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venerdì 16 ottobre 2026

Il Ragno Barone: quando il merito diventa un affare di famiglia

Una specie protetta, ma non dal WWF

In Italia esistono categorie professionali che, quando qualcuno osa mettere in discussione i privilegi di cui godono, reagiscono come animali disturbati nel proprio habitat. Tassisti, concessionari balneari, corporazioni di ogni genere: basta pronunciare parole come concorrenza, liberalizzazione o riforma perché si sollevino barricate, si invochino diritti acquisiti e si chieda di proteggere un'intera categoria dalle insidie del mercato.

Alcune battaglie vengono vinte, altre perse. Il mondo cambia, le tecnologie avanzano, nuovi concorrenti si affacciano sul mercato e persino le corporazioni più resistenti, prima o poi, devono fare i conti con la realtà.

Esiste però una specie che sembra abitare un ecosistema particolarmente protetto: il barone universitario.

Non parliamo naturalmente del professore che studia, insegna, pubblica ricerche serie e contribuisce al progresso della conoscenza. Quella è una figura preziosa, senza la quale una società moderna non potrebbe sopravvivere. Parliamo di un'altra creatura: il professionista del potere accademico, colui che ha imparato a trasformare l'autorevolezza scientifica in influenza personale, l'influenza personale in controllo delle opportunità e il controllo delle opportunità in uno strumento di perpetuazione del proprio ambiente.

Il suo habitat naturale è il dipartimento. Il suo territorio è l'ateneo. Il suo linguaggio è quello del merito, della qualità scientifica e dell'eccellenza. La sua abilità più sofisticata consiste nel riuscire, talvolta, a far coincidere tutte queste nobili parole con gli interessi della propria rete di relazioni.

Il Ragno Barone non ha bisogno di divorare pubblicamente i concorrenti. Gli basta tessere la tela.


La trasmissione ereditaria del genio

In natura, alcune caratteristiche si trasmettono attraverso la riproduzione. Nel mondo accademico, invece, il talento dovrebbe essere riconosciuto attraverso lo studio, la ricerca, la capacità di insegnare e i risultati conseguiti.

Dovrebbe.

Perché quando in un'università compaiono cognomi ricorrenti, coniugi, figli, fratelli e altri familiari distribuiti tra cattedre, dipartimenti e incarichi, la domanda diventa inevitabile: siamo davanti a una straordinaria concentrazione ereditaria dell'intelligenza oppure esistono meccanismi che rendono più facile la carriera a chi appartiene alla cerchia giusta?

Naturalmente, due persone della stessa famiglia possono essere entrambe preparate. Un figlio può essere più brillante del padre, una moglie può superare professionalmente il marito, due fratelli possono eccellere indipendentemente l'uno dall'altro. Sarebbe assurdo sostenere il contrario.

Il problema non è la parentela in sé. Il problema è il potere di condizionare le selezioni, l'indipendenza delle commissioni, la trasparenza delle procedure e la possibilità concreta che un candidato esterno venga valutato senza essere svantaggiato dalle relazioni che non possiede.

Quando la famiglia diventa una rete di protezione professionale, il cognome rischia di funzionare come una credenziale supplementare. Quando le relazioni personali si trasformano in corsie preferenziali, il merito può diventare la giustificazione formale di decisioni maturate altrove.

Ed ecco il miracolo zoologico: in certi ambienti sembra che il genio si manifesti con una frequenza sorprendente all'interno delle stesse genealogie.

Una fortuna genetica davvero straordinaria. Peccato che, per verificarla, sarebbe opportuno esaminare proprio quelle procedure di selezione che dovrebbero distinguere il talento autentico dal privilegio ereditato.


Il Ragno e la sua tela


Il barone universitario più abile non è necessariamente quello che favorisce apertamente un parente. Quello sarebbe un comportamento troppo evidente, quasi ingenuo.

Il vero potere consiste nella capacità di controllare una rete.

