Visualizzazione post con etichetta elettorato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elettorato. Mostra tutti i post

venerdì 25 settembre 2026

La superiorità morale non passa dalle urne

Dalla questione morale alla presunta inferiorità dell'elettore

C'è una curiosa contraddizione nella politica italiana contemporanea. Una parte della sinistra continua a considerarsi la principale depositaria della legalità, del senso civico, della cultura e della solidarietà. Eppure, proprio nei territori nei quali governa da decenni, non sempre riesce a trasformare questa presunta superiorità morale in una maggioranza politica autosufficiente. Per vincere deve spesso costruire coalizioni molto larghe, nelle quali convivono progressisti, riformisti, ambientalisti, civici, centristi, moderati e pezzi di tradizioni politiche che hanno ben poco a che vedere con la vecchia cultura comunista. Non è una contraddizione necessariamente patologica: le coalizioni fanno parte della democrazia. Ma diventa interessante quando si confronta questa realtà con una narrazione politica che per decenni ha rappresentato il proprio campo come quello della maggiore moralità pubblica.

La questione morale italiana ha del resto una storia seria, che non dovrebbe essere banalizzata. Nel 1981 Enrico Berlinguer denunciava la degenerazione dei partiti e soprattutto la loro occupazione delle istituzioni. La sua critica non riguardava semplicemente il politico che prende una tangente: riguardava il rapporto patologico fra partiti, Stato, enti pubblici, banche, aziende, amministrazioni e potere. Berlinguer denunciava un sistema nel quale i partiti rischiavano di diventare federazioni di correnti e camarille, utilizzando le istituzioni come strumenti della propria riproduzione. Era una critica alla struttura del potere, non una teoria sull'inferiorità morale degli elettori degli altri partiti. Ed è importante ricordarlo, perché la successiva evoluzione della questione morale ha prodotto qualcosa di molto diverso.


Tangentopoli e la costruzione della diversità

Con Tangentopoli il sistema della Prima Repubblica viene travolto. Le inchieste giudiziarie colpiscono soprattutto i partiti che avevano costituito per decenni l'ossatura del governo nazionale e contribuiscono alla dissoluzione della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista e degli altri partiti del pentapartito. Il mondo comunista, trasformato nel frattempo in PDS, entra nella Seconda Repubblica in una posizione particolare: non è identificato nella stessa misura con il sistema di governo che Mani Pulite sta demolendo e può quindi conservare una parte importante di quella diversità politica e morale che Berlinguer aveva rivendicato anni prima. Non significa che il mondo comunista fosse immune da ogni illecito o da ogni rapporto ambiguo con il potere; significa che il terremoto giudiziario produce anche un enorme effetto di redistribuzione della legittimità politica.

Poi arriva Berlusconi e la questione morale assume una nuova forma. La contrapposizione non è più soltanto quella fra comunisti e democristiani o socialisti. Diventa progressivamente quella fra il centrosinistra, rappresentato come difesa delle istituzioni e della legalità, e il berlusconismo, rappresentato dai suoi avversari come intreccio fra politica, interessi economici, conflitto d'interessi, condoni, rapporti opachi e, in alcuni casi, vicinanze con ambienti criminali. Le singole vicende hanno naturalmente avuto natura e sviluppi giudiziari differenti e non possono essere messe tutte nello stesso calderone. Ma sul piano culturale il risultato è stato molto forte: la legalità è diventata una componente centrale dell'identità politica della sinistra italiana e, parallelamente, una parte del centrodestra è stata rappresentata come il campo della deroga, dell'eccezione, del privilegio e dell'interesse particolare.

Fin qui, nulla di necessariamente illegittimo. Una forza politica ha tutto il diritto di rivendicare la propria idea di legalità e di denunciare le condotte che ritiene incompatibili con lo Stato di diritto. Il problema nasce quando da questa rivendicazione si compie un salto ulteriore: quando non ci si limita più a giudicare comportamenti, amministrazioni o politici, ma si comincia a giudicare moralmente l'elettorato che vota dall'altra parte.



L'elettore che non arriva oltre lo zerbino

Nasce così una figura quasi letteraria: l'elettore di destra ignorante, poco istruito, funzionalmente analfabeta, individualista, egoista, incapace di comprendere la complessità del mondo, interessato soltanto alla propria casa, al proprio portafoglio e ai propri interessi immediati. L'elettore di sinistra, al contrario, viene rappresentato come più colto, informato, empatico, altruista, sensibile ai problemi degli ultimi e dotato di maggiore senso civico. Non è sempre detto esplicitamente, naturalmente. Spesso è una rappresentazione implicita, disseminata nel modo in cui vengono interpretati i risultati elettorali.

