venerdì 30 ottobre 2026

La sanità pubblica sta morendo. E il privato presenta il conto

La sanità pubblica italiana sta perdendo la sua funzione fondamentale: garantire a tutti il diritto di curarsi. Le liste d'attesa si allungano, i pronto soccorso sono sovraffollati e sempre più persone, quando hanno bisogno di una visita o di un esame, si trovano davanti a una scelta amara: aspettare mesi, pagare di tasca propria oppure rinunciare alle cure.



Non è soltanto un problema di organizzazione. È una questione di giustizia sociale. Quando ottenere una prestazione dipende sempre più dalla possibilità di sostenerne il costo, il diritto alla salute rischia di trasformarsi in un servizio accessibile soprattutto a chi può permetterselo.


Un privato che cresce sulle debolezze del pubblico

La sanità privata non è nata ieri e non è necessariamente un nemico. Il problema è capire come e perché sia diventata, per molti cittadini, l'unica alternativa concreta. Per anni, in tante città, abbiamo visto laboratori di analisi privati lavorare accanto a strutture pubbliche incapaci di offrire lo stesso servizio con continuità, magari perché i macchinari erano guasti, mancava personale o le prestazioni disponibili erano insufficienti.

Il cittadino finisce così per rivolgersi al privato non sempre perché lo preferisce, ma perché il pubblico non riesce a rispondere al suo bisogno. Quando questa situazione si ripete per anni, le difficoltà del servizio pubblico diventano un'opportunità economica per chi offre prestazioni a pagamento. Non occorre immaginare un complotto: basta lasciare che i problemi si accumulino senza risolverli.


Liste d'attesa e intramoenia: il confine da non superare

Le liste d'attesa sono uno degli esempi più evidenti di questa contraddizione. Una visita specialistica o un esame diagnostico possono essere disponibili in tempi incompatibili con le necessità del paziente. Chi ha urgenza di ricevere una risposta cerca quindi una soluzione alternativa, spesso a pagamento.

In questo quadro si inserisce anche la libera professione intramuraria, la cosiddetta intramoenia, che consente ai medici del servizio pubblico di svolgere attività privata utilizzando le strutture autorizzate. Non è di per sé una pratica sbagliata: può offrire una possibilità di scelta e trattenere professionalità nel sistema sanitario. Ma diventa difficile da giustificare se il cittadino riesce a ottenere rapidamente una visita pagando, mentre attraverso il normale percorso pubblico deve aspettare troppo a lungo.

La domanda è inevitabile: come si può considerare davvero libera una scelta quando l'alternativa è attendere mesi per una prestazione necessaria? Il punto non è impedire a chi lo desidera di rivolgersi al privato, ma assicurare che il servizio pubblico garantisca tempi ragionevoli e non finisca per spingere i pazienti verso altre soluzioni.


Pronto soccorso al collasso: il problema comincia prima

Il sovraffollamento dei pronto soccorso viene spesso raccontato come se dipendesse soltanto dai pazienti che si presentano inutilmente in ospedale. Ma il problema è più profondo. Quando mancano medici di famiglia, servizi territoriali, assistenza domiciliare e strutture intermedie, tante persone non trovano una risposta adeguata altrove e finiscono in pronto soccorso, anche quando avrebbero bisogno di un servizio diverso.

A questo si aggiungono la carenza di personale, la disponibilità insufficiente di posti letto e le difficoltà nel trasferire i pazienti nei reparti. Il risultato è un sistema sotto pressione, nel quale chi lavora spesso fa il possibile in condizioni difficili e chi sta male può trascorrere ore in attesa. Non basta chiedere agli operatori sanitari di fare di più: occorre costruire un'organizzazione che permetta loro di lavorare meglio.


Quando gli incentivi economici meritano controlli

Un altro tema delicato riguarda le differenze nelle pratiche cliniche tra strutture pubbliche e private accreditate, cioè quelle che erogano prestazioni per conto del servizio sanitario. I dati del Ministero della Salute relativi al 2024 indicano che i parti con taglio cesareo rappresentavano il 29,8% del totale, con una quota del 28,3% negli ospedali pubblici e del 44,9% nelle case di cura private accreditate.

Questi numeri, da soli, non dimostrano che i cesarei vengano effettuati per ragioni economiche: le condizioni delle pazienti, la complessità dei casi e le caratteristiche delle strutture possono essere differenti. Ma una divergenza così marcata merita di essere analizzata con serietà. Quando il sistema sanitario riconosce rimborsi per determinate prestazioni, deve assicurarsi che le decisioni cliniche siano guidate dalle necessità dei pazienti e dalle evidenze mediche, non da eventuali convenienze economiche.

La salute non può diventare una voce di bilancio da ottimizzare a discapito dell'appropriatezza delle cure. Servono dati trasparenti, verifiche indipendenti e controlli efficaci, tanto nel pubblico quanto nel privato accreditato.


I soldi contano, ma non bastano

Quando si parla di sanità, il dibattito finisce spesso per concentrarsi sui finanziamenti. Le risorse economiche sono fondamentali, ma non basta stanziare denaro per garantire automaticamente servizi migliori. Occorrono personale, attrezzature funzionanti, manutenzione, programmazione, acquisti efficaci e controlli sull'utilizzo dei fondi.

È qui che entra in gioco la capacità amministrativa. Una struttura può ricevere finanziamenti e continuare a funzionare male se non riesce a trasformarli in servizi concreti. Un macchinario acquistato ma non utilizzabile, una procedura che si trascina per mesi o una carenza di personale che nessuno affronta rappresentano risorse che non producono il beneficio atteso per i cittadini.

Chi amministra deve quindi essere giudicato non soltanto per quanto spende o annuncia di voler spendere, ma per i risultati che riesce a ottenere. E questo richiede trasparenza: sapere dove finiscono i soldi, quali servizi vengono garantiti e perché alcune prestazioni continuano a mancare.


Una sanità che cambia da regione a regione

La qualità dell'assistenza varia sensibilmente da una regione all'altra. Il territorio in cui si vive può influire sulla disponibilità di specialisti, sui tempi d'attesa e sulla necessità di spostarsi per ottenere una prestazione. In alcuni casi, curarsi significa affrontare viaggi, spese aggiuntive e lunghi periodi lontano da casa.

Questa mobilità forzata pesa soprattutto sulle persone anziane, su chi ha problemi di salute complessi e sulle famiglie che non possono assentarsi facilmente dal lavoro. Un diritto riconosciuto dalla Costituzione dovrebbe garantire livelli di assistenza adeguati in tutto il Paese, non dipendere dall'efficienza dei servizi disponibili nella propria regione.

Le differenze territoriali non possono diventare una giustificazione permanente. Devono essere una priorità politica, affrontata con risorse adeguate, obiettivi verificabili e responsabilità precise.


Paghiamo tutti, ma il servizio non sempre risponde

Il paradosso è che la sanità viene finanziata attraverso la fiscalità generale, quindi anche con il contributo dei cittadini che poi si trovano costretti a pagare nuovamente per visite ed esami. Il problema non è che esista un'offerta privata, ma che il ricorso a essa diventi la risposta abituale alle carenze del servizio pubblico.

Non si tratta di attribuire ogni responsabilità a una sola scelta politica. La crisi attuale è il risultato di decisioni accumulate nel tempo, di carenze organizzative e di una programmazione che troppo spesso non ha saputo guardare oltre l'emergenza. Governi e amministrazioni di diverso orientamento devono rispondere delle proprie scelte, senza che le responsabilità di alcuni cancellino quelle degli altri.

Proprio perché il problema è strutturale, non possiamo accontentarci di promesse, annunci o polemiche di giornata. Servono investimenti accompagnati da personale e servizi, una sanità territoriale capace di ridurre gli accessi impropri agli ospedali, tempi d'attesa verificabili, strutture pubbliche efficienti e controlli rigorosi sull'impiego delle risorse.

La scelta politica fondamentale deve essere chiara: il privato può affiancare il servizio pubblico, ma non deve diventare l'unica via praticabile per ricevere cure tempestive.


Se la salute dipende dal conto in banca, abbiamo già perso

L'articolo 32 della Costituzione riconosce la salute come diritto fondamentale, non come un lusso. Eppure, quando una visita arriva dopo mesi, un esame diventa accessibile soltanto pagando o una persona rinuncia a curarsi per ragioni economiche, quel diritto rischia di restare una promessa scritta sulla carta.

A che cosa serve una sanità pubblica che tutti finanziano con le proprie tasse, se poi, quando si ammalano, devono pagare ancora per essere curati?

Non possiamo accettare che il denaro condizioni persino la possibilità di ricevere cure tempestive. Una cosa è scegliere liberamente una clinica privata; un'altra è esservi costretti perché il servizio pubblico non riesce a rispondere. Nel primo caso si esercita una scelta. Nel secondo si paga per compensare una carenza delle istituzioni.

Quando un sistema sanitario non riesce a garantire concretamente il diritto che dovrebbe tutelare, non siamo più davanti a una semplice inefficienza amministrativa. Siamo di fronte a un fallimento politico e sociale, del quale chi governa deve assumersi la responsabilità.

Non bastano nuovi stanziamenti e promesse generiche. Occorre fissare obiettivi concreti: pubblicare i tempi d'attesa reali per ogni prestazione e struttura, predisporre piani per recuperare le visite arretrate, assumere il personale necessario e garantire la manutenzione delle apparecchiature. Quando una struttura non riesce a rispettare i tempi previsti, il servizio sanitario deve attivare una soluzione alternativa a carico del sistema pubblico, nel rispetto delle regole vigenti, senza scaricare sul paziente il costo delle proprie inefficienze.

Allo stesso tempo, bisogna verificare come vengono utilizzati i finanziamenti, controllare l'appropriatezza delle prestazioni e rendere pubblici i risultati delle aziende sanitarie e delle strutture private accreditate. I cittadini devono poter sapere quali obiettivi sono stati raggiunti, quali sono falliti e quali interventi sono stati adottati per correggere i problemi.

La politica deve assumersi un impegno misurabile: stabilire tempi da rispettare, indicare chi ne risponde e spiegare che cosa è stato fatto quando gli obiettivi falliscono. Non servono altri annunci, ma un sistema nel quale ogni euro speso produca servizi verificabili e ogni disservizio venga affrontato da responsabili chiamati a renderne conto.

L'articolo 32 della Costituzione non può restare una dichiarazione di principio. Se il servizio pubblico non garantisce le cure nei tempi necessari, il cittadino non deve essere lasciato solo davanti alla scelta tra pagare e aspettare. La salute non è una merce e il diritto a curarsi non può dipendere dal saldo del conto corrente. Chi governa la sanità dimostri di crederci: con scadenze, controlli e risultati, non con le parole.

giovedì 29 ottobre 2026

I doveri dei poveri e i privilegi dei ricchi

La morale a senso unico

C'è una strana morale che attraversa il nostro tempo: ai poveri si chiede continuamente di dimostrare di meritare l'aiuto pubblico, mentre ai ricchi si riconoscono sempre nuove ragioni per difendere i propri privilegi. Ai primi si domanda di giustificare la propria condizione; ai secondi si concede spesso il beneficio del dubbio, anche quando la ricchezza accumulata solleva interrogativi sulla distribuzione delle opportunità e sul rapporto tra potere economico e potere politico.