Un ambiente nel quale si distribuiscono incarichi, si costruiscono carriere, si selezionano candidati e si riconosce il prestigio scientifico può sviluppare relazioni di dipendenza molto più complesse di un semplice favore familiare. Un professore può sostenere un candidato, un collega può ricambiare in un'altra procedura, un gruppo può consolidare la propria influenza e una cerchia professionale può diventare progressivamente più impermeabile agli estranei.

Non occorre immaginare una regia centralizzata o un complotto nazionale. Bastano incentivi distorti, conflitti d'interesse non adeguatamente gestiti e una cultura nella quale il favore personale viene considerato più utile della competizione aperta.

Naturalmente, non ogni collaborazione tra colleghi è uno scambio di favori, né ogni rete scientifica è una consorteria. La ricerca richiede collaborazione, fiducia e continuità. Ma proprio perché queste relazioni sono indispensabili, occorrono regole capaci di impedire che si trasformino in strumenti di esclusione.

La tela del Ragno Barone è pericolosa quando chi vi si trova dentro la considera normale e chi ne rimane fuori non riesce nemmeno a capire quali regole debba seguire per entrarvi.

A quel punto il concorso pubblico rischia di diventare, nell'immaginario di chi vi partecipa, una rappresentazione teatrale: il bando è il copione, la commissione è la giuria e il candidato esterno è quello che scopre troppo tardi di non conoscere nessuno degli attori.

La questione fondamentale non è stabilire se ogni selezione sia manipolata. È garantire che nessuno possa ragionevolmente sospettare che la competenza sia soltanto una componente del risultato, mentre le relazioni personali ne costituiscono la variabile decisiva.


Il merito secondo chi distribuisce il merito

Qui il problema smette di essere una questione interna all'università e diventa una questione nazionale.

Un giovane può trascorrere anni a studiare, conseguire un dottorato, pubblicare ricerche, partecipare a progetti e costruire competenze specialistiche. Può fare tutto ciò che la società gli ha insegnato a fare per meritarsi un'opportunità.

Ma che cosa succede se percepisce che, per accedere a una carriera, non è sufficiente essere preparato? Che cosa succede se il suo percorso si arresta davanti a un sistema nel quale le relazioni contano più delle capacità, oppure se non dispone degli strumenti per distinguere una selezione rigorosa da una procedura condizionata?

Può insistere, tentare ancora, denunciare eventuali irregolarità. Oppure può abbandonare.

Può cercare un futuro altrove, trasferirsi all'estero, accettare un lavoro estraneo alla propria formazione. Può semplicemente concludere che il prezzo da pagare per entrare in quel mondo sia troppo alto.

Ogni volta che un sistema selettivo perde credibilità, il danno non riguarda soltanto chi non ottiene un posto. Riguarda anche chi rimane, gli studenti che saranno formati, i gruppi di ricerca che perdono competenze e la società che finanzia le istituzioni senza poter essere certa che le opportunità vengano distribuite nel modo più imparziale possibile.

Il paradosso è crudele: un'istituzione che dovrebbe individuare e valorizzare il talento rischia, quando i suoi meccanismi si deteriorano, di contribuire a disperderlo.

E chi paga il conto non è necessariamente chi siede al centro della tela.


Dalla cattedra alla stamperia

Il mondo universitario tradizionale non esaurisce il problema del valore dei titoli di studio. Accanto agli atenei storici si è sviluppato un settore telematico che offre opportunità reali a persone che lavorano, hanno responsabilità familiari o non possono frequentare un'università in presenza.

Sarebbe sbagliato liquidare queste istituzioni in blocco. La modalità di erogazione delle lezioni, da sola, non stabilisce la qualità di un percorso formativo. Un'università online può offrire un insegnamento serio; un'università tradizionale può avere le proprie carenze.

Il problema nasce quando la formazione rischia di essere subordinata alla vendita del prodotto finale: il titolo.

Le inchieste giudiziarie che hanno interessato alcuni ambienti universitari, comprese quelle relative a presunte irregolarità nelle iscrizioni, negli esami o nel riconoscimento dei crediti, impongono di interrogarsi sull'efficacia dei controlli. Le contestazioni investigative devono essere verificate nei procedimenti competenti e non possono diventare condanne generalizzate. Ma neppure sarebbe ragionevole ignorare le domande che sollevano.

