martedì 20 ottobre 2026

La crisi abitativa: la casa è un diritto, ma la politica sembra averlo dimenticato

In Italia sta accadendo qualcosa di paradossale: puoi lavorare una vita, pagare le tasse, contribuire alla ricchezza di una città e ritrovarti comunque senza la possibilità di viverci. Perché la casa, da luogo in cui costruire la propria esistenza, si sta trasformando sempre più in uno strumento per produrre rendita. E chi non possiede un patrimonio, chi vive del proprio stipendio, chi vorrebbe mettere su famiglia, rischia di essere espulso dai quartieri in cui ha sempre vissuto.

I centri storici si riempiono di appartamenti destinati ai turisti, le locazioni brevi diventano un'alternativa economicamente allettante e gli affitti ordinari si allontanano dalle possibilità di tante famiglie. Intanto, chi non riesce più a pagare deve cercare casa altrove: in periferia, nei comuni limitrofi, in luoghi sempre più distanti dal lavoro e dai servizi.



E la politica? Parla di natalità, di giovani, di famiglie e di rilancio delle città, ma troppo spesso lascia senza una risposta concreta la domanda più elementare: dove potranno abitare, domani, le persone che oggi mandano avanti questo Paese?

È da questa contraddizione che dobbiamo partire. Perché non siamo soltanto davanti a una crisi del mercato immobiliare: siamo davanti a una questione di giustizia sociale.


Dall'equo canone al mercato senza risposte

Per comprendere come siamo arrivati a questo punto, dobbiamo tornare alla legge n. 392 del 1978, la cosiddetta legge sull'equo canone, che introdusse criteri regolati per la determinazione degli affitti. Quel sistema è stato progressivamente superato, fino alla legge n. 431 del 1998, che ha consolidato il contratto a canone libero, generalmente della durata di quattro anni più quattro, affiancandolo al canone concordato.

La trasformazione ha modificato profondamente il mercato delle locazioni. La maggiore libertà nella determinazione dei canoni ha convissuto con un'offerta abitativa che, in molte aree, non è riuscita a rispondere adeguatamente alla domanda di alloggi accessibili.

Il canone concordato rappresenta uno strumento utile, ma non può risolvere da solo il problema quando gli appartamenti disponibili sono insufficienti rispetto alle necessità delle famiglie.

Nel frattempo, il mercato immobiliare ha assunto nuove caratteristiche. Alla locazione tradizionale si sono affiancati gli affitti brevi turistici, le locazioni transitorie e le strutture ricettive come i B&B. Fenomeni diversi, con regole differenti, ma spesso in competizione per lo stesso patrimonio immobiliare.


Quando la casa rende più da turisti che da residenti

Il turismo non è un nemico, così come non lo è il proprietario che cerca legittimamente di valorizzare il proprio immobile. Il problema nasce quando la maggiore redditività di un utilizzo temporaneo rende meno conveniente affittare una casa a chi intende viverci stabilmente.

In determinate zone, soprattutto nei centri storici e nelle città a forte attrattività turistica, questa competizione può contribuire a ridurre l'offerta residenziale e a esercitare pressioni sui canoni.

Non possiamo attribuire agli affitti brevi ogni responsabilità della crisi abitativa: incidono anche la crescita dei prezzi immobiliari, la concentrazione delle opportunità lavorative, la scarsità di alloggi pubblici e sociali e l'insufficienza dei redditi rispetto al costo della vita. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare gli effetti che la concentrazione delle locazioni turistiche può produrre nei quartieri più esposti.

Quando una casa rende di più ospitando turisti per pochi giorni che accogliendo una famiglia per anni, chi difende il diritto di quella famiglia a restare nella propria città?

Questa è la domanda che dovremmo rivolgere alla politica. Perché una città può prosperare economicamente e, nello stesso tempo, diventare sempre meno abitabile per chi la tiene in vita ogni giorno.

I centri storici rischiano così di trasformarsi in vetrine per visitatori temporanei, perdendo una parte della loro funzione residenziale. Le strade rimangono animate, gli esercizi commerciali continuano a lavorare, gli immobili producono reddito. Ma dietro questa apparente vitalità può nascondersi una progressiva perdita di comunità.