Sergio Marchionne sosteneva che saremmo morti di diritti, dimenticando i doveri. Una provocazione che merita di essere presa sul serio, purché la si applichi a tutti, non soltanto a chi vive in condizioni di difficoltà. Perché, se il rispetto degli obblighi comuni è essenziale alla convivenza, non si capisce perché debba diventare tanto meno esigibile quanto più cresce il potere economico di una persona.


Il divano del vicino

Nel 2022 Giorgia Meloni vinse le elezioni anche promettendo di superare il Reddito di cittadinanza, diventato il simbolo di un'ingiustizia agli occhi di una parte dell'opinione pubblica. C'era chi lavorava duramente per uno stipendio insufficiente e chi, secondo una rappresentazione ormai diffusa, preferiva restare sul divano a spese della collettività.

Che esistessero abusi era possibile. Che ogni beneficiario fosse un fannullone, invece, era una generalizzazione. Tra chi rifiutava opportunità adeguate e chi non riusciva a trovare un'occupazione dignitosa c'era una differenza che il dibattito pubblico troppo spesso cancellava.

La domanda è semplice: chi ha votato per abolire quel sostegno ha ottenuto un miglioramento delle proprie condizioni? La cancellazione di un sussidio non aumenta automaticamente i salari, non abbassa il costo degli affitti, non rende meno care le bollette e non crea nuovi posti di lavoro. Se il lavoratore continua a faticare per arrivare alla fine del mese e il disoccupato perde una protezione senza trovare un impiego, quale problema è stato risolto?

Il risentimento sociale può diventare una risorsa politica formidabile. Basta individuare qualcuno che sembri stare peggio di noi soltanto perché riceve un aiuto, convincerci che sia lui la causa della nostra precarietà e promettere che, eliminato quel vantaggio, finalmente staremo meglio.

Ma la ricchezza che manca a chi lavora non è necessariamente finita nelle tasche di chi riceve un sussidio. E la povertà di una persona non diventa meno dolorosa perché un'altra viene privata di un sostegno.


Le priorità dello Stato

Nel frattempo, lo Stato deve stabilire le proprie priorità. L'Italia ha aumentato le spese per la Difesa e ha sostenuto l'Ucraina anche attraverso aiuti militari. Non è corretto affermare che i risparmi ottenuti abolendo il Reddito di cittadinanza siano stati trasferiti direttamente al finanziamento della guerra: i bilanci pubblici non dimostrano un simile rapporto automatico.

Resta però legittimo chiedersi quali priorità guidino le decisioni politiche, quanto costino le diverse scelte e perché alcuni sacrifici vengano presentati come inevitabili mentre altri sembrino meno negoziabili.

La sicurezza nazionale è una necessità concreta. Lo è altrettanto la sicurezza economica di chi non riesce a vivere dignitosamente del proprio lavoro. Mettere queste esigenze a confronto non significa negare l'una o l'altra, ma pretendere che siano valutate con la stessa serietà.


Quando il profitto diventa un privilegio

Il paradosso emerge quando l'austerità viene invocata soprattutto nei confronti di chi ha meno potere contrattuale. Il disoccupato deve trovare lavoro, il lavoratore accettare i sacrifici, il pensionato accontentarsi. A chi dispone di grandi patrimoni, invece, quali obblighi corrispondono al potere di influenzare i mercati, beneficiare delle infrastrutture pubbliche e partecipare a un sistema economico reso possibile anche dal lavoro altrui?

Diventare ricchi non è una colpa. Il profitto può premiare il talento, l'innovazione, il rischio imprenditoriale e la capacità di creare valore. Ma nessuna impresa prospera in un vuoto sociale: anche l'attività più innovativa dipende da lavoratori, conoscenze, infrastrutture, istituzioni e comunità.

Il problema nasce quando il successo viene considerato esclusivamente merito individuale, mentre i costi delle crisi e delle trasformazioni produttive vengono distribuiti sulla collettività.


L'economia dello scarto

È qui che ritorna l'economia dello scarto. Quando un'impresa riduce il personale per recuperare efficienza, può migliorare i propri conti, ma il lavoratore espulso dal processo produttivo non scompare. Rimane una persona che deve vivere, mantenere una famiglia e immaginare un futuro.

Se la società non gli offre strumenti per ricollocarsi, formarsi o affrontare la transizione, il risparmio aziendale può trasformarsi in precarietà, impoverimento del territorio e maggiore spesa sociale.

La questione non è impedire alle imprese di riorganizzarsi. È capire se il progresso debba necessariamente trasformare una parte degli esseri umani in materiale di scarto. Se la produttività cresce grazie alla tecnologia, perché i suoi benefici dovrebbero tradursi soltanto in maggiori rendimenti per il capitale e non anche in salari migliori, orari più sostenibili, formazione e nuove opportunità?


Una sola vita, nessun risarcimento nell'aldilà

Per secoli, la speranza di una ricompensa ultraterrena ha aiutato molte persone a dare un significato alla sofferenza. Ma la storia religiosa non è stata soltanto una predica di rassegnazione: ha anche alimentato opere di solidarietà e richiami morali rivolti ai potenti.

Oggi, per chi non crede in Dio, la questione assume una forma ancora più radicale. Se non esiste un'altra vita nella quale le ingiustizie saranno riparate, non possiamo rimandare a un aldilà la giustizia che siamo capaci di costruire qui.

Abbiamo una vita sola. Una sola occasione per amare, studiare, lavorare, crescere i figli e godere del tempo che ci appartiene. Chi trascorre decenni nella povertà non recupererà quegli anni attraverso una promessa futura. Chi perde il lavoro in età avanzata non può essere risarcito moralmente dall'annuncio che l'economia nazionale è cresciuta.

E chi vive nell'insicurezza non trova necessariamente conforto nel sapere che qualcuno, altrove, ha accumulato una fortuna immensa.

Non si tratta di pretendere che tutti abbiano lo stesso reddito o di negare il valore dell'impegno individuale. Si tratta di garantire opportunità reali, salari dignitosi, una spesa pubblica trasparente e una distribuzione dei sacrifici che non penalizzi sistematicamente chi ha meno strumenti per difendersi.


Il bestiario del risentimento

Nel Bestiario Italiano, la creatura più interessante non è necessariamente il ricco che accumula, né il povero che protesta, né il politico che promette. È il cittadino convinto che, per migliorare la propria condizione, sia sufficiente peggiorare quella di qualcuno che sta più in basso.

Guarda con sospetto il sussidio del vicino, ma raramente si domanda chi stabilisca i salari, come vengano distribuiti i vantaggi della produttività, quali interessi orientino la spesa pubblica e perché il potere economico riesca talvolta a trasformarsi in influenza politica.

La sua convinzione più rassicurante è che la povertà degli altri sia la causa della propria fatica. La sua più grande delusione arriva quando, dopo aver contribuito a togliere qualcosa a chi aveva meno, scopre che la propria vita non è migliorata.

Forse è questa la trappola più efficace: convincere chi sta in basso a combattere chi gli sta appena sotto, lasciando indisturbate le strutture che determinano la distribuzione della ricchezza e del potere.

Una società può sopravvivere alle disuguaglianze. Più difficile è giustificarle quando diventano così profonde da separare chi dispone di tutte le possibilità da chi trascorre l'intera esistenza cercando di assicurarsi l'essenziale.

Il problema non è che alcuni diventino miliardari. È che ci si abitui all'idea che la felicità di pochi sia un prezzo accettabile per la disperazione di molti.

E allora la domanda da lasciare al lettore è semplice: se abbiamo una sola vita, perché dovremmo accettare che la possibilità di viverla dignitosamente dipenda dal posto che occupiamo nella gerarchia economica?

La vera civiltà non si misura da quanto riesce ad arricchire chi è già forte, ma da quanto impedisce che chi è debole venga considerato sacrificabile.

mercoledì 28 ottobre 2026

Il popolo che odia il sistema, ma non vuole rinunciare ai suoi vantaggi

Il sistema italiano viene spesso descritto come una macchina inefficiente, appesantita dalla burocrazia, dai privilegi e dalle relazioni personali. Molte critiche riguardano problemi reali: procedure farraginose, controlli inefficaci e opportunità distribuite in modo diseguale. Ma per capire perché certi meccanismi sopravvivano anche quando vengono apertamente contestati, bisogna guardare oltre chi detiene il potere. Le istituzioni stabiliscono le regole del gioco, ma le consuetudini sociali e le convenienze individuali possono contribuire a conservarle, soprattutto quando qualcuno riesce a ricavarne un vantaggio. Il risultato è un sistema nel quale le inefficienze pubbliche e l'opportunismo privato finiscono spesso per alimentarsi a vicenda.



Le raccomandazioni sono cattive soltanto quando favoriscono qualcun altro

Se un posto di lavoro viene assegnato grazie a una conoscenza anziché attraverso una selezione trasparente, l'indignazione è comprensibile: si parla di ingiustizia e mancanza di meritocrazia. Ma se un amico ci telefona perché suo figlio cerca lavoro e ci chiede di parlarne con il responsabile del personale, la raccomandazione assume improvvisamente un altro nome: diventa una segnalazione, un aiuto, una mano tesa a una persona meritevole.

Segnalare un candidato competente non equivale necessariamente a manipolare una selezione. Il problema nasce quando il rapporto personale gli garantisce un vantaggio negato agli altri. Nelle assunzioni pubbliche, criteri verificabili e procedure trasparenti sono indispensabili proprio per impedire che le relazioni sostituiscano il merito. Ma anche nella vita privata possiamo scegliere se limitarci a segnalare una capacità oppure chiedere un trattamento di favore. La differenza è sostanziale: nel primo caso mettiamo a disposizione un'informazione, nel secondo cerchiamo di alterare le condizioni della competizione.


Le regole sono indispensabili, purché non diventino un ostacolo

Il rispetto delle norme si misura anche attraverso episodi banali. Chi parcheggia in doppia fila per comprare il pane può considerare la propria sosta un'eccezione innocua, senza pensare al traffico che blocca o alle difficoltà che crea agli altri. Poi, quando riceve una multa, denuncia l'ingiustizia di un sistema troppo rigido.

Naturalmente, non tutte le regole sono ragionevoli e non tutte le sanzioni sono proporzionate. Una viabilità mal progettata, la mancanza di parcheggi e un'applicazione arbitraria delle norme possono rendere la vita quotidiana inutilmente complicata. Le amministrazioni devono correggere queste carenze e garantire trattamenti uniformi. Ma criticare una norma non significa essere autorizzati a ignorarla ogni volta che risulta scomoda. Una convivenza ordinata richiede regole sensate e applicate con coerenza, ma anche la disponibilità a rispettarle finché sono in vigore, contestandole attraverso strumenti legittimi.


Il merito è un valore finché non ci penalizza

La meritocrazia è facile da invocare quando premia chi riteniamo migliore. Pensiamo a una graduatoria scolastica o a un concorso pubblico: se il risultato non favorisce la persona che sosteniamo, possiamo essere tentati di dubitare della valutazione. Ma un sospetto non è una prova di irregolarità, così come il successo di un candidato non dimostra automaticamente che la selezione sia stata corretta.

Le procedure devono essere trasparenti, i criteri pubblici e le decisioni contestabili quando emergono elementi concreti. Una commissione imparziale non è infallibile, ma deve poter rendere conto delle proprie scelte. D'altra parte, anche il giudizio pubblico dovrebbe distinguere tra una graduatoria viziata e la semplice delusione per un risultato sfavorevole. Il merito non consiste nel credere ciecamente a ogni valutazione, bensì nel pretendere criteri verificabili e accettarne gli esiti quando non esistono ragioni fondate per metterli in discussione.