Che cosa certifica una laurea? La capacità di affrontare un percorso di studio, acquisire conoscenze, sviluppare un metodo e dimostrare competenze verificabili. Se questi requisiti vengono indeboliti, il titolo rischia di conservare il proprio valore formale mentre perde parte del suo valore sostanziale.

E allora la metafora della stamperia diventa inevitabile.

Immaginiamo una società nella quale il cittadino comune debba dimostrare continuamente di essere competente, mentre le istituzioni incaricate di certificare la competenza non siano sempre in grado di garantire la medesima rigorosità. Da una parte c'è chi deve superare prove, sostenere spese, accettare sacrifici e competere. Dall'altra c'è il rischio che qualcuno possa beneficiare di procedure insufficientemente controllate o di sistemi che premiano il risultato commerciale più della qualità formativa.

Non sono fenomeni identici. Ma la domanda che li attraversa è la stessa: quanto vale un titolo quando la fiducia nel processo che lo produce viene meno?

La laurea non dovrebbe essere un pezzo di carta acquistato insieme a un servizio. Dovrebbe essere il riconoscimento verificabile di un percorso di formazione.

E il prestigio di un'università non dovrebbe costituire un lasciapassare che la esonera dal dimostrare la qualità del proprio lavoro.


Il privilegio più grande è non dover giustificare il privilegio

Torniamo al nostro Ragno Barone.

Il tassista deve confrontarsi con il mercato. Il concessionario balneare deve fare i conti con le regole sulle concessioni. Il professionista ordinario deve trovare clienti, dimostrare di essere competente e difendere la propria posizione attraverso i risultati.

Il professore universitario, invece, può godere di un'autorevolezza che deriva non soltanto dalla sua persona, ma anche dall'istituzione che rappresenta.

È un'autorevolezza legittima quando è sostenuta dal lavoro, dalla ricerca e dall'integrità. Diventa un problema quando viene utilizzata come scudo contro ogni critica, come se contestare un comportamento equivalesse a disprezzare la conoscenza.

La libertà accademica è indispensabile. La ricerca non può essere subordinata al potere politico, alle convenienze economiche o alle pressioni dell'opinione pubblica. Ma la libertà accademica non coincide con l'immunità dalle verifiche, e l'autonomia universitaria non può diventare un argomento per sottrarre le procedure alla trasparenza.

Anzi, quanto maggiore è il potere di un'istituzione nel determinare il futuro delle persone, tanto maggiore dovrebbe essere la sua responsabilità nel giustificare le proprie decisioni.

Il problema, dunque, non è che i professori universitari godano di prestigio. È che il prestigio possa essere scambiato per una prova sufficiente della correttezza di chi lo possiede.

Il problema non è che esistano famiglie di studiosi. È che le regole debbano impedire alle relazioni familiari di trasformarsi in vantaggi indebiti.

Il problema non è che le università abbiano autonomia. È che l'autonomia debba convivere con controlli credibili, valutazioni indipendenti e responsabilità pubbliche.

E il problema non è che esistano titoli di studio diversi o modalità di insegnamento differenti. È che il valore di un titolo non possa essere separato dalla serietà del percorso che lo ha prodotto.


La palla da bowling

Siamo arrivati al punto in cui possiamo smettere di contare i ragni, misurare le tele e catalogare i cognomi.

La questione decisiva non è quanti figli di professori siano diventati professori, quanti coniugi lavorino nello stesso ambiente o quanti casi giudiziari siano finiti sulle prime pagine. Questi elementi possono essere indizi, fatti da verificare o manifestazioni di problemi specifici. Non sono, da soli, una spiegazione universale.

La questione decisiva è un'altra.

Chi ha il compito di certificare il merito deve essere disposto a sottoporre al giudizio del merito anche se stesso.

Questa è la regola che dovrebbe valere per un'università, per un concorso pubblico, per una professione regolamentata e per qualsiasi istituzione che distribuisca opportunità in nome della competenza.

