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domenica 13 settembre 2026

La scuola come backdoor del pubblico impiego. E il sostegno come backdoor della backdoor

C'è una domanda che forse dovremmo avere il coraggio di porci: quanto può essere davvero selettivo un sistema che permette di entrare nella scuola senza aver superato il concorso che dovrebbe selezionare chi nella scuola lavorerà?

Non è una domanda contro gli insegnanti. E non è nemmeno una domanda contro chi, dopo anni di precarietà, decide di cercare nella scuola una possibilità di lavoro. È una domanda sul sistema.

Perché l'Italia ha costruito nella scuola qualcosa di piuttosto singolare: accanto alla porta principale del concorso esiste una porta laterale costituita dalle graduatorie, dalle supplenze, dal servizio accumulato, dai titoli e dalle successive procedure di reclutamento e stabilizzazione. Una porta che nasce per risolvere un problema reale — coprire rapidamente le cattedre — ma che nel tempo può trasformarsi in qualcosa di molto più grande: un canale alternativo di accesso stabile alla pubblica amministrazione.

E se questa è la prima backdoor, il sostegno rischia di diventare la seconda.


Il concorso è la porta principale. Ma non è l'unica

Nel pubblico impiego la regola fondamentale è abbastanza semplice: per diventare stabilmente dipendente pubblico, normalmente, si parte da una procedura concorsuale.

Se vuoi diventare funzionario dell'Agenzia delle Entrate, partecipi a un concorso. Se vuoi entrare stabilmente in un'amministrazione comunale come funzionario, partecipi a un concorso. La logica è quella della selezione preventiva: prima dimostri di possedere determinate competenze, poi ottieni il posto.

La scuola, invece, ha sviluppato un sistema molto più articolato.

Il concorso esiste, naturalmente. Ma accanto al concorso esiste un enorme mercato delle supplenze, alimentato da graduatorie e titoli, nel quale si può entrare senza avere superato un concorso ordinario per quel posto. Il meccanismo ha una sua ragione pratica: una scuola non può rimanere senza insegnanti perché il sistema concorsuale non è riuscito a coprire tempestivamente tutti i posti disponibili.

Il problema nasce quando la soluzione temporanea diventa una modalità strutturale di reclutamento.

A quel punto il confine tra “coprire una cattedra vacante” e “costruire progressivamente il proprio accesso alla professione” diventa molto sottile.

Si entra come supplenti. Si accumula servizio. Si acquisiscono titoli. Si aumenta il punteggio. Si partecipa alle successive procedure previste dal sistema. E, in determinate condizioni e attraverso le diverse forme di reclutamento e stabilizzazione introdotte negli anni, il precariato può diventare un percorso verso la stabilità.

Non significa che chi percorre questa strada sia incompetente.

Significa qualcosa di più semplice e più importante: non è stato necessariamente selezionato nello stesso modo in cui viene selezionato chi entra attraverso un concorso ordinario.

E questa differenza dovrebbe interessarci.


Quando il precariato diventa una porta d'ingresso

Il punto non è demonizzare le graduatorie. Sono uno strumento necessario per far funzionare una macchina enorme, nella quale ogni anno devono essere coperti migliaia di posti.

Il punto è un altro: che cosa succede quando un meccanismo nato per rispondere all'emergenza diventa un percorso professionale ordinario?

Succede che la scuola può diventare, per alcune persone, una delle modalità più accessibili per entrare nel settore pubblico.

Non necessariamente perché sia la loro prima scelta.

Non necessariamente perché abbiano sempre desiderato insegnare.

Talvolta perché hanno perso il lavoro precedente. Talvolta perché la professione esercitata per anni non garantisce più un reddito sufficiente. Talvolta perché hanno scoperto che il mercato privato non offre più prospettive. Talvolta semplicemente perché la scuola offre una possibilità concreta di lavoro.

E non c'è nulla di scandaloso in tutto questo.

Una persona che a quarantacinque o cinquant'anni decide di cambiare vita professionale merita rispetto, non disprezzo. L'esperienza maturata fuori dalla scuola può persino rappresentare una ricchezza per gli studenti.

Ma una cosa è riconoscere il valore del ricollocamento professionale.

Un'altra è confondere la necessità occupazionale dell'adulto con la sua vocazione educativa.

Perché insegnare non dovrebbe essere soltanto un modo per guadagnarsi da vivere.



E qui arriva il sostegno

Il problema diventa ancora più delicato quando parliamo di sostegno.

Il docente di sostegno non dovrebbe essere semplicemente un insegnante con una cattedra diversa. Il suo lavoro richiede competenze specifiche e una particolare capacità di costruire relazioni educative con studenti che possono avere bisogni molto complessi.

Eppure proprio il sostegno può diventare una delle porte più interessanti per chi desidera entrare nella scuola.

Ed è qui che nasce quella che chiamerei la backdoor della backdoor.

Se la scuola rappresenta già, almeno in parte, una via alternativa rispetto al tradizionale ingresso nel pubblico impiego attraverso il concorso, il sostegno può diventare una via alternativa per entrare nella scuola stessa.

Il candidato non parte necessariamente dicendo: “Voglio dedicare la mia vita professionale al sostegno”.

Può partire da una considerazione molto più pragmatica: “Voglio entrare nella scuola”.

E se il sostegno rappresenta la strada più accessibile, il ragionamento diventa quasi inevitabile.

Entro dal sostegno.

Accumulo esperienza.

Accumulo punteggio.