Le tasse degli altri, i servizi di tutti

Il rapporto tra fiscalità e servizi pubblici non può essere ridotto a una questione di moralità individuale. I cittadini hanno buone ragioni per contestare imposte eccessive, denunciare sprechi e chiedere servizi migliori. Lo Stato, dal canto suo, deve assicurare un sistema fiscale equo, semplificare gli adempimenti e dimostrare che le risorse vengono utilizzate responsabilmente.

Tuttavia, quando un professionista propone un prezzo inferiore in cambio della rinuncia alla fattura, il risparmio immediato nasconde conseguenze più ampie: minori entrate pubbliche e concorrenza sleale nei confronti di chi rispetta gli obblighi fiscali. La pressione tributaria può spiegare perché l'evasione trovi consenso, ma non basta a giustificarla. Allo stesso modo, contrastarla efficacemente richiede più dei controlli: servono regole comprensibili, un prelievo sostenibile e la capacità di dimostrare che pagare le imposte contribuisce a finanziare servizi di cui tutti possono beneficiare.


Il clientelismo non vive soltanto nei palazzi

Il clientelismo prospera quando il potere pubblico viene utilizzato per distribuire vantaggi personali anziché garantire diritti secondo criteri imparziali. Il fenomeno assume forme diverse: dalla selezione condizionata da appartenenze politiche alla pratica amministrativa accelerata grazie a una conoscenza, fino all'aspettativa che un favore ricevuto venga prima o poi restituito.

Rivolgersi a una persona conosciuta per capire come seguire una pratica può essere del tutto legittimo; chiedere che la propria domanda passi davanti a quelle di altri aventi diritto è un'altra cosa. Il confine viene superato quando l'intercessione altera le priorità o permette di ottenere ciò che, seguendo le procedure ordinarie, non spetterebbe.

Per contrastare queste dinamiche non bastano gli appelli all'onestà. Servono decisioni tracciabili, controlli indipendenti, criteri pubblici e sanzioni effettive. Ma conta anche il modo in cui una società considera il favore personale: finché la scorciatoia viene percepita come un'abilità da coltivare anziché come un'eccezione da limitare, il clientelismo continuerà a trovare terreno fertile.


La protesta che non mette in discussione le proprie abitudini

L'indignazione pubblica è essenziale in una democrazia: permette di denunciare abusi, contestare decisioni ingiuste e chiedere riforme. Diventa però meno incisiva quando si concentra esclusivamente sulle persone al governo, come se la sostituzione di chi occupa una posizione di potere fosse sufficiente a trasformare il sistema.

Cambiare i nomi senza modificare le procedure può lasciare intatti i meccanismi che hanno prodotto il problema. Allo stesso tempo, le incoerenze dei cittadini non devono diventare un pretesto per minimizzare gli abusi di chi governa: la violazione di una regola nella vita quotidiana non equivale alla corruzione di un amministratore. Poteri, obblighi e conseguenze sono diversi, e vanno giudicati in proporzione.

Una protesta efficace, quindi, non si limita a individuare un colpevole. Chiede regole migliori, controlli credibili e strumenti per verificare le decisioni, senza rinunciare a interrogarsi sulle abitudini sociali che rendono certi comportamenti accettabili. Altrimenti, il rischio è che il cambiamento si esaurisca nell'alternanza tra gruppi diversi, lasciando inalterate le opportunità di abuso.


Cambiare il sistema significa cambiare le condizioni e le convenienze

I comportamenti individuali non nascono nel vuoto. Quando le procedure sono opache, i tempi amministrativi interminabili e i controlli inefficaci, cercare una conoscenza può apparire una strategia razionale per chi teme di non ottenere ciò che gli spetta. Quando le opportunità sono scarse e le selezioni sembrano poco affidabili, la raccomandazione può essere percepita come l'unica strada percorribile.

Queste condizioni aiutano a comprendere la diffusione di certi comportamenti, ma mostrano soprattutto perché le riforme istituzionali siano indispensabili. Semplificare le procedure, garantire tempi ragionevoli, rendere verificabili le decisioni e applicare le norme in modo imparziale riduce lo spazio nel quale il favore personale diventa conveniente o apparentemente necessario. Un sistema ben progettato non può dipendere dalla virtù eccezionale di ogni individuo: deve rendere difficile l'abuso e facilitare il rispetto delle regole.

Resta però un limite che nessuna riforma può eliminare da sola. Se la ricerca del vantaggio personale viene considerata legittima a prescindere dai mezzi utilizzati, anche le procedure migliori incontreranno tentativi di aggiramento. Le istituzioni possono modificare gli incentivi e restringere le occasioni di abuso; la cultura civile determina in parte quanto quei tentativi siano tollerati, giustificati o apertamente contestati.


Il privilegio che vorremmo abolire, purché non sia il nostro

Una società più giusta richiede istituzioni capaci di limitare l'arbitrio e garantire diritti indipendentemente dalle conoscenze personali. Richiede anche che i cittadini riconoscano il valore di queste garanzie quando il rispetto delle regole non produce un vantaggio immediato. Non si tratta di mettere sullo stesso piano chi esercita il potere e chi cerca una scorciatoia, ma di comprendere come le decisioni pubbliche e le aspettative sociali concorrano a definire ciò che diventa normale.

Il problema, dunque, non è scegliere se attribuire la colpa alle istituzioni o agli individui. È capire come le debolezze delle prime possano incoraggiare l'opportunismo dei secondi e come quest'ultimo renda più difficile correggere quelle debolezze. La risposta non può essere soltanto morale: occorrono riforme verificabili, controlli efficaci e procedure imparziali. Ma il cambiamento perde credibilità se si invocano principi generali e poi si pretende un'eccezione ogni volta che quei principi ostacolano i nostri interessi.

Il sistema non cambia soltanto sostituendo chi ne trae vantaggio, ma eliminando le regole distorte che rendono possibili i privilegi e rinunciando a considerarli legittimi quando toccano a noi.

giovedì 22 ottobre 2026

Chi finanzia i nostri yes-men e yes-women? Il potere invisibile dietro la politica

Tutti si chiedono che cosa accada nelle segreterie dei partiti a Roma. Si discute di alleanze, correnti, candidature, scontri interni e giochi di palazzo, si analizzano le dichiarazioni dei leader e si cerca di capire chi abbia vinto o perso l'ultima battaglia politica. Eppure, forse, la domanda più importante è un'altra: chi paga il conto? La politica, infatti, non vive soltanto di idee, consenso popolare e buone intenzioni. Ha bisogno di strutture, personale, comunicazione, consulenze, organizzazione territoriale e campagne elettorali. Tutto questo richiede risorse economiche e, dove circola il denaro, esistono interessi, aspettative e possibili forme di influenza che raramente occupano il centro del dibattito pubblico.

Non occorre immaginare stanze segrete o accordi clandestini per comprendere il problema. Basta chiedersi quali relazioni possano nascere tra chi finanzia un'organizzazione politica e chi, una volta eletto, prende decisioni che incidono sull'economia e sulla società. Un finanziamento non equivale automaticamente a un ordine, così come una donazione non dimostra l'esistenza di uno scambio di favori. Ma quando un'organizzazione dipende da risorse esterne per mantenere la propria struttura e competere elettoralmente, diventa legittimo interrogarsi sul peso che i suoi sostenitori possono esercitare sulle sue priorità. Per capire chi governa, dunque, non basta ascoltare chi parla: bisogna comprendere anche da quali risorse dipende e quali interessi gravitano intorno alle sue decisioni.


Il programma elettorale e ciò che viene dopo

Durante le campagne elettorali, i partiti parlano ai cittadini e promettono giustizia sociale, crescita economica, sicurezza, diritti, sovranità e riforme. Ma il momento decisivo arriva quando gli slogan si trasformano in leggi, bilanci, nomine, privatizzazioni, concessioni, agevolazioni e scelte di politica economica. È allora che occorre confrontare le promesse con i risultati: chi beneficia delle decisioni adottate, chi ne sostiene i costi, quali interessi vengono tutelati e quali esigenze finiscono sistematicamente in secondo piano? Una promessa disattesa non dimostra, da sola, l'esistenza di un condizionamento esterno. Tuttavia, quando determinate scelte si ripetono nel tempo, attraversano governi di colore diverso e producono vantaggi ricorrenti per gli stessi ambienti economici, è legittimo approfondire le relazioni che possono aver contribuito a orientarle. Le coincidenze non sono prove, ma le ricorrenze possono suggerire domande che meritano risposte documentate.


Il denaro non ha bisogno di impartire ordini

Immaginiamo un partito che debba finanziare una campagna elettorale, mantenere la propria struttura e garantire visibilità ai suoi dirigenti. Se le risorse disponibili non bastano, occorre cercare sostegno all'esterno: possono entrare in gioco donatori, fondazioni, associazioni di categoria e soggetti economici interessati alle scelte della politica. Non c'è nulla di necessariamente illecito in questo, ma bisogna domandarsi se tutti gli interlocutori dispongano delle stesse possibilità di incontrare i decisori, presentare le proprie esigenze e seguire l'elaborazione di una legge. Un cittadino che teme di perdere un servizio pubblico può scrivere al proprio rappresentante; un grande gruppo economico può invece disporre di strutture permanenti dedicate ai rapporti istituzionali, consulenti, studi tecnici e risorse per seguire una questione per anni. Formalmente entrambi possono far sentire la propria voce, ma concretamente la loro capacità di incidere può essere molto diversa.



L'influenza, inoltre, non deve necessariamente manifestarsi attraverso un ordine esplicito. Può agire nella scelta degli interlocutori da ascoltare, nella definizione delle priorità legislative, nella selezione delle soluzioni considerate realistiche o nell'esclusione di alternative giudicate troppo onerose per determinati interessi. Chi prende una decisione può anche essere sinceramente convinto della sua bontà; resta comunque legittimo verificare quali interessi siano stati ascoltati e quali siano rimasti ai margini. Per questo occorre confrontare i finanziamenti dichiarati con i settori economici interessati dalle decisioni dei partiti, esaminare gli incontri documentati, le audizioni parlamentari e i benefici prodotti dalle norme approvate. Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, dimostra uno scambio di favori, ma il loro esame congiunto può aiutare a valutare se esista una concentrazione eccessiva di influenza.


Trent'anni di trasformazioni e il futuro del welfare

Negli ultimi trent'anni, l'Italia ha attraversato profonde trasformazioni economiche e istituzionali. Il mercato del lavoro è cambiato, le pensioni sono state riformate, la sanità pubblica ha incontrato difficoltà crescenti e il dibattito sulla sostenibilità della spesa sociale è diventato permanente. Sarebbe semplicistico ricondurre tutto a un unico disegno: sono intervenuti fattori demografici, vincoli di bilancio, trasformazioni produttive, scelte europee e responsabilità nazionali. Ma riconoscere questa complessità non significa rinunciare a esaminare chi abbia beneficiato delle singole decisioni.

Quando una prestazione pubblica diventa meno accessibile, aumenta il costo a carico delle famiglie oppure si restringe la platea dei beneficiari, occorre chiedersi chi colmi il vuoto lasciato dal servizio pubblico e con quali risorse. Se cresce il ricorso a prestazioni private, bisogna esaminare quali operatori ne beneficino, quali rapporti intrattengano con le istituzioni e se le nuove regole abbiano favorito una concorrenza effettiva oppure consolidato posizioni già forti. Lo stesso metodo vale per gli appalti, le concessioni, gli incentivi alle imprese, le privatizzazioni e le agevolazioni fiscali. Una decisione può essere legittima e rispondere a esigenze reali, ma ciò non impedisce di analizzarne la distribuzione dei vantaggi e dei costi. Chi ha proposto la misura? Chi l'ha sostenuta? Quali alternative sono state scartate? Esiste un collegamento documentabile tra gli interessi dei finanziatori e quelli favoriti dalla decisione?