Se una categoria pretende di essere giudicata secondo criteri rigorosi quando valuta gli altri, non può invocare il prestigio della propria funzione quando arriva il momento di applicare quei criteri a se stessa.

Se un professore pretende che uno studente dimostri di conoscere la materia, deve accettare che la propria competenza e il proprio insegnamento siano sottoposti a valutazioni serie.

Se un'università pretende di selezionare i migliori, deve poter dimostrare che le procedure siano trasparenti e che i conflitti d'interesse siano gestiti in modo credibile.

Se un ateneo rilascia una laurea, deve garantire che quel titolo rappresenti una formazione reale, indipendentemente dal fatto che le lezioni si svolgano in un'aula tradizionale o attraverso uno schermo.

E se un professore denuncia la mediocrità del Paese, deve essere disposto a interrogarsi anche sulle istituzioni che contribuiscono a produrla.

Perché il privilegio più sofisticato non consiste necessariamente nell'ottenere un posto, un incarico o una promozione. Consiste nel trovarsi in una posizione dalla quale si può giudicare il merito degli altri senza essere sottoposti a un controllo altrettanto credibile.

Il Ragno Barone può continuare a tessere la propria tela finché il prestigio dell'istituzione viene confuso con l'infallibilità delle persone che la abitano.

Ma quando la società smette di confondere l'autorevolezza con l'immunità, la tela cambia significato. Non è più un simbolo di potere: diventa qualcosa che deve essere esaminato, verificato e, quando necessario, smantellato.

Ecco perché non dobbiamo chiedere meno università, meno cultura o meno libertà accademica.

Dobbiamo pretendere università migliori, maggiore trasparenza, selezioni credibili e istituzioni capaci di difendere il merito anche da chi pretende di rappresentarlo.

Il sapere non è una proprietà privata. Il prestigio non è un'eredità dinastica. E il merito non può essere una sentenza emessa da chi non accetta di essere giudicato.

Questa dovrebbe essere la regola per tutti.

Soprattutto per quelli che, dalla cattedra, insegnano agli altri come si rispettano le regole.

Perché nel Bestiario Italiano il Ragno Barone non è condannato per essere un professore, né per avere un figlio intelligente o una moglie competente.

È messo sotto osservazione quando usa, o quando il sistema gli permette di usare, il prestigio del sapere per proteggere un potere che dovrebbe essere sempre disposto a rendere conto di sé.

E allora diciamolo senza ipocrisie: un sistema accademico che consente a gruppi di potere di condizionare le carriere, che non riesce a impedire con sufficiente efficacia i favoritismi e che tollera zone d'ombra nella selezione dei propri membri tradisce la missione per cui esiste. Quando le relazioni personali prevalgono sulla competenza, quando il cognome pesa più dei risultati e quando il prestigio istituzionale diventa uno scudo contro le critiche, non siamo più davanti alla difesa della cultura. Siamo davanti alla degenerazione del potere.

A pagarne il prezzo sono i giovani ai quali si racconta che studiare, impegnarsi e dimostrare il proprio valore sia la strada per costruirsi un futuro. Sono quelli che partono, che rinunciano, che accettano di essere giudicati da regole alle quali non tutti sembrano sottoposti nello stesso modo. Sono le famiglie che investono nell'istruzione dei figli e i cittadini che finanziano istituzioni dalle quali hanno il diritto di pretendere risultati, integrità e responsabilità.

La mia accusa è questa: ogni volta che il potere accademico viene usato per proteggere interessi personali anziché il valore della conoscenza, l'università tradisce i suoi studenti, danneggia la società e compromette la propria credibilità. E chi occupa posizioni di responsabilità non può nascondersi dietro il prestigio della cattedra, la complessità delle procedure o la sacralità della libertà accademica. La libertà di insegnare e di fare ricerca è un diritto da difendere; il diritto di sottrarsi alla trasparenza non esiste.

Non mi interessa processare un'intera categoria, né dichiarare colpevole chi non è stato giudicato. Mi interessa denunciare un sistema ogni volta che i fatti dimostrano che il merito è stato subordinato al potere. Perché una cattedra non è un feudo, un'università non è un patrimonio familiare e una laurea non è un certificato di appartenenza a una corporazione.