Costruisco la mia posizione nelle graduatorie.

E poi, eventualmente, provo a spostarmi verso la cattedra curricolare.

Non è detto che questo percorso avvenga sempre così. Sarebbe ingiusto sostenerlo. Ma il fatto stesso che il sistema possa produrre questo incentivo dovrebbe farci riflettere.


La domanda che nessuno vuole fare

A questo punto c'è una domanda scomoda.

Quante persone scelgono davvero il sostegno perché vogliono fare il docente di sostegno e quante lo scelgono perché rappresenta una porta d'ingresso alla scuola?

Non è la stessa cosa.

Un insegnante può scoprire la propria vocazione al sostegno dopo essere entrato casualmente nel settore. Può iniziare per necessità e finire per amare profondamente quel lavoro. Può arrivare da un'altra professione e diventare un ottimo docente.

La motivazione iniziale, da sola, non determina la qualità professionale.

Ma un sistema serio dovrebbe almeno interrogarsi sugli incentivi che crea.

Perché se il sostegno diventa prevalentemente un passaggio verso qualcos'altro, si produce una contraddizione evidente: il posto che richiederebbe maggiore continuità rischia di essere occupato da persone che hanno un interesse professionale a non rimanervi.

E qui il problema non riguarda più soltanto il docente.

Riguarda l'alunno.


Il paradosso dell'inclusione

Abbiamo costruito negli ultimi decenni un linguaggio sempre più sofisticato sull'inclusione scolastica.

Parliamo di personalizzazione dell'apprendimento, progetto di vita, autonomia, partecipazione, inclusione sociale, diritti dello studente con disabilità.

Tutto giusto.

Ma l'inclusione non è soltanto una norma, un PEI o una dichiarazione di principio.

L'inclusione è anche continuità delle relazioni.

È conoscere uno studente. Comprenderne i tempi, le difficoltà, le capacità, le paure. Sapere cosa funziona e cosa non funziona. Costruire nel tempo un rapporto con lui, con la famiglia, con gli altri docenti e con il contesto scolastico.

Se ogni anno il docente cambia perché quello precedente considera il sostegno una tappa provvisoria del proprio percorso professionale, l'alunno paga il prezzo della mobilità dell'adulto.

E questo è il paradosso.

Abbiamo creato un sistema nel quale diciamo che l'alunno fragile deve essere messo al centro, mentre il percorso professionale dell'adulto può spingerlo continuamente fuori dal centro.


Non è una questione di colpa

Sarebbe troppo facile prendersela con i singoli insegnanti.

Il quarantenne che perde il lavoro e decide di entrare nella scuola non è il nemico.

Il cinquantenne che dopo una vita professionale difficile cerca una nuova possibilità non è il nemico.

Nemmeno chi utilizza legittimamente le regole del sistema per costruire il proprio percorso professionale è il nemico.

Se esiste una scorciatoia, non è colpa di chi la percorre. La domanda è perché quella scorciatoia esista.

Ed è proprio qui che dovrebbe concentrarsi la discussione.

Se vogliamo una scuola di qualità, dobbiamo smettere di considerare il reclutamento come una questione esclusivamente amministrativa.

Il modo in cui selezioniamo gli insegnanti determina anche il tipo di scuola che avremo.


Selezionare meglio, non semplicemente selezionare di più

Forse la soluzione non consiste neppure nel rendere tutto più rigido.

Una persona con vent'anni di esperienza professionale non dovrebbe essere automaticamente considerata meno adatta a insegnare di un venticinquenne che ha appena terminato il proprio percorso universitario.

Ma esperienza e competenza devono essere verificate, non semplicemente presunte.

Se il concorso è la modalità ordinaria di accesso al pubblico impiego, dovrebbe esserlo anche nella scuola, con procedure capaci di tenere conto della specificità dell'insegnamento.

E se si decide di utilizzare il servizio come elemento di valorizzazione professionale, bisognerebbe evitare che l'anzianità diventi una sorta di sostituto permanente della selezione.

Soprattutto, il sostegno dovrebbe essere considerato per quello che realmente è: una specializzazione educativa, non un parcheggio professionale e neppure una corsia preferenziale per arrivare altrove.


La vera domanda è: chi stiamo selezionando?

Alla fine, il problema non è stabilire se un insegnante debba avere una vocazione romantica alla scuola.

Le persone lavorano anche per vivere. È normale.

Il problema è stabilire se possiamo permetterci di affidare un ruolo educativo così importante a un sistema nel quale la motivazione professionale e la selezione delle competenze rischiano di essere subordinate alla disponibilità immediata di personale.

Perché una cosa è coprire una cattedra.

Un'altra è selezionare un educatore.

E una cosa ancora diversa è scegliere la persona alla quale affidare quotidianamente un ragazzo che ha bisogno di continuità, competenza e relazione.

Forse dovremmo avere il coraggio di dirlo senza ipocrisie: la scuola non può essere contemporaneamente il luogo nel quale si formano le nuove generazioni e una delle principali scorciatoie attraverso cui gli adulti entrano nel pubblico impiego.

E il sostegno, più di ogni altro segmento della scuola, dovrebbe essere sottratto a questa logica.

Perché se la scuola è la backdoor del pubblico impiego, il sostegno non può diventare la backdoor della backdoor.

Non perché chi entra da quella porta sia necessariamente un cattivo insegnante. Ma perché, quando si parla dei più fragili, non dovrebbe essere la porta d'ingresso dell'adulto a determinare il percorso educativo dell'alunno.

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