Le continuità oltre il colore dei governi

Se maggioranze di orientamento diverso adottano nel tempo misure simili, vale la pena capire perché. Le cause possono essere molteplici: condizioni economiche comuni, vincoli istituzionali, convinzioni tecniche condivise o pressioni provenienti da settori organizzati. La somiglianza tra due decisioni non prova l'esistenza di un accordo, ma neppure rende inutile interrogarsi sulle forze che contribuiscono a mantenere determinate politiche nonostante l'alternanza elettorale. Bisogna verificare quali soggetti abbiano promosso quelle scelte, quali argomenti abbiano utilizzato, quali interessi ne abbiano tratto vantaggio e quanto abbiano potuto incidere sul dibattito pubblico. Il finanziamento politico diventa centrale proprio in questa prospettiva: non perché ogni donatore compri una decisione, ma perché le risorse economiche possono contribuire a stabilire chi riesce a partecipare con continuità alla formazione delle decisioni pubbliche e chi, invece, rimane ai margini.


Sovranisti, europeisti e altri schieramenti

Il dibattito politico ama le etichette: sovranisti contro europeisti, nazionalisti contro internazionalisti, destra contro sinistra. Queste contrapposizioni possono rappresentare differenze ideologiche autentiche, ma non sono sempre sufficienti a spiegare le decisioni economiche. Un partito può proclamare la difesa dell'interesse nazionale e sostenere misure favorevoli a specifici interessi economici; un altro può invocare la solidarietà europea e adottare politiche i cui benefici si concentrano in determinati settori. Le dichiarazioni identitarie non garantiscono, da sole, la coerenza delle scelte. Per questo bisogna guardare oltre le bandiere e gli slogan: chi sostiene materialmente un'organizzazione politica, quali rapporti economici intrattiene con i settori interessati dalle sue decisioni e come reagisce quando le esigenze dei cittadini entrano in conflitto con quelle di gruppi dotati di maggiore potere contrattuale? Non si tratta di presumere che ogni relazione nasconda uno scambio illecito, ma di riconoscere che la trasparenza dei rapporti tra denaro e politica è una condizione essenziale della democrazia.


Chi apre il rubinetto?

Un finanziamento può essere regolare, dichiarato e perfettamente legittimo. Tuttavia, la trasparenza formale non esaurisce ogni questione: conta anche il peso che quelle risorse assumono nell'organizzazione e l'eventuale dipendenza che possono generare. Un partito che perde consenso può cercare nuovi elettori; uno che perde un finanziatore importante potrebbe trovarsi nella necessità di ridimensionare la propria struttura, la comunicazione e le possibilità di sopravvivenza. La dipendenza dal consenso degli elettori e quella dalle risorse economiche non sono equivalenti. La prima richiede di rispondere alle preferenze dei cittadini; la seconda può rendere particolarmente importanti le relazioni con chi possiede la capacità di sostenere materialmente l'organizzazione.

La domanda decisiva è se questi due rapporti rimangano compatibili o se, in determinate circostanze, il secondo finisca per condizionare il primo. Non serve affermare che qualcuno abbia impartito ordini dietro le quinte. È sufficiente domandarsi quali incentivi esistano, quali dipendenze possano formarsi e quali strumenti consentano ai cittadini di verificarle. Il potere, infatti, non si misura soltanto dalla capacità di decidere, ma anche dalla possibilità di rendere alcune decisioni convenienti, altre costose e altre ancora politicamente impraticabili.


La domanda che manca

Forse dovremmo smettere di limitarci a chiedere chi vincerà le prossime elezioni, chi guiderà una coalizione o quale leader conquisterà la scena. Dovremmo imparare a seguire anche il percorso delle risorse, verificare i finanziamenti dichiarati, consultare i registri delle attività di rappresentanza degli interessi, dove disponibili, e confrontare le decisioni pubbliche con i loro effetti concreti. Non per cercare necessariamente un burattinaio dietro ogni scelta, ma per comprendere se il sistema garantisca un equilibrio reale tra potere economico e potere democratico.

La questione, in fondo, non è stabilire se dobbiamo essere sovranisti, nazionalisti, europeisti o internazionalisti. Queste appartenenze hanno senso soltanto se le decisioni politiche conservano una relazione riconoscibile con il mandato ricevuto dai cittadini. Quando un rappresentante eletto prende una decisione, quali interessi sta considerando e a chi deve rendere conto delle proprie scelte? E soprattutto, chi finanzia i nostri yes-men e yes-women?

Non è un'accusa, ma una domanda sulla qualità della nostra democrazia. Una domanda alla quale non dovremmo rispondere con sospetti generici, bensì con trasparenza, documenti e verifiche indipendenti. Perché, se vogliamo davvero capire chi esercita il potere, non possiamo fermarci a chi parla davanti alle telecamere: dobbiamo osservare anche chi rende possibile quella voce, quali interessi la circondano e quali decisioni vengono prese quando le telecamere si spengono.

mercoledì 21 ottobre 2026

Il punto di ebollizione degli italiani: un popolo che si ribella soltanto quando non ha più vie di fuga

C'è una domanda che chi osserva gli italiani da fuori, ma forse anche chi li osserva dall'interno senza lasciarsi accecare dal patriottismo, dovrebbe porsi: qual è il punto di ebollizione di un popolo che sembra capace di sopportare tutto?

Fino a dove possono spingersi l'umiliazione, l'ingiustizia, l'impoverimento e il tradimento della classe dirigente prima che la rassegnazione si trasformi in rabbia? Quanto bisogna stringere la morsa intorno a un italiano perché smetta di pensare a come salvare se stesso e cominci a preoccuparsi di ciò che sta accadendo a tutti?

A giudicare dalla nostra storia recente, la risposta sembrerebbe inquietante: molto più di quanto sarebbe ragionevole aspettarsi.

L'italiano medio viene spesso descritto come un individualista, uno che davanti alle difficoltà preferisce cercare una via d'uscita personale anziché unirsi agli altri per affrontare il problema. Mors tua, vita mea: la tua disgrazia può diventare la mia salvezza. Non necessariamente perché sia cattivo, ma perché ha imparato a diffidare del prossimo, delle istituzioni e persino di chi gli promette di combattere al suo fianco.

Così, mentre il sistema si deteriora, ognuno cerca di mettere in salvo il proprio piccolo mondo. C'è chi accumula beni per paura che domani possano mancare, chi cerca una raccomandazione per aggirare un ostacolo, chi si procura una scappatoia personale e chi, semplicemente, aspetta che siano gli altri a esporsi. La solidarietà diventa un lusso, il coraggio un rischio da delegare e la protesta una faccenda da osservare possibilmente a distanza di sicurezza.

Purché a scendere in piazza sia qualcun altro. Purché a perdere il lavoro sia qualcun altro. Purché a subire le conseguenze sia qualcun altro.

E se poi la protesta dovesse avere successo, naturalmente, ci sarà posto anche per chi non ha mosso un dito.


La Francia incendia le strade, l'Italia aspetta alla finestra

Il confronto con la Francia è quasi inevitabile. Nell'immaginario collettivo, i francesi rappresentano il popolo che scende in strada, incendia simbolicamente o materialmente il conflitto sociale e costringe il potere a fare i conti con il dissenso. Gli italiani, al contrario, sembrano spesso specializzati nell'arte dell'adattamento: protestano al bar, maledicono il governo a tavola, condividono indignazioni sui social e, quando arriva il momento di assumersi un rischio concreto, scoprono improvvisamente di avere qualcosa di più urgente da fare.

È una contrapposizione che non va trasformata in una legge antropologica. Anche la Francia conosce la paura, la passività e le sconfitte dei movimenti sociali; anche l'Italia ha una lunga storia di rivolte, scioperi, insurrezioni e lotte popolari. Eppure la differenza di percezione resta: da una parte il cittadino che sembra considerare la piazza uno strumento ordinario di pressione politica, dall'altra quello che spesso la considera l'ultima risorsa, da utilizzare soltanto quando ogni altra soluzione è fallita.

Il problema italiano, dunque, potrebbe non essere l'assenza di rabbia. Potrebbe essere l'incapacità di trasformarla in un'azione collettiva prima che sia troppo tardi.

Perché indignarsi individualmente è facile. Molto più difficile è fidarsi degli altri, organizzarsi, accettare sacrifici e resistere quando il potere reagisce, quando arrivano le prime intimidazioni o quando il risultato tarda a manifestarsi.

È in quel passaggio che l'individualismo presenta il conto: tutti vorrebbero cambiare le cose, purché il prezzo del cambiamento lo paghino gli altri.


I Forconi del 2013: quando la protesta si ferma ai suoi capi

Il movimento dei Forconi, esploso in Italia nel dicembre 2013, rappresenta un esempio significativo delle contraddizioni della protesta italiana. Agricoltori, autotrasportatori, piccoli imprenditori, disoccupati e cittadini esasperati si ritrovarono accomunati dalla rabbia contro tasse, costi, burocrazia e condizioni economiche sempre più difficili.

Per qualche giorno sembrò che il malcontento potesse uscire dai confini delle singole categorie e diventare qualcosa di più ampio. Blocchi stradali, presidi e manifestazioni restituirono l'immagine di un Paese che non ne poteva più.

Ma una cosa è far emergere il malessere, un'altra è trasformarlo in un progetto politico capace di durare.

Il movimento soffriva di contraddizioni interne, frammentazione, obiettivi non sempre condivisi e difficoltà nel costruire una rappresentanza credibile. In una protesta composita, la distanza tra chi rischia in prima persona e chi aspira a parlare a nome di tutti può diventare enorme. I manifestanti mettono in gioco tempo, denaro, lavoro e reputazione; i portavoce acquistano visibilità e possono trasformare quella visibilità in una risorsa personale.

È qui che si annida uno dei problemi più antichi delle rivolte: chi guida la protesta può finire per diventare più interessato a rappresentarla che a portarla fino in fondo.

Dire che i capi dei Forconi si siano venduti i propri seguaci è un giudizio politico che richiede di distinguere le responsabilità documentabili dalle interpretazioni. Ma il rischio che quel giudizio denuncia è reale: una protesta senza strutture democratiche solide, obiettivi verificabili e meccanismi di controllo sui propri rappresentanti può essere facilmente indebolita, divisa o assorbita dal sistema contro cui si era mobilitata.

E i partecipanti? Spesso tornano a casa. Delusi, diffidenti, convinti che non serva più a nulla. Magari concludono che tutti i politici sono uguali, che ogni movimento finisce per tradire le promesse iniziali e che tanto vale arrangiarsi.

Il risultato è paradossale: il fallimento di una protesta non alimenta necessariamente una mobilitazione più consapevole. Può alimentare ulteriore isolamento. Il potere non deve neppure sconfiggere definitivamente il dissenso: gli basta aspettare che la delusione disperda i suoi protagonisti.


Il gatto con le spalle al muro

Forse, però, stiamo interpretando male il comportamento degli italiani. Forse non siamo davanti a un popolo incapace di ribellarsi, ma a un popolo che cerca di evitare lo scontro fino all'ultimo momento.