Se qualcuno considera questa denuncia un attacco all'università, si chieda perché difendere l'università debba significare proteggere chi ne abusa. Il sapere non appartiene ai baroni. E il futuro dei giovani italiani non è una proprietà privata da trasmettere di generazione in generazione.

martedì 29 settembre 2026

Studia al Sud, lavora al Nord: il grande paradosso italiano

Il ragazzo parte con una valigia che non contiene soltanto vestiti. Dentro ci sono vent'anni di scuola, gli esami universitari, le tasse pagate, i sacrifici dei genitori, le ore passate sui libri mentre qualcun altro già lavorava. C'è una laurea che dovrebbe rappresentare il punto d'arrivo di un percorso e che invece, per molti giovani meridionali, rischia di diventare quasi un biglietto ferroviario.

Non sempre parte perché è disoccupato. Ed è questa la parte più interessante della storia. Parte perché il lavoro che cerca è a trecento, cinquecento, settecento chilometri da casa; perché la sua qualifica, identica sulla carta a quella di un ragazzo del Nord, può avere un valore completamente diverso a seconda del luogo nel quale prova a spenderla; perché davanti a lui non c'è necessariamente il deserto, ma qualche volta un mercato del lavoro semplicemente troppo piccolo, troppo affollato o troppo poco disposto a trasformare la sua formazione in una possibilità concreta.

E allora accade qualcosa di straordinario: il Mezzogiorno sostiene una parte del costo della formazione, il giovane studia al Sud e il Nord, spesso, ne raccoglie il frutto.

Non è una storia di buoni e cattivi e non è nemmeno la solita favola del Sud arretrato contrapposto al Nord virtuoso. È qualcosa di più scomodo: la storia di un Paese nel quale il luogo in cui una persona viene formata e quello in cui riesce a costruire la propria vita stanno diventando sempre più spesso due luoghi diversi. Quando questa storia si ripete per migliaia di persone, non è più soltanto una storia personale: diventa demografia, economia, politica del territorio.

Diventa, soprattutto, una domanda alla quale l'Italia continua a rispondere con troppa facilità: se formiamo i nostri giovani perché poi debbano andare a lavorare altrove, chi stiamo formando davvero?



Il vecchio emigrante non esiste più

Per molto tempo abbiamo raccontato l'emigrazione meridionale attraverso un'immagine precisa: il ragazzo senza lavoro che prendeva il treno verso il Nord, la valigia di cartone, la fabbrica, il dormitorio, la grande città industriale. Era un'immagine reale, ma oggi non basta più.

Una parte importante della nuova emigrazione meridionale è composta da persone istruite, laureate, professionalizzate. Non sono necessariamente persone che non hanno trovato nulla: sono persone che, dopo aver studiato, confrontano ciò che il territorio di origine può offrire con ciò che possono trovare altrove.

E questa differenza cambia completamente la natura del fenomeno. Secondo i dati ISTAT più recenti, tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso circa 150 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni: circa 122 mila si sono trasferiti verso il Centro-Nord e altri 28 mila hanno scelto l'estero. La Campania rappresenta una quota particolarmente rilevante dei flussi meridionali diretti verso il Centro-Nord.

Non stiamo dunque parlando soltanto di persone che cercano un qualsiasi lavoro, ma anche di persone che cercano il lavoro corrispondente alla persona che sono diventate dopo anni di formazione.


La Campania perde popolazione, ma soprattutto perde futuro

La fotografia demografica della Campania è ormai difficile da ignorare. La popolazione regionale è passata da 5.593.906 abitanti alla fine del 2023 a 5.582.337 alla fine del 2024. Nel solo 2024 il saldo migratorio interno è stato negativo per 18.460 persone, mentre il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e morti, è stato negativo per altre 15.436. L'immigrazione dall'estero attenua il fenomeno, ma non lo annulla.

Nel 2025 il saldo migratorio interno campano è rimasto negativo, intorno alle 17 mila unità.