È una rappresentazione rassicurante, perché consente di spiegare facilmente una sconfitta: se gli altri hanno votato diversamente, non è necessariamente perché abbiano interessi differenti, valori differenti o una diversa interpretazione della realtà. Potrebbero semplicemente non aver capito. Se hanno capito e votano comunque diversamente, allora forse sono egoisti. Se sono egoisti, è comprensibile che votino a destra. Il ragionamento si chiude perfettamente su se stesso.

Ma c'è un problema: istruzione, intelligenza, cultura, senso civico, altruismo ed empatia non sono la stessa cosa. Un titolo di studio può descrivere un percorso educativo, non certificare la moralità di una persona. Una persona istruita può essere opportunista; una persona con pochi studi può possedere un fortissimo senso della comunità. Un cittadino può essere individualista nelle proprie convinzioni economiche e contemporaneamente essere un padre, una madre, un vicino, un volontario o una persona che dedica una parte della propria vita agli altri. Non esiste una tessera elettorale che trasformi automaticamente una preferenza politica in una virtù.

E qui c'è persino un paradosso storico per una sinistra che affonda le proprie radici nel movimento operaio. Il vecchio PCI non era il partito dei laureati e delle élite culturali. Era anche il partito degli operai, dei contadini, dei braccianti, degli emigranti interni, delle persone che avevano avuto meno accesso all'istruzione e alla cultura. Una delle sue ambizioni storiche era proprio quella di trasformare persone escluse dai circuiti culturali ed economici dominanti in cittadini consapevoli e politicamente partecipi. Sarebbe quindi curioso che l'erede di quella tradizione arrivasse a utilizzare il basso livello di istruzione come spiegazione della presunta inferiorità politica di una parte dell'elettorato.


La questione morale e l'immagine di una cleptocrazia

La narrazione della questione morale produce poi un altro effetto. Se per decenni si racconta che una parte politica è quella della legalità mentre l'altra è quella degli interessi privati, dei corrotti, degli evasori, dei condoni, delle clientele e delle connivenze, nell'immaginario collettivo si può finire per costruire la rappresentazione di un Paese governato quasi da una cleptocrazia: una classe politica che utilizza sistematicamente le istituzioni per appropriarsi delle risorse pubbliche, favorire gli amici, proteggere gli interessi privati e mantenere rapporti più o meno opachi con il potere economico e criminale.

La parola è forte, e proprio per questo bisogna usarla con cautela. L'Italia ha conosciuto Tangentopoli, corruzione, finanziamento illecito, clientelismo, voto di scambio, infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni e rapporti documentati fra politica, economia e criminalità organizzata. Ma da questo non deriva che l'intero sistema politico italiano sia una cleptocrazia, né che milioni di cittadini che votano un determinato schieramento siano complici di questi fenomeni. Una cosa è documentare la corruzione e perseguire chi la commette. Un'altra è trasformare l'esistenza della corruzione nella spiegazione morale del voto di milioni di persone.

È proprio qui che la questione morale rischia di diventare una questione morale dell'altro. Il mio campo rappresenterebbe le istituzioni, il tuo gli interessi privati; io voterei per la legalità, tu per chi vuole aggirarla; io sarei interessato al bene comune, tu soltanto al tuo zerbino di casa. A quel punto non stiamo più discutendo di programmi, amministrazioni e comportamenti concreti. Stiamo costruendo una gerarchia morale fra cittadini.


La corruzione non ha colore

La realtà, però, è molto meno ordinata. La corruzione è trasversale. Il clientelismo è trasversale. Il trasformismo è trasversale. Il familismo è trasversale. E la criminalità organizzata non possiede una particolare predilezione ideologica per una parte politica: cerca soprattutto accesso, convenienza, protezione, informazioni, relazioni e possibilità di trasformare il proprio potere economico in potere sociale e politico.

È proprio questo che rende importante parlare di area grigia. La criminalità organizzata non ha bisogno che ogni interlocutore sia un criminale. Ha bisogno di trovare persone inserite nel mondo legale attraverso le quali ottenere ciò che da sola non potrebbe ottenere. Imprenditori, professionisti, funzionari, amministratori e politici possono diventare, in circostanze diverse e con responsabilità diverse, punti di contatto fra il mondo criminale e quello legale. Le relazioni fra mafia, economia e politica sono state oggetto di numerose indagini e relazioni istituzionali proprio perché il fenomeno non può essere ridotto alla caricatura del mafioso con la coppola che stringe la mano al politico apertamente corrotto.