Immaginiamo un gatto che abbia davanti un aggressore. Finché dispone di una via di fuga, tenterà di scappare, nascondersi o evitare il combattimento. Ma quando viene messo con le spalle al muro, senza possibilità di sottrarsi, può lanciarsi contro chi lo minaccia, graffiando e mordendo con una ferocia che pochi istanti prima sarebbe sembrata impensabile.

È un'immagine brutale, ma rende bene l'idea: la fuga non dimostra necessariamente l'assenza di coraggio; può indicare che il costo della resistenza viene ancora giudicato superiore a quello della sopportazione.

L'italiano può accettare un aumento delle tasse, una prestazione sanitaria che non arriva, uno stipendio insufficiente, un servizio pubblico che non funziona e una classe politica che sembra vivere in un mondo separato. Si lamenta, si adatta, riduce le proprie aspettative, cerca un secondo lavoro o una soluzione privata. Non perché approvi ciò che subisce, ma perché teme che ribellarsi possa peggiorare ulteriormente la sua condizione.


La sua apparente docilità, quindi, potrebbe essere il prodotto di un calcolo individuale: se protesto da solo, rischio di perdere; se protestiamo in pochi, rischiamo di perdere tutti; se gli altri non si muovono, perché dovrei essere io il primo?

Ed ecco il cortocircuito. Ognuno aspetta che qualcun altro faccia il primo passo, ma tutti hanno bisogno che qualcuno lo faccia. Il risultato è una collettività composta da individui arrabbiati che, proprio perché diffidano gli uni degli altri, finiscono per lasciare intatto ciò che li esaspera.

Il gatto, tuttavia, ha un vantaggio: quando non può più scappare, non deve organizzare un'assemblea, scegliere un portavoce o concordare un programma. Un popolo, invece, deve trasformare la reazione istintiva in un'azione comune. E questa è un'impresa molto più difficile.


Le Quattro Giornate di Napoli: quando la fuga finisce

C'è un episodio della nostra storia che merita di essere ricordato proprio per comprendere il rapporto tra paura, sopravvivenza e rivolta: le Quattro Giornate di Napoli, combattute dal 27 al 30 settembre 1943.

Napoli era una città stremata dalla guerra, dai bombardamenti, dalla fame e dall'occupazione tedesca. Dopo l'armistizio dell'8 settembre, la situazione era precipitata. La popolazione si trovava stretta tra la violenza degli occupanti, le requisizioni, le rappresaglie e la prospettiva di essere trascinata in un conflitto che sembrava non lasciare scampo.

Non fu una città che, tutta insieme e fin dal primo momento, si sollevò in un impeto unanime. Ci furono paura, tentativi di proteggere le famiglie, persone che cercarono rifugio e cittadini che sperarono di sopravvivere evitando il coinvolgimento. Del resto, chi potrebbe condannare chi cerca di mettere al riparo i propri figli quando intorno infuria la guerra?

Ma la spirale della violenza si intensificò. Gli arresti, le deportazioni, il lavoro coatto e le misure repressive dell'occupazione, insieme alle tensioni già accumulate, contribuirono a trasformare il timore in resistenza. La rivolta non nacque dal nulla: si innestò su una città esasperata e su una pluralità di iniziative popolari, con una partecipazione che coinvolse persone di condizioni sociali ed esperienze differenti.

In quei giorni combatterono uomini e donne, giovani e adulti, cittadini comuni che non erano necessariamente soldati né avevano seguito un addestramento militare. La loro resistenza contribuì a costringere le forze tedesche a lasciare la città prima dell'arrivo delle truppe alleate.

La lezione non è che i napoletani fossero incapaci di reagire fino a quando non furono costretti a farlo. La storia è più complessa e il coraggio di chi insorse non cancella le esitazioni, la paura e le diverse scelte compiute dagli altri. La lezione è che una popolazione apparentemente paralizzata può cambiare comportamento quando la sopravvivenza individuale non offre più una via d'uscita e la resistenza collettiva diventa una possibilità concreta.

La paura non scomparve per magia. Cambiarono le condizioni nelle quali quella paura veniva vissuta. Restare passivi non garantiva più la sicurezza; reagire, invece, poteva restituire almeno una possibilità di scelta.

Ecco perché le Quattro Giornate di Napoli sono una risposta potente all'immagine stereotipata di un popolo incapace di combattere. Dimostrano che la capacità di resistenza esiste, anche quando non è immediatamente visibile. Ma dimostrano anche quanto sia tragico dover arrivare a un punto estremo prima che quella capacità si manifesti su vasta scala.


Quanto è alto il punto di ebollizione degli italiani?

Torniamo alla domanda iniziale. Se osserviamo la storia italiana, non possiamo sostenere che gli italiani non si ribellino. Le insurrezioni risorgimentali, le lotte operaie e contadine, la Resistenza e le mobilitazioni sociali del secondo dopoguerra raccontano una storia molto diversa da quella di un popolo irrimediabilmente passivo.

Eppure resta una contraddizione: la capacità di ribellarsi convive con una straordinaria capacità di sopportare.

Forse il problema non è soltanto quanto a lungo gli italiani siano disposti a tollerare un'ingiustizia, ma quanto riescano a tollerarla quando colpisce gli altri.

Finché il disservizio riguarda il vicino, possiamo indignarci senza sentirci direttamente coinvolti. Finché una categoria perde reddito, possiamo considerare la sua protesta una questione che non ci riguarda. Finché a essere licenziato è qualcun altro, possiamo convincerci che il problema sia circoscritto. Finché una comunità viene abbandonata, possiamo pensare che la nostra sarà risparmiata.

Il sistema si regge anche su questa frammentazione: non è necessario che tutti siano soddisfatti, basta che ciascuno creda di poter evitare individualmente il destino degli altri.

Poi, però, arriva il momento in cui l'eccezione diventa la regola, la difficoltà altrui diventa la propria e la soluzione privata non è più disponibile. È allora che la rabbia accumulata può esplodere.

Ma c'è una differenza fondamentale tra una rivolta provocata dalla disperazione e una mobilitazione capace di cambiare le cose. La prima può abbattere un equilibrio senza sapere che cosa costruire al suo posto. La seconda richiede organizzazione, fiducia reciproca, obiettivi condivisi e la capacità di impedire che il sacrificio di molti diventi il trampolino di pochi.

Senza questi elementi, anche la protesta più rumorosa rischia di esaurirsi, lasciando dietro di sé soltanto amarezza e un ulteriore rafforzamento del cinismo.


Il vero pericolo è aspettare di non avere più nulla da perdere

Un popolo che si ribella soltanto quando non ha più nulla da perdere è un popolo che rischia di arrivare sempre troppo tardi.

Quando le condizioni diventano insostenibili, la rabbia può essere enorme, ma le risorse economiche, sociali e morali necessarie per ricostruire possono essere ormai compromesse. Le famiglie sono impoverite, le comunità disgregate, i giovani emigrati, le persone più intraprendenti già lontane. Chi poteva andarsene, se n'è andato; chi poteva proteggersi, si è protetto; chi poteva trovare una soluzione personale, l'ha trovata.

E chi resta? Spesso rimane chi non aveva alternative, chi non poteva permettersi la fuga, chi è stato progressivamente spinto ai margini.

Non è detto che proprio queste persone non possano dare vita a una resistenza straordinaria. La storia dimostra il contrario. Ma sarebbe un errore romantico aspettare che la disperazione produca automaticamente coscienza politica, solidarietà e capacità organizzativa.

La miseria non rende necessariamente migliori. L'ingiustizia non genera automaticamente giustizia. La rabbia non si trasforma da sola in un progetto.

E soprattutto, non possiamo delegare sempre a chi è arrivato sull'orlo del precipizio il compito di salvare anche chi è rimasto comodamente al sicuro.

Forse è questa la vera differenza tra un popolo che subisce e un popolo che reagisce: non la quantità di sofferenza che è disposto a sopportare, ma la capacità di riconoscere un pericolo comune prima che diventi una tragedia individuale.

Le Quattro Giornate di Napoli ci ricordano che il coraggio può emergere quando tutto sembra perduto. Ma una società non dovrebbe avere bisogno di arrivare alla catastrofe per scoprire di possederlo.


La stoccata finale: non siamo senza punto di ebollizione, siamo troppo abituati a sopportare

E allora, quanto è alto il punto di ebollizione degli italiani rispetto a quello degli altri popoli?

Non esiste un termometro storico che consenta di misurarlo, né possiamo ridurre intere nazioni a un carattere immutabile. Esistono, però, comportamenti collettivi, tradizioni di mobilitazione, rapporti di fiducia e condizioni materiali che rendono più o meno probabile la trasformazione del malcontento in protesta.

Il punto non è stabilire se gli italiani siano più vigliacchi dei francesi, più individualisti degli spagnoli o meno combattivi di altri popoli. Il punto è chiedersi perché tante persone, pur condividendo le stesse ragioni di malcontento, fatichino a riconoscersi in una battaglia comune.

Forse abbiamo imparato a sopportare troppo. Abbiamo imparato a chiamare pragmatismo la rinuncia, furbizia l'adattamento, prudenza la paura di esporsi. Abbiamo imparato che è meglio arrangiarsi, che tanto non cambia nulla, che chi si mette in prima fila finisce per pagare il conto e che, se qualcuno riesce a salvarsi individualmente, può considerarsi fortunato.

È una strategia che, sul piano personale, può anche sembrare razionale. Ma quando diventa il comportamento prevalente di una società, si trasforma in una condanna collettiva.

Perché chi governa può permettersi di ignorare milioni di individui arrabbiati, purché rimangano milioni di individui isolati. Ciò che non può ignorare con la stessa facilità è una comunità capace di organizzarsi, controllare i propri rappresentanti e mantenere la pressione anche dopo che l'indignazione iniziale si è esaurita.

Il gatto con le spalle al muro, dunque, può ancora saltare in faccia al suo aggressore. Ma perché aspettare che il muro sia alle nostre spalle, che ogni via di fuga sia chiusa e che non ci resti più nulla da perdere?

Il dramma degli italiani non è che non sappiano ribellarsi. È che troppo spesso aspettano di non avere più alternative per farlo.

E quando finalmente decidono di graffiare, qualcuno ha già pensato a chi dovrà pagare il prezzo della rivolta, a chi dovrà raccoglierne i frutti e, soprattutto, a come convincerli a tornarsene ciascuno a casa propria.

Perché il potere teme la rabbia di un popolo. Ma teme molto di più un popolo che abbia smesso di aspettare il proprio turno per essere colpito.

E forse la domanda più scomoda non è quando gli italiani raggiungeranno il punto di ebollizione.

È quante ingiustizie siamo ancora disposti a tollerare prima di capire che, continuando a salvarci da soli, finiremo per perdere tutti.

Dai Forconi del 2013 alle rivolte del 2026: tredici anni di crisi, tra agricoltori impoveriti, autotrasportatori in ginocchio e prezzi fuori controllo

La protesta che non ha cambiato il sistema torna a scuotere l'Italia. Ma oggi il problema è ancora più evidente: chi produce fatica a sopravvivere, chi trasporta non riesce più a sostenere i costi e chi compra si ritrova a pagare prezzi sempre più alti. In mezzo, una filiera che continua a chiedere spiegazioni.