Questi numeri, presi da soli, raccontano una regione che perde abitanti. Ma i numeri demografici hanno un difetto: non raccontano mai chi se ne va. Quando a partire sono soprattutto persone giovani, il problema non è semplicemente che una regione diventa meno popolosa: diventa più vecchia. E quando partono persone altamente istruite, il territorio perde contemporaneamente popolazione e capitale umano.

È una doppia sottrazione.


Il laureato campano e la geografia della laurea

La laurea non garantisce automaticamente che il lavoro venga trovato vicino a casa. Una persona può possedere un titolo perfettamente spendibile sul mercato nazionale e scoprire che la sua spendibilità concreta cambia radicalmente a seconda della regione.

I dati SVIMEZ sui laureati formati nelle università campane mostrano bene questo fenomeno: tre anni dopo la laurea, circa il 65% risulta occupato nel Mezzogiorno, mentre una quota significativa lavora nel Centro-Nord — circa il 12,5% nel Nord-Ovest, il 6,2% nel Nord-Est e il 13,5% nel Centro — oltre a una piccola quota all'estero.

In altre parole, circa un laureato campano su tre, tre anni dopo la laurea, lavora fuori dal Mezzogiorno.

Questo dato non dimostra che tutti siano partiti perché «al Sud non c'è lavoro», e sarebbe una semplificazione sostenerlo. Qualcuno avrà trovato un salario migliore, qualcuno una grande azienda, qualcuno un percorso professionale più interessante e qualcuno sarà semplicemente partito perché nel proprio settore le opportunità erano più numerose altrove. La parola «fuga», quindi, rischia di mettere insieme fenomeni diversi.


Non esiste una sola emigrazione

C'è chi parte perché non trova lavoro, chi fugge dal sottoutilizzo del proprio titolo — un'occupazione precaria, poco pagata o distante dalle competenze acquisite — e chi invece si sposta perché, pur lavorando, ritiene che altrove esistano opportunità migliori. C'è poi una quarta forma, forse la più interessante di tutte: il lavoro esiste, ma non nel luogo in cui vive il lavoratore.

È qui che la geografia diventa protagonista. Un titolo di studio può essere nazionale, mentre il mercato del lavoro continua ad avere una fortissima dimensione territoriale. La stessa competenza può essere scarsamente richiesta in una provincia e molto ricercata a cinquecento chilometri di distanza.


La scuola è l'esempio perfetto

La scuola italiana mostra questo meccanismo in maniera quasi brutale. Nel Mezzogiorno esiste una forte concentrazione di aspiranti docenti e, contemporaneamente, in diverse aree del Centro-Nord emergono difficoltà nel reperire insegnanti per determinate discipline e segmenti scolastici.

Il risultato è apparentemente assurdo: la stessa abilitazione, lo stesso titolo e la stessa persona possono avere possibilità professionali molto diverse a seconda della regione nella quale cercano di utilizzarli. La qualifica è nazionale, il posto è territoriale.

Per questo la scuola costituisce uno dei casi più evidenti di come la mobilità meridionale non possa essere spiegata soltanto con la parola «disoccupazione». Nel 2026, secondo dati riportati sulla mobilità interregionale dei docenti, oltre 53 mila insegnanti meridionali hanno presentato domanda di mobilità verso altre regioni e circa 28.600 hanno ottenuto il trasferimento. Il dato va letto come fotografia della mobilità scolastica e non come misura dell'intera emigrazione meridionale, ma il meccanismo è evidente: una persona può essere perfettamente qualificata e contemporaneamente trovarsi dalla parte sbagliata della mappa.

E allora parte.


Il problema non sono soltanto i titoli di studio

Qui bisognerebbe evitare un'altra semplificazione molto diffusa: «al Sud ci sono troppi laureati». Troppi rispetto a cosa? Rispetto alla popolazione, alle imprese, ai posti pubblici, alla struttura produttiva o alle competenze effettivamente richieste?

La domanda corretta è se esista una sufficiente corrispondenza tra ciò che il sistema educativo produce, ciò che le imprese chiedono e ciò che il territorio è in grado di assorbire.