È una realtà molto più inquietante: il potere criminale può cercare persone rispettabili perché la rispettabilità è utile. E proprio per questo l'idea che il problema appartenga naturalmente a un solo campo politico è una semplificazione pericolosa.

Non ha senso chiedersi quale elettorato sia “mafioso”. Ha senso chiedersi quali meccanismi consentano alla criminalità organizzata di costruire relazioni con la politica, con l'economia e con la pubblica amministrazione. Non ha senso trasformare il voto per un partito nella prova della complicità con i suoi eventuali esponenti corrotti. Ha senso pretendere che ogni politico risponda delle proprie azioni, indipendentemente dal simbolo sotto il quale è stato eletto.


Il politico “al di sopra di ogni sospetto”

La storia della corruzione e delle infiltrazioni criminali contiene anche una lezione elementare: chi commette un illecito non porta necessariamente scritto sulla fronte di essere un criminale. Altrimenti sarebbe molto più facile individuarlo.

L'idea del politico “al di sopra di ogni sospetto” dovrebbe ricordarci proprio questo. La rispettabilità pubblica non costituisce una certificazione preventiva di innocenza, così come una reputazione controversa non costituisce una prova di colpevolezza. Le responsabilità si accertano attraverso fatti, indagini, sentenze, controlli e procedure previste dalla legge.

Questo dovrebbe valere anche per la politica. Se un esponente della sinistra viene coinvolto in una vicenda di corruzione, non significa che la sinistra sia corrotta. Se un esponente della destra viene coinvolto in una vicenda di mafia, non significa che tutti gli elettori di destra siano mafiosi. Se un amministratore di un partito qualsiasi utilizza il proprio ruolo per favorire interessi privati, la responsabilità è sua e di chi eventualmente abbia concorso nel fatto, non di milioni di cittadini che hanno votato quel simbolo.

Sembra banale. Ma la banalità, in politica, spesso è ciò che si dimentica più facilmente.


La superiorità morale non viene certificata dalle urne

E allora torniamo al punto di partenza. La sinistra italiana ha costruito una parte importante della propria identità sulla questione morale e sulla difesa della legalità. È una tradizione politica legittima e ha alle proprie spalle una storia importante. Ma la legalità non è una proprietà privata della sinistra, così come la trasgressione delle regole non è una caratteristica genetica della destra.

Le urne, del resto, non certificano la superiorità morale di nessuno.

Quando un elettore vota, non sta necessariamente premiando un'intera antropologia. Può votare per una questione fiscale, per la sicurezza, per un interesse territoriale, per una convinzione culturale, per un candidato, per un giudizio sull'amministrazione uscente o semplicemente perché considera un'altra proposta politica più vicina alle proprie idee. Ridurre tutte queste motivazioni alla stupidità, all'egoismo o alla complicità con un sistema criminale significa rinunciare a comprendere una parte del Paese.

E forse è proprio questo il punto più interessante.

Una forza politica che considera moralmente inferiori coloro che non la votano può conservare una forte identità, ma rischia di perdere la capacità di capire l'avversario.

La vecchia questione morale poneva una domanda sul potere: come impedire che i partiti occupino lo Stato e trasformino le istituzioni in strumenti della propria riproduzione?

La sua caricatura contemporanea pone invece una domanda sui cittadini: perché quelle persone votano in quel modo?

La prima domanda riguarda la democrazia.

La seconda rischia di trasformarsi in antropologia spicciola.

La vera questione morale dovrebbe quindi tornare a essere molto più semplice e molto più esigente: non chi è moralmente superiore, ma chi esercita il potere, come lo esercita, quali interessi tutela, quali regole rispetta e quali responsabilità è disposto ad assumersi.

Perché la corruzione non ha una tessera.

Il clientelismo non ha una tessera.

La mafia non ha una tessera.

E neppure l'altruismo, la cultura e il senso civico ce l'hanno.

La legalità non appartiene a un elettorato.

Appartiene alle regole che devono valere per tutti.

La sanità pubblica sta morendo. E il privato presenta il conto

La sanità pubblica italiana sta perdendo la sua funzione fondamentale: garantire a tutti il diritto di curarsi. Le liste d'attesa si all...