Tredici anni dopo, siamo ancora al punto di partenza

Nel dicembre del 2013 l'Italia scoprì il Movimento dei Forconi. Agricoltori, autotrasportatori, piccoli imprenditori, commercianti e disoccupati scesero in strada per denunciare una situazione economica che consideravano ormai insostenibile. Erano gli anni della crisi finanziaria, dell'austerità, della disoccupazione e delle politiche fiscali che gravavano su un tessuto produttivo già indebolito. Il malcontento, esploso in Sicilia e diffusosi rapidamente in altre regioni, aveva un bersaglio preciso: un sistema politico ed economico percepito come distante dai problemi di chi lavorava e produceva.

Le proteste non erano nate dal nulla. Già nel gennaio 2012 la Sicilia era stata paralizzata per giorni da blocchi e manifestazioni che coinvolgevano autotrasportatori e operatori agricoli. Le rivendicazioni riguardavano il costo dei carburanti, le accise, le condizioni di lavoro, le difficoltà delle imprese e l'assenza di prospettive per intere categorie produttive. Nel dicembre 2013 quelle ragioni si ampliarono, trasformandosi in una contestazione generale del governo, della classe politica e delle istituzioni.

Il movimento riuscì a portare in superficie una rabbia autentica. Ma non riuscì a trasformarla in un progetto politico ed economico sufficientemente solido. La pluralità delle sigle, l'assenza di una leadership condivisa, le divisioni interne e le polemiche sulle possibili strumentalizzazioni politiche finirono per indebolirlo. La prevista marcia su Roma divenne uno dei simboli di quella frattura. Le richieste erano molte, ma mancava una piattaforma comune capace di trasformare la protesta in risultati concreti.

Il movimento si dissolse progressivamente, ma i problemi che lo avevano alimentato non scomparvero.

E qui comincia il vero problema. Perché tredici anni dopo, nell'ottobre del 2026, agricoltori e autotrasportatori tornano a protestare, con una domanda che suona drammaticamente familiare: come si può continuare a lavorare quando i costi aumentano, i ricavi non bastano e il mercato sembra premiare tutti tranne chi si trova all'inizio della filiera?


La rivolta ritorna: questa volta insieme ai trattori ci sono i camion

Le cronache di questi giorni mostrano una situazione che non può essere liquidata come una semplice protesta settoriale. Il 17 ottobre, a Crotone, agricoltori e autotrasportatori hanno avviato una mobilitazione congiunta, minacciando di portare la protesta a Roma. Il 19 ottobre le manifestazioni contro il caro carburante interessavano diverse aree del Mezzogiorno, dalla Calabria alla Puglia, fino alla Sicilia e alla Campania, con blocchi, rallentamenti e difficoltà nella circolazione delle merci.

Le ragioni immediate sono chiare. Il carburante costa troppo, i costi di produzione agricola sono cresciuti, le imprese denunciano margini insufficienti e la concorrenza internazionale esercita una pressione ulteriore sui prezzi riconosciuti ai produttori. Secondo i dati riportati da ANSA il 19 ottobre, il gasolio aveva raggiunto una media di 2,257 euro al litro sulla rete stradale urbana e di 2,297 euro in autostrada. Coldiretti Puglia, nello stesso periodo, segnalava che il gasolio agricolo era passato da circa 0,85 euro al litro a 1,62 euro, con un aggravio considerevole per le aziende.

Non si tratta soltanto di cifre su un listino. Per un autotrasportatore, il gasolio è uno dei principali costi operativi. Per un agricoltore, è il carburante necessario a lavorare i campi, alimentare i macchinari, raccogliere i prodotti e portarli verso i centri di lavorazione. A questi costi si aggiungono fertilizzanti, energia, acqua, manutenzione, assicurazioni, salari e finanziamenti.

Quando il costo di un'attività cresce più velocemente dei ricavi che genera, il margine si assottiglia. Quando questa dinamica si protrae, l'impresa non investe più, si indebita, rinuncia ad assumere e rischia di chiudere.

È precisamente questo il punto: non siamo di fronte soltanto a una categoria che chiede agevolazioni, ma a un pezzo dell'economia reale che denuncia l'impossibilità di continuare a produrre a condizioni sostenibili.

Eppure, per anni, la politica ha trattato questi problemi come emergenze da affrontare con provvedimenti temporanei, crediti d'imposta e contributi straordinari. Misure che possono alleviare una difficoltà immediata, ma che non risolvono necessariamente le distorsioni strutturali del mercato.


Il paradosso del pomodoro: chi lo coltiva guadagna poco, chi lo compra paga caro

Prendiamo il pomodoro, uno dei simboli più immediati di questa contraddizione.

Da una parte c'è l'agricoltore che deve sostenere i costi della semina, dell'acqua, dei trattamenti, del carburante, della raccolta e della manodopera. Dall'altra c'è il consumatore che entra in un supermercato e trova alcune varietà di pomodoro, soprattutto quelle più particolari e confezionate, a prezzi che possono avvicinarsi agli otto euro al chilogrammo.

Nel settembre 2026, un servizio di Rai dedicato al caro pomodori ha documentato proprio questa forbice, riferendo che i datterini potevano passare da circa 1,50 euro al chilogrammo all'origine fino a quasi otto euro al dettaglio, in un contesto segnato dall'aumento dei costi e dalla riduzione del raccolto. Si tratta di un esempio relativo a una specifica varietà e a una particolare situazione di mercato, non del prezzo generale di tutti i pomodori.

Ma la domanda resta: come si forma una differenza tanto grande tra il prezzo riconosciuto a chi produce e quello pagato da chi consuma?

La risposta non può essere cercata automaticamente in un unico colpevole. Tra il campo e lo scaffale ci sono la raccolta, la selezione, il confezionamento, la conservazione, il trasporto, gli eventuali intermediari, i centri di distribuzione, i costi dei punti vendita, le perdite di prodotto e i margini commerciali. Ognuno di questi passaggi ha un costo. Il problema è capire quanto pesi ciascuno di essi e chi disponga del potere contrattuale necessario per trasferire i propri costi agli altri.

È qui che bisogna interrogare il funzionamento della grande distribuzione organizzata. Le grandi catene acquistano volumi enormi, dispongono di una forza negoziale considerevole e possono imporre condizioni che un piccolo produttore, spesso frammentato e privo di alternative commerciali, fatica a contrastare.

Questo non significa che ogni supermercato realizzi automaticamente profitti straordinari su ogni prodotto caro. Significa, piuttosto, che la distribuzione del valore lungo la filiera deve essere resa trasparente.

Se un produttore sostiene costi crescenti e riceve un prezzo che non gli consente di coprirli, mentre il consumatore paga una cifra elevata, occorre capire dove si accumuli la differenza. Quanto va a chi raccoglie? Quanto a chi trasporta? Quanto al confezionamento? Quanto alla distribuzione? Quali sono i costi effettivi e quali i margini?

Sono domande economiche, non slogan politici. E meritano risposte basate su dati verificabili, non su dichiarazioni rassicuranti.

Perché il consumatore non può essere considerato soltanto l'ultimo anello al quale presentare il conto. E l'agricoltore non può essere ridotto a un fornitore costretto ad accettare il prezzo stabilito da chi dispone di un potere contrattuale molto maggiore.



Il mistero del trasporto su gomma: perché tutto viaggia sui camion?

C'è poi un'altra questione, strettamente collegata alla precedente: perché in Italia il trasporto delle merci dipende così tanto dalla strada?

La risposta non è un complotto e non può essere ridotta alla presenza di qualche intermediario. È il risultato di scelte infrastrutturali, caratteristiche geografiche, organizzazione industriale e struttura della logistica.

I camion offrono flessibilità, raggiungono direttamente aziende agricole, stabilimenti, magazzini e negozi e consentono di consegnare merci anche in piccoli quantitativi. Per prodotti freschi e deperibili, la rapidità e la possibilità di organizzare tratte porta a porta sono spesso decisive. La ferrovia, invece, richiede terminali, collegamenti adeguati, organizzazione intermodale e, frequentemente, un trasporto su strada per il tratto iniziale e quello finale.

Il problema italiano è che questa flessibilità si è trasformata in una dipendenza strutturale.

Secondo l'ISTAT, nel 2024 il 92,1% delle tonnellate di merci movimentate in Italia attraverso il trasporto terrestre viaggiava su strada e soltanto il 7,9% su ferrovia. In termini di tonnellate-chilometro, la strada rappresentava l'86,9% del totale. Inoltre, tra il 2014 e il 2024, i volumi movimentati su strada sono cresciuti del 29,6%.

Questi dati raccontano un Paese nel quale la circolazione delle merci dipende in larga misura dal gasolio, dalle autostrade e dalla capacità delle imprese di autotrasporto di mantenere operativi i propri mezzi.

Che cosa succede quando il carburante aumenta bruscamente? La pressione si trasmette a tutta la filiera. Se il trasportatore riesce a trasferire il rincaro sul committente, aumenta il costo della distribuzione. Se non ci riesce, diminuisce il proprio margine. Se il costo diventa insostenibile, può ridurre i servizi o fermarsi.

In entrambi i casi, qualcuno paga. E quel qualcuno può essere l'agricoltore, il distributore o il consumatore finale.

Non è dunque ragionevole chiedere semplicemente agli autotrasportatori di lavorare in perdita, così come non è ragionevole scaricare ogni aumento sul prezzo degli alimenti. La vera domanda è perché, dopo tanti anni, il sistema logistico italiano resti così esposto alle oscillazioni del petrolio e perché non si sia costruita un'alternativa ferroviaria e intermodale più competitiva, soprattutto sulle lunghe distanze.

La transizione non può essere imposta dall'alto senza fornire alle imprese alternative praticabili. Ma non può nemmeno essere continuamente rinviata, lasciando agricoltori, trasportatori e consumatori in balia di ogni nuova crisi energetica.


Dal 2013 al 2026: la crisi è diventata più pesante?

Dire che oggi la situazione sia peggiore sotto ogni punto di vista rispetto al 2013 sarebbe una conclusione troppo generica. Per dimostrarlo servirebbe confrontare serie storiche omogenee su inflazione, redditi reali, costi agricoli, carburanti, indebitamento e redditività delle imprese.

È però possibile individuare una continuità preoccupante e alcune criticità che si sono aggravate in determinati momenti.

Nel 2013 il Paese usciva da una durissima crisi finanziaria e attraversava una fase di austerità e contrazione della domanda. Nel 2026, alle difficoltà strutturali di produttività, infrastrutture e potere contrattuale si aggiungono nuovi shock internazionali, oscillazioni energetiche, tensioni geopolitiche e conseguenze climatiche che incidono direttamente sui raccolti e sui costi di produzione.

La mobilitazione agricola della primavera del 2026, per esempio, aveva già denunciato l'insufficienza dei prezzi riconosciuti per prodotti come grano e latte rispetto ai costi necessari a produrli. Nell'autunno, l'impennata del gasolio agricolo e dei fertilizzanti ha aggiunto un ulteriore peso alle aziende.

Il dato più allarmante non è soltanto che produrre costi di più. È che l'aumento dei costi non si traduce necessariamente in un aumento proporzionale del reddito di chi produce.

Un agricoltore può trovarsi a spendere di più per coltivare un ettaro e ricevere, al momento della vendita, un prezzo insufficiente a coprire le spese. Un autotrasportatore può fatturare un servizio apparentemente remunerativo e scoprire che, dopo aver pagato carburante, manutenzione, pedaggi, assicurazioni, dipendenti e finanziamenti, il margine effettivo è diventato irrisorio.

Nel frattempo, le famiglie devono fare i conti con il costo della spesa, dell'energia, della casa e dei servizi.