Le previsioni Excelsior per la Campania nel quinquennio 2025-2029 indicano un fabbisogno complessivo di centinaia di migliaia di lavoratori, con richieste distribuite tra servizi alle persone, servizi alle imprese, commercio, industria, costruzioni, pubblica amministrazione, turismo e agricoltura. Tra i percorsi di istruzione terziaria maggiormente richiesti compaiono economia, insegnamento e formazione, sanità e ingegneria.

La realtà è quindi molto più complicata della formula «laureati senza lavoro». Il territorio ha bisogno di competenze, ma non necessariamente di tutte le competenze nello stesso momento, nello stesso luogo e nella stessa quantità.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso.


La laurea non è inutile. Può essere semplicemente lontana

Un ragazzo può studiare economia in Campania e trovare lavoro. Ma se a Milano incontra decine di aziende che cercano il suo profilo e nella sua provincia ne trova poche, la scelta di partire non nasce necessariamente dalla disperazione: nasce dalla dimensione del mercato.

Un ingegnere può trovare un impiego in Campania, ma scoprire che il settore industriale nel quale vuole specializzarsi è molto più sviluppato in Emilia-Romagna, Lombardia o Veneto. Un informatico può lavorare da remoto, ma può anche scegliere di vivere vicino alle aziende e alle reti professionali nelle quali si concentrano le opportunità. Un aspirante insegnante può trovarsi davanti a graduatorie affollate al Sud e incarichi più facilmente accessibili in alcune aree settentrionali.

La geografia continua dunque a contare anche nell'epoca di Internet. Anzi, in alcuni casi conta proprio perché le competenze sono diventate più mobili.


Il vero costo dell'emigrazione

Quando parte un disoccupato, il territorio perde un lavoratore. Quando parte un laureato, perde anche una parte dell'investimento formativo compiuto negli anni precedenti. Ma il costo più grande arriva dopo.

Quel giovane potrebbe diventare un lavoratore stabile, una coppia, un genitore, un contribuente, un consumatore, un professionista, un imprenditore, un insegnante, un amministratore, un volontario. Potrebbe costruire una famiglia e comprare una casa; potrebbe contribuire alla vita del paese nel quale è cresciuto.

Quando parte, tutte queste possibilità si spostano altrove.

È per questo che l'emigrazione giovanile non è soltanto un problema del mercato del lavoro: è un problema demografico. Meno giovani significano meno famiglie; meno famiglie significano meno nascite; meno nascite significano una popolazione più anziana. Una popolazione più anziana modifica la domanda di servizi e riduce progressivamente la disponibilità futura di forza lavoro, mentre un mercato del lavoro più piccolo può offrire meno possibilità di specializzazione.

Così il fenomeno rischia di alimentarsi da solo: il giovane parte perché le opportunità sono altrove, e le opportunità rimangono altrove anche perché i giovani sono partiti.


Il capitale che non compare nei bilanci

C'è poi qualcosa che le statistiche economiche fanno fatica a misurare: il capitale relazionale.

Un territorio non è soltanto un insieme di aziende, ma una rete di famiglie, amicizie, professionisti, associazioni, istituzioni, scuole e università. Per qualcuno questa rete rende possibile restare; per qualcun altro, invece, l'assenza di una rete sufficientemente forte rende più conveniente seguire il mercato del lavoro.

E qui il fenomeno diventa ancora più ingiusto nella percezione di chi lo vive, perché due giovani con la stessa laurea possono trovarsi davanti a due Italie diverse. Uno ha una famiglia che può aiutarlo, una casa disponibile, una rete di conoscenze e un'opportunità locale; l'altro ha soprattutto il proprio titolo di studio. Il primo può permettersi di aspettare, il secondo può dover partire.

Così quella che nelle statistiche appare come una libera scelta di mobilità può essere, nella vita concreta, il risultato di una distribuzione molto diversa delle risorse economiche e relazionali.