L'espulsione silenziosa degli inquilini storici

Pensiamo a una famiglia che abita da vent'anni nello stesso quartiere. I figli frequentano le scuole della zona, i genitori lavorano in città, le relazioni sociali si sono consolidate nel tempo. Quella casa non è soltanto un immobile: è il centro di una rete di rapporti, abitudini e sicurezze.

Quando il contratto termina legittimamente o le condizioni economiche rendono impossibile proseguire la locazione, quella famiglia deve cercare un'altra sistemazione. Se i canoni della zona sono diventati inaccessibili, le alternative possono essere molto limitate.

Non sempre si tratta di una scelta. Spesso è una necessità economica.

Le famiglie si spostano verso le periferie, i comuni limitrofi o i centri abitati meno costosi. Si allontanano dalle scuole, dai servizi, dalle reti familiari e dai luoghi di lavoro. Devono affrontare maggiori spese di trasporto, tempi di percorrenza più lunghi e, talvolta, la necessità di utilizzare un'automobile.

Si produce così un paradosso: il lavoratore che non può più permettersi di abitare vicino al posto di lavoro è costretto a spostarsi ogni giorno, sostenendo costi aggiuntivi proprio per continuare a svolgere la propria attività.

La città trattiene il lavoratore, ma rischia di espellere il residente.

Questa trasformazione non riguarda soltanto il benessere individuale. Può indebolire i legami sociali, modificare la composizione dei quartieri e aumentare la pressione sui trasporti. E non sono soltanto i residenti a perderci: una città che espelle chi la abita rischia di smarrire una parte della propria identità.


La casa e la nuova disuguaglianza sociale

La crisi abitativa colpisce soprattutto chi non dispone di un patrimonio immobiliare: giovani, lavoratori con redditi medio-bassi, famiglie numerose e persone che devono trasferirsi per ragioni professionali.

I dati ISTAT sulla povertà relativi al 2024 mostrano la gravità della situazione. La povertà assoluta interessava il 22,1% delle famiglie in affitto, contro il 4,7% delle famiglie proprietarie della casa in cui vivevano. Tra le famiglie in affitto con figli minorenni, l'incidenza raggiungeva il 32,3%.

Questi numeri non dimostrano che l'affitto sia l'unica causa della povertà, ma evidenziano quanto sia fragile la condizione di chi deve sostenere ogni mese il costo dell'abitazione senza disporre di un patrimonio proprio.

Due famiglie con redditi simili possono trovarsi in condizioni economiche molto differenti: una vive in una casa di proprietà, l'altra deve destinare una quota consistente del proprio stipendio al canone. La prima può risparmiare e affrontare più facilmente gli imprevisti; la seconda rischia di vedere eroso il proprio reddito disponibile.

Il problema diventa ancora più evidente quando si parla di giovani e natalità. Si invitano le persone a costruire una famiglia, a mettere al mondo figli e a investire nel futuro, ma si trascura una condizione essenziale: avere un'abitazione adeguata a un costo sostenibile.

Come può una giovane coppia progettare serenamente il proprio futuro se il canone assorbe una parte sproporzionata delle entrate? Come può una famiglia affrontare la nascita di un figlio se deve già lottare per mantenere un tetto sopra la testa?

La casa non risolve tutti i problemi sociali, ma la sua assenza o precarietà può renderli enormemente più difficili da affrontare.


Edilizia popolare: dov'è la risposta pubblica?

Per chi non può acquistare un immobile e non riesce a sostenere i canoni di mercato, l'edilizia residenziale pubblica e sociale rappresenta una risorsa fondamentale. Eppure, in molte realtà, l'offerta disponibile non basta a soddisfare il fabbisogno, mentre le graduatorie si allungano e gli alloggi che necessitano di manutenzione possono rimanere inutilizzati.

Non tutte le amministrazioni locali hanno abbandonato l'edilizia pubblica, e le situazioni sono diverse da città a città. Ma il problema è nazionale e richiede una strategia continuativa, non interventi occasionali destinati a inseguire l'emergenza.

Occorre recuperare gli alloggi pubblici inutilizzati, accelerare le manutenzioni, ampliare l'offerta di edilizia sociale e favorire le locazioni stabili a canoni sostenibili. Occorre inoltre coordinare le politiche abitative con i trasporti, i servizi e la pianificazione urbana, perché una casa accessibile ma isolata da ogni opportunità può trasformarsi in un'altra forma di esclusione.