È questa convergenza di difficoltà a rendere il quadro particolarmente pesante: imprese produttive che faticano a mantenersi in attività, lavoratori che devono contenere le spese e consumatori che pagano prezzi elevati senza che ciò garantisca una remunerazione adeguata a chi produce.

Se nel 2013 la protesta denunciava soprattutto la crisi, le tasse e l'austerità, nel 2026 la domanda si fa ancora più concreta: come può un sistema economico reggere quando chi sta all'inizio della filiera non riesce a vivere del proprio lavoro e chi sta alla fine non riesce più a permettersi ciò che quella filiera produce?


Il grande assente: una politica industriale per il cibo e la logistica

La questione non può essere risolta limitandosi a distribuire aiuti quando i trattori scendono in strada e i camion si fermano.

Gli interventi emergenziali possono essere necessari, specialmente quando una crisi energetica mette a rischio la sopravvivenza delle imprese. Ma una politica seria dovrebbe affrontare anche il potere contrattuale nella filiera agroalimentare, la trasparenza dei prezzi, il contrasto alle pratiche commerciali sleali, la disponibilità di infrastrutture logistiche e la possibilità di trasferire una quota maggiore del trasporto sulle modalità meno dipendenti dal carburante.

Servirebbero strumenti capaci di rendere comprensibile il percorso economico che conduce dal prezzo all'origine a quello finale. Servirebbero dati accessibili sui costi e sui margini dei diversi passaggi, controlli efficaci sulle pratiche commerciali e forme di aggregazione che permettano ai piccoli produttori di negoziare in condizioni meno svantaggiose.

Occorrerebbe inoltre investire nella rete ferroviaria merci, nei terminali intermodali, nei collegamenti con i porti e nei sistemi di distribuzione, senza ignorare le esigenze delle aziende che devono consegnare prodotti freschi in tempi rapidi.

La sovranità alimentare, tanto evocata nel dibattito politico, non può consistere soltanto nel dichiarare che bisogna difendere le produzioni nazionali. Deve significare che quelle produzioni sono economicamente sostenibili, che gli agricoltori possono ottenere un reddito dignitoso e che i consumatori possono acquistare alimenti di qualità a prezzi ragionevoli.

Altrimenti resta uno slogan.

E c'è un altro aspetto da non trascurare: l'abbandono delle aziende agricole non è un problema che riguarda soltanto gli imprenditori coinvolti. Significa perdita di occupazione, impoverimento dei territori rurali, maggiore dipendenza dalle importazioni e progressiva riduzione della capacità produttiva nazionale.

Quando un'azienda agricola chiude, non sempre può riaprire. Quando scompare un'impresa di trasporto, vengono meno competenze, mezzi e servizi che possono essere difficili da ricostituire.

Il costo dell'inerzia politica, quindi, non si misura soltanto nei bilanci annuali. Si misura nella capacità futura del Paese di produrre, distribuire e rendere accessibili beni essenziali.


La lezione mancata dei Forconi

Torniamo, allora, al 2013.

I Forconi fallirono come movimento unitario, incapaci di trasformare il malcontento in una proposta politica stabile e in risultati concreti. Le divisioni interne, la confusione delle rivendicazioni e le polemiche che coinvolsero alcuni protagonisti contribuirono a consumare rapidamente la loro credibilità.

Ma sarebbe un errore confondere il fallimento del movimento con l'infondatezza dei problemi che lo avevano generato.

Una protesta può essere disorganizzata, contraddittoria e politicamente inefficace, e tuttavia esprimere un disagio reale. Allo stesso modo, non basta che una protesta sia sincera per renderla capace di risolvere i problemi che denuncia.

Tredici anni dopo, il ritorno degli agricoltori e degli autotrasportatori sulle strade dimostra che le questioni strutturali non sono state risolte. Il fatto che oggi le due categorie si trovino nuovamente a condividere una mobilitazione rende ancora più evidente la loro interdipendenza: senza chi coltiva non c'è prodotto da distribuire, senza chi trasporta il prodotto non raggiunge i mercati, senza un prezzo sostenibile per il consumatore l'intero sistema rischia di incepparsi.

Il pericolo è che anche questa nuova ondata si esaurisca in qualche incontro istituzionale, in promesse di sostegno e in misure temporanee, per poi lasciare tutto sostanzialmente immutato fino alla prossima crisi.

E sarebbe una sconfitta non soltanto per chi manifesta, ma per l'intero Paese.


Il vero bestiario è un sistema che non sa più riconoscere il valore del lavoro

C'è un'immagine che riassume meglio di molte statistiche la contraddizione italiana: un agricoltore che produce un alimento senza sapere se riuscirà a venderlo a un prezzo remunerativo; un autotrasportatore che deve calcolare se il viaggio gli consentirà almeno di coprire le spese; un consumatore che davanti allo scaffale rinuncia a un prodotto diventato troppo caro.

Tre persone collocate in punti diversi della stessa filiera, tutte alle prese con una difficoltà economica, ma non necessariamente con le stesse responsabilità né con lo stesso potere contrattuale.

Non è detto che dietro ogni differenza di prezzo ci sia una speculazione, né che ogni intermediario sia un parassita. Ma proprio per questo occorre smettere di accontentarsi delle spiegazioni più comode e verificare dove si accumulino i costi, dove si concentrino i margini e dove si annidino eventuali abusi.

Se il prezzo finale cresce mentre chi produce non riesce a coprire le spese, il mercato deve essere analizzato, non venerato come se fosse un meccanismo infallibile. Se il trasporto su gomma diventa indispensabile per quasi ogni passaggio della distribuzione, bisogna interrogarsi sulle scelte infrastrutturali e industriali che hanno determinato questa dipendenza. Se le imprese sopravvivono soltanto grazie a contributi straordinari, bisogna domandarsi quale sia la loro effettiva sostenibilità.

Il mercato non è un'entità astratta separata dalla società. È fatto di contratti, infrastrutture, regole, rapporti di forza e decisioni politiche. Quando questi elementi producono una situazione nella quale chi lavora fatica a sopravvivere e chi compra fatica a pagare, non basta invocare la legge della domanda e dell'offerta.

Bisogna capire se le regole siano adeguate, se la concorrenza sia effettiva e se il valore economico venga distribuito in modo compatibile con la sopravvivenza dell'intero sistema produttivo.

I Forconi del 2013 non seppero costruire una risposta politica convincente a queste domande. Ma il ritorno delle proteste nel 2026 dimostra che le domande sono rimaste aperte.

Ecco perché la storia non si ripete necessariamente allo stesso modo: talvolta ritorna perché nessuno ha avuto il coraggio di affrontare ciò che la prima volta era stato soltanto denunciato.

La vera questione, oggi, non è se i nuovi Forconi riusciranno a conquistare le piazze. È se l'Italia riuscirà finalmente a costruire un sistema nel quale chi produce il cibo, chi lo trasporta e chi lo acquista non debba sentirsi, ciascuno a modo proprio, vittima dello stesso meccanismo.

Perché se un Paese arriva al punto in cui produrre non conviene, trasportare non conviene e comprare diventa sempre più difficile, non siamo più davanti a una semplice crisi di settore.

Siamo davanti a una crisi del modello economico.

E il bestiario, in fondo, è proprio questo: un sistema nel quale tutti sembrano sapere quanto costa il lavoro, ma nessuno sembra più capace di garantirgli un valore sufficiente per continuare a esistere.

martedì 20 ottobre 2026

Insegnare in mezzo ai cannibali: quando i genitori allevano piccoli principi e poi accusano la scuola

La cattedra non è più un'autorità da rispettare, ma un ostacolo da abbattere. E quando i figli sbagliano, c'è sempre un adulto pronto a spiegare loro che la colpa è degli altri.

Io potrei fare l'insegnante. Ho una laurea e, almeno sulla carta, le capacità per stare dietro a una cattedra. Eppure, se dovessi lavorare in una scuola, preferirei occuparmi di segreteria. E, se necessario, farei anche il collaboratore scolastico, senza considerarlo affatto un declassamento.

Perché? Perché oggi insegnare rischia di diventare una missione. Ma una missione in mezzo ai cannibali.

Non parlo di tutti gli studenti, naturalmente. Né di tutti i genitori. Parlo di un clima culturale nel quale l'insegnante ha progressivamente perduto una parte della propria autorevolezza, mentre è cresciuta la pretesa di contestarne ogni decisione, ogni rimprovero, ogni voto che non corrisponda alle aspettative familiari.

Un tempo, almeno in linea di principio, se un professore rimproverava un figlio, il genitore poteva chiedergli spiegazioni, ma non partiva necessariamente dal presupposto che fosse il professore ad avere torto. Oggi, in certi casi, sembra essersi rovesciato il rapporto: il figlio è innocente per definizione, l'insegnante è sospetto per professione.

E quando la realtà contraddice le aspettative dei genitori, non si cerca più di capire che cosa sia successo. Si cerca qualcuno da incolpare.




La cattedra senza più gradino

L'autorevolezza dell'insegnante non è un privilegio personale, né il diritto di essere obbedito senza discussioni. È una condizione necessaria affinché la scuola possa svolgere la propria funzione educativa.

L'autorità non è autoritarismo. Un insegnante può sbagliare, un voto può essere contestato, un provvedimento disciplinare può essere ingiusto. Esistono procedure per chiedere chiarimenti, presentare reclami e tutelare i diritti degli studenti.

Ma una cosa è contestare una decisione nel rispetto delle regole; un'altra è pretendere che qualsiasi decisione sgradita diventi un'offesa personale da vendicare.

La differenza è enorme. Nel primo caso si educa alla democrazia. Nel secondo si insegna che le regole valgono soltanto quando fanno comodo.

Ecco perché la crisi della scuola non si misura soltanto attraverso i programmi da svolgere, le risorse disponibili o i risultati degli apprendimenti. Si misura anche nella difficoltà di esercitare quella funzione educativa senza essere trasformati, ogni volta che si impone un limite, nel nemico da combattere.


Quando il brutto voto diventa una colpa dell'insegnante

Non è una fantasia pessimistica. La cronaca offre episodi che dovrebbero farci riflettere.

Nel maggio 2024, a Corigliano-Rossano, in Calabria, un sedicenne schiaffeggiò un professore fuori dall'istituto frequentato, dopo averlo insultato. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, all'origine dell'aggressione ci sarebbe stato il malcontento per un voto ritenuto troppo basso.

Nel febbraio 2025, a Segni, in provincia di Roma, due genitori furono sottoposti agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico nell'ambito di un'indagine per atti persecutori ai danni della maestra del figlio. Secondo la ricostruzione riportata dall'ANSA, la donna sarebbe stata minacciata e aggredita verbalmente per anni perché i genitori non tolleravano i rimproveri e attribuivano all'insegnante il cattivo rendimento scolastico del bambino. In un episodio sarebbe stato brandito anche un bastone.

Non si tratta di stabilire che ogni genitore che difende un figlio abbia torto. Si tratta di riconoscere una degenerazione: quando il rimprovero viene vissuto come un affronto, la valutazione come una persecuzione e la disciplina come un abuso, il problema non riguarda più soltanto la scuola. Riguarda il modo in cui una famiglia concepisce l'educazione.

Il messaggio che arriva ai ragazzi, in questi casi, è devastante: se qualcuno ti corregge, non devi necessariamente interrogarti sul tuo comportamento. Puoi accusarlo, delegittimarlo e, nei casi più estremi, perfino aggredirlo.