Non bisogna trattenere i giovani. Bisogna dare loro una ragione per restare

C'è però un punto sul quale sarebbe sbagliato cadere nella retorica. Un giovane non ha il dovere di restare nel luogo in cui è nato e non deve sacrificare il proprio futuro per migliorare il saldo demografico della propria regione. Se a Bologna, Milano, Torino o Padova trova ciò che cerca, può essere perfettamente razionale che parta.

Il problema nasce quando partire diventa l'unico modo sistematico per trasformare la propria formazione in una vita professionale soddisfacente.

Un territorio sano non dovrebbe impedire ai propri giovani di partire, ma metterli nella condizione di poter scegliere se partire.

La differenza sembra sottile, ma non lo è.

Partire perché si vuole è mobilità. Partire perché altrimenti non si può costruire la propria vita è un'altra cosa.

E forse è proprio qui che si trova il cuore del problema meridionale: non nella fuga, ma nella mancanza di scelta.


Alla fine arriva il treno

Forse il problema non è che il Sud faccia partire i suoi giovani. Il problema è che, troppo spesso, li fa partire proprio quando ha finito di formarli.

Per vent'anni una famiglia accompagna un figlio attraverso la scuola, sostenendo libri, trasporti, università, affitti e sacrifici. Il territorio costruisce scuole e università, lo Stato finanzia una parte di quel percorso e poi arriva il momento in cui quella persona dovrebbe restituire qualcosa al luogo dal quale proviene: lavorare, consumare, costruire una famiglia, pagare imposte, partecipare alla vita della comunità.

Ed è proprio allora che arriva il treno.

Non sempre è un treno della disperazione. A volte è un treno della speranza. Ed è questo che rende il fenomeno ancora più difficile da raccontare: non puoi convincere un giovane a restare se per lui partire significa semplicemente avere una vita professionale migliore. Non puoi chiamare «fuga dei cervelli» ogni scelta di mobilità e non puoi pretendere che l'amore per il proprio territorio sostituisca uno stipendio, una carriera o un posto di lavoro.

Ma un Paese dovrebbe interrogarsi quando la libertà di scegliere diventa, per intere generazioni, una libertà esercitabile soprattutto lontano da casa.

Perché alla fine il conto non arriva soltanto nelle statistiche dell'emigrazione. Arriva nei paesi con le scuole che chiudono, nelle culle vuote, nelle case abitate da anziani mentre i figli vivono a centinaia di chilometri, nei piccoli negozi che perdono clienti, nelle associazioni che perdono volontari e nelle comunità che invecchiano senza ricambio.

Il paradosso italiano può allora essere raccontato con una frase molto semplice: il Sud non è soltanto il luogo dal quale si parte per trovare un lavoro. È sempre più spesso il luogo nel quale si studia per poter lavorare altrove.

E questa è una differenza enorme. Perché quando emigra un disoccupato, perdi un lavoratore. Quando emigra un giovane formato, perdi anche una parte del futuro.

Il punto, però, non è chiedere ai giovani di restare. È chiedere alla politica perché, dopo decenni di interventi sul Mezzogiorno, la scelta di restare continui così spesso a costare una rinuncia professionale.

La libertà di movimento è un diritto e la mobilità può essere una risorsa. Ma una politica territoriale non dovrebbe limitarsi a finanziare la formazione di persone che poi il mercato più forte attirerà altrove; dovrebbe interrogarsi su come trasformare quella formazione in imprese, lavoro qualificato, ricerca, servizi, carriere e possibilità di vita anche nei territori che oggi perdono popolazione.

Non basta dunque dire ai giovani «resta». Bisogna costruire le condizioni perché possano rispondere «resto perché ne vale la pena».

Ed è qui che il problema dell'emigrazione diventa un problema politico nel senso più concreto del termine: chi decide dove si concentrano le opportunità decide anche, almeno in parte, dove le persone potranno costruire il proprio futuro.

Il Sud non sta semplicemente esportando persone. Sta esportando possibilità.

E se questa dinamica diventa strutturale, la domanda non è più soltanto perché i giovani partano.

La domanda politica diventa molto più dura:

che cosa deve cambiare perché, per una generazione, restare possa tornare a essere una scelta e non una rinuncia?

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