mercati, l'Europa. Cambiano i nomi, cambiano le uniformi, cambiano le istituzioni. Resta la tentazione. Quella di pensare che il problema dell'Italia sia sempre il potere esterno che entra in casa nostra, e mai il fatto che, prima o poi, qualcuno lo abbia invitato.

Forse Ludovico il Moro non è stato il padre di questa tradizione. È stato soltanto uno dei suoi interpreti più sfortunati. Perché il vero vizio italiano non è chiamare lo straniero. È chiamarlo quando ci serve e maledirlo quando scopriamo che, una volta entrato, ha portato anche i propri interessi.

E allora la domanda finale non riguarda Ludovico il Moro, Carlo VIII o Bruxelles. Siamo davvero un popolo invaso dagli stranieri, oppure siamo semplicemente un popolo che, ogni volta che il proprio condominio va a fuoco, preferisce chiamare i pompieri da fuori invece di chiedersi chi abbia acceso il fiammifero?

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