E se a insegnarti questa lezione è proprio un genitore, quale autorità potrà mai avere l'insegnante?


Piccoli principi e piccole principesse

Qui arriviamo al cuore del problema.

Una parte della nostra società sembra aver confuso l'amore per i figli con la rimozione sistematica di ogni ostacolo dalla loro strada. Non devono soffrire, non devono sentirsi inadeguati, non devono essere rimproverati, non devono subire frustrazioni. E, soprattutto, non devono mai convincersi di aver sbagliato.

Crescono così piccoli principi e piccole principesse, convinti che il mondo debba adattarsi alle loro esigenze e che ogni limite rappresenti un'ingiustizia.

Ma la vita adulta è fatta proprio di limiti, responsabilità, rinunce e conseguenze. Non sempre si ottiene il voto desiderato. Non sempre si viene scelti. Non sempre si ha ragione. E non sempre gli altri sono disposti a tollerare i nostri capricci.

Se un bambino non impara queste cose in famiglia, dove dovrebbe impararle? Se ogni suo comportamento viene giustificato, se ogni suo errore viene attribuito a un compagno, a un professore o a una società che non lo comprende, come potrà sviluppare la capacità di riconoscere le proprie responsabilità?

Le riflessioni di Umberto Galimberti e Paolo Crepet sulla fragilità emotiva, sui limiti e sulla funzione educativa degli adulti possono aiutarci a inquadrare questa questione. Non perché esista una formula unica per spiegare tutti i comportamenti giovanili, ma perché ci obbligano a porre una domanda scomoda: stiamo davvero preparando i nostri figli ad affrontare il mondo oppure stiamo cercando di costruire loro un mondo artificiale nel quale nessuno possa mai contraddirli?

E c'è un'altra questione che merita di essere affrontata senza ipocrisie: il ruolo dei nonni.

In molte famiglie sono una risorsa preziosa. Si occupano dei nipoti, li accompagnano a scuola, li aiutano a crescere e suppliscono alle difficoltà organizzative di genitori che lavorano. Sarebbe ingiusto trasformarli in capri espiatori.

Tuttavia, quando la cura si trasforma in indulgenza sistematica, quando il desiderio di viziare prevale sulla necessità di educare e quando i genitori delegano non soltanto la custodia, ma anche la responsabilità educativa, il rischio esiste.

Non è il fatto che entrambi i genitori lavorino a generare automaticamente un problema. È l'eventuale assenza di un progetto educativo condiviso, di tempo dedicato ai figli e di adulti disposti a dire dei no.

Perché crescere un figlio non significa soltanto nutrirlo, vestirlo, accompagnarlo alle attività e comprargli ciò che desidera. Significa anche insegnargli che non è il centro dell'universo.


Il Vomero e la violenza che non abita soltanto nelle periferie

Il 10 ottobre 2026, al Vomero, quartiere borghese di Napoli, si è verificato un episodio che offre uno spaccato inquietante di questa emergenza.

Un uomo di cinquant'anni era intervenuto dopo che la figlia, coinvolta in una lite tra ragazze, era stata aggredita. La vicenda degenerò ulteriormente: il padre venne circondato e colpito da un gruppo di giovanissimi, che continuarono a infierire su di lui anche quando era a terra. Durante il parapiglia, un mezzo per la raccolta dei rifiuti lo investì, provocandogli gravi lesioni alla gamba. Otto giovani erano stati identificati secondo le notizie diffuse nei giorni successivi, mentre proseguivano gli accertamenti. 

Non siamo di fronte a una semplice lite finita male. Siamo di fronte a una violenza di gruppo che interroga il nostro modo di educare, il rapporto con le regole e la percezione delle conseguenze delle proprie azioni.

E c'è un particolare che merita attenzione: l'episodio non è avvenuto in una periferia degradata, come vorrebbe un certo stereotipo rassicurante. È avvenuto al Vomero.

Questo non significa che il quartiere di provenienza, la condizione economica o il contesto familiare siano irrilevanti in ogni analisi sociale. Significa, però, che la violenza giovanile non può essere liquidata come un problema esclusivo delle periferie, della povertà o del disagio economico.

Le periferie sono abitate anche da persone perbene, famiglie lavoratrici e genitori che si sacrificano per dare ai figli un futuro migliore. Allo stesso modo, il benessere economico non garantisce automaticamente educazione, rispetto e maturità.

La cronaca del Vomero ci ricorda che il problema può attraversare ambienti sociali differenti. E che il vestito firmato, il quartiere residenziale e le possibilità economiche non sono certificati di civiltà.


I maranza, i genitori e la tentazione dei capri espiatori

Anche al Nord, il fenomeno dei cosiddetti maranza è diventato un elemento ricorrente del dibattito pubblico. Gruppi di giovanissimi, aggressioni, intimidazioni, video diffusi sui social e ostentazione della violenza alimentano la percezione di un'emergenza che non può essere ignorata.

Ma attenzione a non trasformare l'analisi in una caricatura. Il termine maranza descrive uno stereotipo culturale e comportamentale, non una categoria etnica precisa. Non tutti i ragazzi di origine straniera sono violenti, così come non tutti i giovani italiani sono educati. Attribuire automaticamente la devianza all'origine familiare o nazionale significa sostituire un pregiudizio a un ragionamento.

La domanda da porre è un'altra: quali adulti stanno accompagnando questi ragazzi verso la vita adulta? Quali regole vengono insegnate in casa? Che rapporto hanno con l'autorità, con la responsabilità personale e con il rispetto degli altri?

Naturalmente, nessuna famiglia può controllare ogni comportamento dei figli e nessun genitore è onnipotente. Gli adolescenti possono compiere scelte sbagliate anche in famiglie attente e presenti. Ma riconoscere questo limite non significa negare l'importanza dell'educazione familiare.

Significa, al contrario, distinguere tra ciò che non è possibile impedire sempre e ciò che gli adulti hanno il dovere di fare.


La scuola non può riparare da sola ciò che la famiglia non costruisce

Ecco perché mi interessa parlare del ruolo genitoriale molto più che del mio personale rifiuto di insegnare.

La scuola ha responsabilità precise. Deve garantire un ambiente sicuro, istruire, educare alla convivenza civile, contrastare il bullismo e intervenire sui comportamenti scorretti. Gli insegnanti devono essere preparati, equilibrati e capaci di riconoscere i propri errori.

Ma non possono essere lasciati soli.

Se la famiglia delegittima il docente, il ragazzo impara che la regola è negoziabile. Se la famiglia giustifica sistematicamente ogni comportamento scorretto, il ragazzo impara che la responsabilità è sempre di qualcun altro. Se la famiglia pretende che la scuola risolva ogni problema educativo, ma poi ostacola ogni tentativo di correggere il figlio, il risultato è una contraddizione che nessuna circolare ministeriale può risolvere.

Non basta chiedere agli insegnanti di essere più empatici, più preparati, più pazienti e più inclusivi. Non basta invocare nuove sanzioni quando la situazione precipita. Servono strumenti, certo, ma serve soprattutto una rinnovata alleanza educativa tra scuola e famiglia.

E questa alleanza non può essere a senso unico.

Un genitore deve poter difendere il figlio da un'ingiustizia. Ma deve anche saper riconoscere quando il figlio ha torto. Deve poter chiedere spiegazioni a un insegnante, ma anche ascoltarne le ragioni. Deve proteggere i propri figli dalla violenza e dalle prevaricazioni, ma non proteggerli dalle conseguenze legittime delle loro azioni.

Altrimenti non li sta aiutando a crescere. Li sta preparando a scontrarsi con una realtà che, prima o poi, non sarà più disposta a trattarli come bambini.


Il bestiario dei genitori irresponsabili

E arriviamo alla questione che molti preferirebbero evitare.

Ci sono genitori che si lamentano perché i figli sono diventati ingestibili, aggressivi, incapaci di accettare un rifiuto o di rispettare una regola. Si indignano perché la scuola non riesce a controllarli, perché gli insegnanti non li capiscono, perché la società è diventata difficile, perché i ragazzi non hanno più valori.

Ma quanti di questi adulti sono disposti a domandarsi quale parte abbiano avuto nella formazione di quei comportamenti?

È molto più semplice accusare la scuola, gli insegnanti, i compagni, i social network, la società o le istituzioni. È molto più difficile guardarsi allo specchio e riconoscere di aver confuso l'amore con il permissivismo, la protezione con l'impunità e la felicità dei figli con la soddisfazione immediata di ogni loro desiderio.

Il problema diventa ancora più grave quando gli adulti si accorgono che qualcosa non funziona, ma continuano a negarlo. Quando pretendono rispetto per sé stessi, ma non insegnano ai figli a rispettare gli altri. Quando chiedono regole per la società, ma non le accettano per la propria famiglia. Quando invocano la responsabilità altrui e si sottraggono alla propria.

La responsabilità genitoriale non consiste soltanto nel rivendicare diritti per i propri figli. Consiste anche nell'assumersi il dovere di educarli.

E se un figlio cresce senza limiti, se tratta gli altri come strumenti per soddisfare i propri desideri, se reagisce alla frustrazione con l'aggressività e se considera ogni rimprovero un'offesa, non è detto che la colpa sia sempre e soltanto della famiglia. Ma la famiglia non può essere automaticamente assolta, soprattutto quando ha contribuito a demolire l'autorità di chi tentava di correggerlo.

Non si tratta di pretendere genitori perfetti. Si tratta di pretendere adulti capaci di riconoscere i propri errori e di non trasformare i figli in piccoli sovrani ai quali tutto è dovuto e nulla può essere negato.

Perché la scuola non è un servizio di riparazione delle carenze familiari. Un insegnante non è un punching ball sul quale scaricare le frustrazioni dei genitori. E un voto insufficiente non è una dichiarazione di guerra alla famiglia.

Una cattedra non è un feudo, ma neppure un bersaglio. L'insegnante non è infallibile, ma non può essere privato dell'autorità necessaria per svolgere il proprio lavoro.

E soprattutto, i figli non sono proprietà privata dei genitori da difendere contro il mondo intero. Sono persone che devono imparare a vivere insieme agli altri, rispettando diritti, doveri e limiti.

La domanda finale, allora, non è perché qualcuno come me possa preferire la segreteria scolastica a una cattedra. La domanda è perché una professione essenziale per il futuro della società venga percepita, da alcuni, come un terreno nel quale l'autorità educativa è costantemente esposta al rischio di essere contestata, umiliata o aggredita.

La risposta non è soltanto nella scuola. È anche nelle famiglie che hanno smarrito la propria funzione educativa.

E allora, cari genitori, se un giorno vi accorgerete che i vostri figli non rispettano più nessuno, che non accettano un no, che reagiscono con la prepotenza a ogni frustrazione e che nessuna autorità riesce più a raggiungerli, non cercate immediatamente un colpevole fuori dalla porta di casa.

Prima di accusare la scuola, gli insegnanti e la società, provate a domandarvi che cosa avete insegnato loro, quali limiti avete posto, quali comportamenti avete giustificato e quali responsabilità avete preferito ignorare.

Perché non potete pretendere che la scuola faccia il genitore al posto vostro e, nello stesso tempo, impedirle di esercitare la propria funzione educativa.

E quando il vostro ruolo genitoriale sarà naufragato, non potrete cavarvela accusando il mare, il vento o il capitano della nave.

Perché, qualche volta, il naufragio non comincia fuori casa.

Comincia proprio lì, davanti allo specchio, quando un adulto smette di educare e comincia semplicemente a dare sempre ragione a suo figlio.

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