Non basta annunciare nuovi programmi: bisogna verificare quanti alloggi vengono effettivamente recuperati, quante famiglie riescono a ottenere un'abitazione e quali risorse vengono destinate a questi obiettivi.

Un alloggio pubblico che esiste sulla carta, ma resta inagibile, non risolve l'emergenza di una famiglia in graduatoria.


Figli e figliastri: le responsabilità della politica

È qui che emerge la responsabilità più evidente delle istituzioni.

Le amministrazioni investono nella promozione turistica, nella riqualificazione urbana e nell'attrattività commerciale. Sono obiettivi legittimi, capaci di generare lavoro e ricchezza. Ma se queste politiche non sono accompagnate da interventi adeguati per garantire la permanenza dei residenti, il rischio è quello di valorizzare il territorio senza tutelare chi lo abita.

Non si tratta di contrapporre turisti e cittadini, né di negare ai proprietari la possibilità di utilizzare legittimamente i propri immobili. Si tratta di riconoscere che il mercato, da solo, non sempre garantisce un equilibrio tra redditività economica e bisogni sociali.

La politica dovrebbe governare questa tensione: monitorare gli effetti della concentrazione delle locazioni turistiche, utilizzare gli strumenti normativi disponibili, incentivare gli affitti residenziali e rafforzare l'edilizia pubblica e sociale.

Eppure, troppo spesso, manca una risposta complessiva, capace di affrontare insieme il costo degli affitti, l'insufficienza dell'offerta abitativa e le difficoltà delle famiglie.

L'assenza politica non consiste necessariamente nella mancanza assoluta di provvedimenti, ma nell'incapacità di trasformare le misure episodiche in una strategia concreta, verificabile e duratura.

Si parla di famiglie, ma si trascura il costo di mettere su casa. Si parla di giovani, ma si ignora quanto sia difficile per loro diventare autonomi. Si celebra il turismo, ma non sempre ci si domanda quale spazio rimanga per chi lavora e vive nei territori interessati.

Una città non può considerare prioritario il valore dei propri immobili e secondaria la possibilità delle persone di continuare ad abitarla.


A chi appartiene davvero la città?

Il problema non è il singolo proprietario, il turista o chi gestisce correttamente una struttura ricettiva. Il problema è un sistema nel quale la convenienza privata, le trasformazioni del mercato e l'insufficienza delle politiche pubbliche possono sommarsi, lasciando senza una risposta adeguata chi ha bisogno di una casa per vivere.

Una città non è soltanto un insieme di immobili da valorizzare, attività commerciali da incentivare e visitatori da accogliere. È una comunità di persone che lavorano, studiano, crescono i figli, assistono gli anziani e contribuiscono alla vita collettiva.

Se la politica promuove il territorio, ma non si preoccupa di chi potrà ancora abitarlo, finisce per privilegiare la valorizzazione economica rispetto alla funzione sociale della città.

Se celebra la famiglia, ma trascura il costo dell'abitazione, rischia di rendere sempre più difficile realizzare proprio quei progetti di vita che dichiara di voler sostenere.

Non possiamo pretendere che ogni problema sia risolto dallo Stato o dai Comuni. Ma possiamo pretendere che le istituzioni riconoscano la portata della crisi e mettano in campo politiche proporzionate alla sua gravità.

Perché una società nella quale chi possiede una casa può consolidare la propria sicurezza economica, mentre chi vive in affitto rischia di impoverirsi per pagare il diritto di abitare, è una società nella quale le disuguaglianze si riproducono anche attraverso il luogo in cui si vive.

E allora torniamo alla domanda iniziale: a chi appartiene davvero la città? A chi può permettersi di comprarne o affittarne gli spazi, oppure anche a chi ogni giorno la manda avanti con il proprio lavoro?

La casa non è un lusso, né una concessione benevola del mercato. È una condizione essenziale della dignità umana e della partecipazione alla vita sociale.

Quando il diritto di abitare viene subordinato sempre più alla capacità di pagare, mentre le istituzioni non riescono a garantire alternative accessibili, non siamo di fronte soltanto a un mercato immobiliare in difficoltà. Siamo di fronte a una questione di giustizia sociale.

Ed è proprio questo il nuovo capitolo del nostro Bestiario: la politica che parla di città, famiglie e futuro, ma rischia di dimenticare la cosa più elementare di tutte: senza una casa accessibile, non c'è futuro per chi non può permettersi di comprarlo.

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